Il 20 ottobre 2008 muore a Formia Vittorio Foa, politico, sindacalista, giornalista e scrittore. Un uomo che dagli esordi in Giustizia e libertà, passando per la Resistenza, la Costituente, la militanza nel Psi, nella Cgil, nel Psiup, la vicinanza al Pci come indipendente, ha attraversato l’intera storia del movimento operaio e della sinistra italiana. Lo ricordiamo attraverso le sue parole, pronunciate al Consiglio generale della Cgil riunito ad Ariccia il 25-26 settembre 1970 e aperto dalla sua decisione di dimettersi dalla carica di segretario confederale e dall’attività sindacale.

Età e ragioni di salute – afferma in quell’occasione Foa – mi hanno indotto a dimettermi da segretario della Cgil. Si è amichevolmente osservato che l’età non si misura col numero degli anni. Resta il fatto che, l’attenzione dovuta al merito che uno ha acquisito con molti anni di lavoro, contraddice la cruda necessità di congedare chi è logorato. Solo rimedio utile per attenuare quella contraddizione è la fissazione di un limite di età oggettivo, impersonale, oltre il quale si deve partire non per incapacità soggettiva, ma per una norma. E in questo caso la norma vale se non vi sono eccezioni. Si è anche osservato che uno deve, per la Causa, sopportare i malanni dell’età e una salute deteriorata. Ma se la salute ha poca importanza per i singoli, essa ne ha molta per l’organizzazione, soprattutto quando si tratta di quel logoramento tipico del lavoro sindacale che coinvolge il modo di lavorare, la calma e la necessaria capacità di percezione dei particolari del movimento, fuori degli schemi generici”.

A un certo punto, è la precisazione dell’anziano dirigente della Cgil, bisogna decidersi e scegliere un lavoro più modesto, meno responsabile e quindi meno logorante. “La dimissione dal mio incarico sindacale non comporterà perciò alcuna attenuazione di impegno politico, che spero anzi di intensificare, in forme e modi opportuni. Quando valutiamo un impegno politico, noi privilegiamo ancora troppo la figura del funzionario rispetto a quella del semplice militante, l’ufficiale di carriera rispetto all’ufficiale di complemento. Pesa la mitologia del rivoluzionario di professione, valida in periodi di estrema tensione sociale, non certo oggi che non c’è rivoluzione, ma solo professione politica, funzione utile, ma che è comunque solo uno dei modi di impegno. Per quel che mi riguarda personalmente, io appartengo a un partito operaio, il Psiup, e sarò ovviamente a sua disposizione dopo un periodo di necessario riposo e raccoglimento. La mia determinazione, maturata da tempo, è stata rafforzata dalla convinzione che nel sindacalismo italiano si è ormai chiusa una fase e che quella nuova che si è aperta, i cui connotati sono ancora sfumati, richiede forze più giovani e alacri, meno compromesse coi metodi di lavoro del passato”.

È soprattutto l’era del sindacato “cinghia di trasmissione” dei partiti, a giudizio di Foa, a dover essere sottoposta a un’attenta riflessione, in quanto “non può dare un grande contributo in un periodo in cui la politica rientra con forza nel sindacato, non più dall’alto dei partiti bensì dal basso, dal movimento di resistenza operaia, e al tempo stesso non si conclude nel sindacato, ma ripropone, se non altro come esigenza, una dimensione nuova del partito, dello schieramento politico della classe operaia. Nel movimento sindacale è oggi pressante la domanda politica sul rapporto fra sindacato e ciclo economico, sul parallelismo ininterrotto fra espansione economica ed espansione sindacale, come fra depressione economica e depressione sindacale. È un parallelismo che esprime la dipendenza dell’azione sindacale dai meccanismi fondamentali dell’economia capitalistica o, come si dice, l’integrazione del sindacato nel sistema”.

In passato la bassa congiuntura è stata per lo più recepita dal sindacato come un dato naturale, cui occorreva adattarsi per opportune iniziative contro la disoccupazione, contro le decurtazioni salariali eccetera. Ma la recessione del 1964 e ancor più le vicende in corso, proprio perché sono state precedute da lotte molto avanzate, non sono più accettate passivamente dai lavoratori che dal successo padronale nel recuperare le concessioni strappate dalle lotte, sono indotti a porsi problemi più alti, a mettere in discussione la struttura sociale. Basta vedere l’attuale rabbia operaia per la mancata o tardiva nostra risposta al decreto congiunturale del governo in carica. Si chiede allora al sindacato di dirigere non soltanto le lotte per miglioramenti economici e normativi, ma anche quelle contro la politica economica, monetaria, creditizia, fiscale ecc., che riassorbe le conquiste attraverso i prezzi, le tasse, la disoccupazione, concentra le risorse e aggrava gli squilibri sociali e territoriali. All’atto pratico i partiti operai, che pur restano punti di riferimento morale e politico e centri di richiamo al consenso popolare o quindi all’elettorato, risultano destituiti di possibilità di intervento nei punti nodali del potere economico reale, che sono sempre meno nello Stato e sempre più nella società, sempre meno nelle assemblee elettive e sempre più nella organizzazione della produzione e del lavoro, che si trova al centro dello scontro sindacale”.

