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Argentina 1976-2006 / A 30 anni dalla repressione

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Come si arrivò al golpe

Tratto da Giovanni Miglioli (a cura di), Desaparecidos. La sentenza italiana contro i militari argentini, Roma, manifestolibri, 2001.

Negli anni tra il 1976 ed il 1983, ad opera di una dittatura militare, si consumò la più brutale tragedia della storia argentina, concretatasi in un vero e proprio genocidio.

Tra il 1930 ed il 1983, in Argentina, si avvicendarono governi militari in numero superiore a quelli scelti con il voto popolare e si ebbe in media un colpo di stato ogni dieci anni. Il primo avvenne nel 1930 allorché, ad opera di militari che professavano una ideologia assimilabile a quella imperante nello stesso periodo in Germania e in Italia, venne deposto il presidente Hipólito Yrigoyen, appartenente al partito radicale e rappresentante dei ceti medi immigrati dall’Europa.

Nel 1943 prese il potere un gruppo di militari che erano sulle stesse posizioni dei precedenti, in quanto simpatizzanti con le potenze dell’Asse. Di questo gruppo faceva parte l’allora colonnello Juan Domingo Perón, che assunse la carica di segretario al lavoro e alla previdenza sociale e successivamente di ministro della Difesa e di vicepresidente. Fin dal primo incarico Perón avviò una politica che appariva rispettosa dei diritti dei lavoratori e ispirata alla dottrina sociale della Chiesa cattolica. Nel 1945 Perón venne arrestato dai suoi stessi compagni e poi liberato a seguito di sollevazione popolare spontanea; l’anno successivo venne nominato presidente con libere elezioni.

Nel settembre del 1955 una Giunta militare rovesciò Perón, chiudendo il Parlamento, sciogliendo la Corte suprema di giustizia e imponendo lo stato d’assedio. Per ordine del presidente militare Pedro Aramburu, vennero fucilati diversi esponenti peronisti. Perón andò in esilio all’estero, continuando però ad organizzare un movimento di opposizione e di resistenza.

Nel 1958 venne eletto presidente Arturo Frondizi, il quale ottenne i voti dei peronisti grazie alla promessa di ridare legalità al loro movimento, che era stato messo fuori legge. Il mantenimento di tale promessa scatenò però la reazione dei militari e fu causa di ripetuti scontri tra opposte fazioni.

Nel 1966 si ebbe un nuovo colpo di stato e una Giunta militare depose il radicale Arturo Illia (che era stato eletto nel giugno del 1963), insediando alla presidenza il capo dell’Esercito Juan Carlos Onganía, sciogliendo il Parlamento e la Corte suprema di giustizia e proibendo ogni attività politica e sindacale. Onganía allacciò stretti rapporti con le alte autorità ecclesiastiche e all’organizzazione clericale Opus Dei venne riservato un importante ruolo governativo. Nella Chiesa cattolica si ebbero però dissensi alla base, in quanto molti vescovi e sacerdoti si schierarono dalla parte dei ceti più poveri, avviando il dialogo con i marxisti.

L’oppressione della dittatura militare causò la nascita di organizzazioni di resistenza, come la Gioventù peronista e i Montoneros (provenienti dall’Azione cattolica), e di guerriglia, come l’Esercito rivoluzionario del popolo (Erp) e le Forze armate rivoluzionarie (Far).

Nel 1970 il posto di Onganía venne preso dal generale Roberto Levingston, al quale l’anno successivo subentrò, dopo un ennesimo colpo di stato, il generale Alejandro Lanusse. Quest’ultimo, vista la difficoltà di sconfiggere la guerriglia con le armi, cercò di isolarla politicamente e indisse le elezioni, ammettendovi anche esponenti peronisti; per evitare una sicura vittoria di Perón, stabilì però che potevano candidarsi solo coloro che già risiedevano nel Paese prima dell’agosto del 1972.