Ma il sindacato non può, per sua natura, “dare una compiuta risposta a quella domanda politica; esso può riproporla, attraverso l’esplosione delle contraddizioni acutizzate dalle lotte, e infatti la ripropone, naturalmente in modo alterno, di autonomia operaia o di subordinazione alla politica economica, cioè alle scelte del capitalista collettivo. Il problema politico, con le sue alternative, è ormai posto nel movimento e va dibattuto senza veli pudichi, se si vuole che lo stesso movimento non ristagni per mancanza di ossigeno politico o, come si dice oggi, per mancanza di credibilità. Per uscire dalle gravi difficoltà in cui si trova oggi il sindacalismo italiano, oggetto (al pari dei partiti operai) di una gigantesca operazione neoriformistica da parte del capitale più dinamico e del governo, bisogna rendersi conto che la contestazione, la resistenza all’integrazione non sono oggi nello schieramento politico, ma nella concretezza del movimento e che è qui che occorre una forte luce politica”.

Obbiettivo di fondo resta, nell’analisi di Vittorio Foa, la riorganizzazione unitaria dello schieramento politico della classe operaia, “con uno o più partiti che saranno tanto più in grado di dare risposte politiche quanto più saranno sociali, cioè compenetrati dei problemi della produzione e presenti nella produzione stessa. Ma proprio sulla produzione si apre un altro dilemma politico nel sindacato. Storicamente, la classe operaia è sempre stata la molla del progresso generale della società e quindi anche la molla del progresso produttivo. Ma come si realizza, nella pratica, questa promozione dello sviluppo? In tutti i sindacati vi è chi pensa che il progresso si promuove rifiutando lo sfruttamento e quindi l’intensificazione produttiva e produttivistica, costringendo il capitalista a cercare (sebbene invano) di sostituire l’uomo con la macchina e con la tecnologia avanzata. Chi sostiene questa linea, e quindi esalta il potenziale politico delle lotte sulla condizione di lavoro, è convinto che una subalterna accettazione degli obbiettivi produttivi come sono posti dal sistema realizza a medio e lungo termine solo una stagnazione. Un aperto confronto politico è condizione per lo sviluppo rivendicativo. Non c’è vuoto politico nel sindacato: anche l’economicismo, il pan sindacalismo di destra o di sinistra hanno implicazioni politiche; lo stesso tradeunionismo, che sembra vedere solo la rivendicazione e null’altro, è una ben chiara posizione politica, di appoggio al sistema capitalistico e alla sua stabilizzazione, una posizione politica di conservazione”.

Logica e coerente a questo punto l’esortazione di Foa, rivolta alla sua Cgil, a liberarsi delle residue illusioni sull’efficacia di un sindacalismo che non parla di politica: "Rendiamoci conto che il sindacalismo è oggi un terreno dello scontro di classe”. “L’affrontare con chiarezza lo sfondo politico dell’azione sindacale non è motivo di divisione, ma strumento di unità sindacale. Una unità sindacale monolitica, fondata su una identità di posizioni e quindi su un minimo comune denominatore non sarebbe sopportata, in ragione del suo basso livello politico, dai militanti operai della Cgil e di altri sindacati. L’unità si fa nel confronto democratico delle diverse posizioni, e non più solo fra sindacato e sindacato, ma anche all’interno di ciascun sindacato, anche all’interno della Cgil. Per vincere definitivamente le correnti partitiche bisogna avviare nei fatti il confronto di idee e tendenze diverse, sul significato profondo, politico, della lotta sindacale, sulle sue prospettive a livello di sistema sociale”.

Non pretendo qui di prefigurare i lineamenti del futuro sindacato – la conclusione di Foa –, so bene che il pensiero nasce dalla pratica sociale e che la riflessione sul nuovo sindacalismo sarà da voi fatta attraverso le lotte. Voglio solo sottolineare la necessità di metodi e forze nuove. Concludo. Voi sapete che questo distacco è difficile. Mi consentirete di non vestire di parole dei sentimenti che sono agitati e profondi. Vi prego caldamente, in ragione di una antica stima reciproca, di dispensarvi da parole di commemorazione o gratificazione. Voglio solo ringraziarvi tutti, e con voi mille e mille compagni noti o sconosciuti, per quel che in tanti anni avete fatto di me”.

Ilaria Romeo è responsabile Archivio storico Cgil nazionale

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Il mio filo rosso, intervista Video di Rassegna a Vittorio Foa, novembre 2005 Parte prima, Parte seconda