Dall’esilio di Madrid Perón prometteva ai suoi sostenitori una patria socialista e la gran parte del popolo argentino, soprattutto quello giovanile ed operaio (che subiva l’influenza dei messaggi sessantotteschi provenienti dall’Europa), credette in questa promessa e gli diede il suo consenso, illudendosi di ottenere finalmente conquiste sociali.

Nel novembre del 1972 Perón tornò in Argentina, acclamato da migliaia di persone e, dopo un breve periodo, andò di nuovo a Madrid, per preparare da fuori la riconquista del potere; non potendo presentarsi alle elezioni, candidò al suo posto, come "testa di legno", Hector J. Cámpora, il quale venne eletto presidente l’11 marzo 1973 e, come primo provvedimento, concesse la libertà a tutti i guerriglieri detenuti.

Il definitivo ritorno di Perón fece risaltare in tutta la sua drammatica evidenza l’equivoco peronista. Il suo movimento era diviso in due schieramenti, che vedevano da una parte l’ala destra (conservatrice e contraria alle riforme sociali), composta anche da sindacalisti filogovernativi e corrotti, e dall’altra l’ala sinistra, comprendente tra gli altri i movimenti giovanili e studenteschi e i Montoneros. Il peronismo aveva quindi una doppia faccia ed era paragonabile ad una figura mitologica composta da due diversi animali, una testa fascista e un corpo operaio di sinistra.

Il 20 giugno del 1973 il ministro e segretario privato di Cámpora, José López Rega (ex poliziotto e astrologo esoterico, considerato una specie di stregone) fece collocare un contingente militare sul palco dove Perón doveva tenere il suo primo discorso, nella piazza antistante l’aeroporto "Ezeiza" di Buenos Aires, nella quale affluì più di un milione di persone. Quando si avvicinarono le colonne della Gioventù peronista, dal palco venne aperto il fuoco e la manifestazione si sciolse con un tragico bilancio di diversi morti e numerosi feriti. Perón si schierò apertamente contro l’ala sinistra del suo movimento e costrinse Cámpora alle dimissioni. La presidenza ad interim venne assunta da Raúl Lastiri, genero di López Rega, che indisse nuove elezioni.

Il 23 settembre 1973 Perón venne eletto presidente e la sua nuova moglie Isabelita (una ex ballerina) prese la carica di vice-presidente. Durante il comizio dell’1 maggio 1974, Perón criticò aspramente i Montoneros, definendoli "imbecilli e imberbi’’ e inducendoli ad abbandonare in massa la Plaza de Mayo. Questo episodio segnò una definitiva frattura all’interno del movimento peronista e determinò la radicalizzazione dello scontro e l’intensificarsi delle azioni di guerriglia e di terrorismo.

Perón morì l’1 luglio 1974 e al suo posto venne formalmente insediata Isabelita Perón; in realtà le redini del Governo vennero prese da López Rega, il quale accentuò il carattere autoritario del regime.

Da una parte entrò in azione la Triplice A (Alleanza Anticomunista Argentina, creata da López Rega sul modello degli squadroni della morte) che sequestrava e uccideva intellettuali e politici sospettati di essere legati alla opposizione armata; dall’altra vi erano i Montoneros, che tornarono alla clandestinità, perdendo il consenso popolare, e l’Erp, che aprì un fronte di guerriglia rurale nella provincia di Tucumán. Isabelita Perón firmò un decreto ordinando ai militari l’annientamento dei Montoneros e dei partigiani dell’Erp. Da parte dell’Esercito vi fu una violenta repressione, in conseguenza della quale i Montoneros subirono gravi perdite e l’organizzazione dell’Erp venne decimata in seguito a un disperato e fallito attacco ad una caserma di Buenos Aires.

Il Paese a questo punto entrò nel caos, in quanto il Governo di Isabelita Perón si dimostrò fragile e incapace di controllare l’economia e l’ordine pubblico.