Colletiva logo CGIL logo
Colletiva logo CGIL logo

L'Argentina e i demoni del passato Il paese che parla

Davide Orecchio
  • a
  • a
  • a

Roma. Gli esuli degli anni '70 e l'ambasciatore argentino s'incontrano e condividono "istituzionalmente" la memoria del passato, i crimini della dittatura e il desiderio di rinascere. Una giornata particolare

No te olvides de olvidar el olvido («non scordarti di scordare l’oblio»). Scandendo questi versi del poeta Juan Gelman, in un pomeriggio romano di metà maggio gli (ex) esuli argentini d’Italia hanno scoperchiato la botte della memoria. E scarcerato la lingua. E rievocato un passato terribile con un’inflessione d’insospettabile nostalgia. L’occasione era la presentazione di un libro sull’esilio negli anni della dittatura (1976-1983) - Represión y destierro. Itinerarios del exilio argentino, a cura di Pablo Yankelevich, Editorial al margen, Buenos Aires, 2004 - avvenuta il 13 maggio presso la sede culturale dell’ambasciata. Ma s’è capito subito, respirando l’aria di una sala gremita, che si stava per andare oltre il semplice incontro editoriale. Molte persone erano lì, infatti, perché il passato rivivesse. Alcuni s’incontravano di nuovo a distanza di decenni. Una generazione di sopravvissuti. Transfughi dalla testa ai piedi. Irrimediabilmente feriti dalla violenza dei militari e dalle perdite sofferte. Hanno parlato, ascoltato, ricordato fatti cruenti, testimonianze di morte e torture, appunto fughe ed esili. Si sono raccontati a vicenda, quasi increduli. Visibilmente emozionati. Forse – questa l’impressione in chi li ascoltava – soprattutto per il fatto di riuscire a tradurre un dolore ormai fossilizzato in parola. E per la possibilità di farlo in un luogo istituzionale: nella casa dello Stato argentino (seppure in terra straniera), lo stesso Stato che, occupato dalle uniformi di Videla, li terrorizzò e decimò trent’anni fa. Insomma un evento storico, sebbene consumato all’interno di una microcomunità poco visibile. Tra l’altro l’incontro, grazie all’impegno dell’ambasciatore argentino Victorio Taccetti, è stato preceduto già da altre tappe romane (proiezioni di film e documentari, seminari storici e filosofici) di una seria «operazione verità» sulla storia e la memoria del paese del Cono Sud.

Fa una certa impressione ascoltare questi espatriati - intellettuali, ex simpatizzanti di Montoneros e Prt-Erp (i principali gruppi guerriglieri argentini degli anni Settanta), cinquanta e sessantenni un po’ infiacchiti ma sempre “estremamente” di sinistra come lo erano trent’anni fa - rievocare le proprie vicissitudini sotto lo sguardo silenzioso ma benevolo dell’ambasciatore. E proprio in questo sta la notizia. Non era infatti la prima né sarà l’ultima rievocazione della storia argentina tra il 1976 e il 1983, però l’ascolto istituzionale del quale ha beneficiato, quasi una seduta di “Stato terapeutico”, l’ha resa unica. Come se la testimonianza muta dell’ambasciatore desse agli esuli una specie di riconoscimento ufficiale della loro verità storica. Una patente a spartire le acque tra il “prima” della clandestinità, dell’invisibilità e dell’oblio e il “dopo” di una storia riconosciuta pubblicamente e in questo modo risarcita. Evento del resto allacciato a quanto sta accadendo in madrepatria, dove proprio in questi mesi le Camere argentine stanno dibattendo e probabilmente finiranno con l’approvare una legge di «reparación del exilio», vale a dire un indennizzo per tutti coloro che furono costretti a fuggire tra il 1976 e il 1983.

Tornando al pomeriggio romano, è successo – per citare uno dei molti interventi - che un ex militante del Prt-Erp prendesse il microfono e rievocasse i propri anni insanguinati. Quando stava coi guerriglieri. E andò in prigione. E scappò e trovò rifugio in Italia. E visse semiclandestinamente a La Spezia, in una delle escuelitas del Prt, continuando a fare propaganda contro la dittatura dei militari fino a ritrovarsi, un giorno, a scoprire che il terribile Emilio Massera, membro della giunta militare, trucidatore e torturatore di esseri umani, si trovava in incognito a La Spezia per l’acquisto di armi dagli italiani; al che gli esuli si precipitarono a organizzare una campagna di boicottaggio assieme ai lavoratori del porto. Ricordi espressi con una voce rotta dall’emozione. La stessa venuta a Giovanni Miglioli dell’associazione “Ponte della Memoria, o ad Augusto Rodríguez Jáuregui, a suo tempo segretario del CAFRA (il centro antifascista fondato dagli esuli argentini in Italia) nel ricordare i suoi incontri segreti con Sandro Pertini e molte altre personalità politiche dell’epoca. Abboccamenti che non davano mai grandi risultati, e che si concludevano spesso con la richiesta di non farne divulgazione. S’è discusso molto della singolare accoglienza che l’Italia riservò ai profughi argentini. È stata ricordata la freddezza dei leader politici, l’incomprensione della situazione argentina, l’impossibilità di trovare una categoria per esuli non ortodossamente comunisti, né socialisti come il cileno Allende, ma peronisti di sinistra o guevaristi. S’è parlato di P2 e delle solite, losche trame italiane. E mentre fluivano i vocaboli di un tipico discorso di sinistra argentino, e si sgrovigliavano i molteplici rammarichi, l’ambasciatore Taccetti annuiva da impassibile sciamano.

Dunque una parola ritrovata. Sgorgata. Come ha sottolineato l’”ospite d’onore” dell’incontro, Enrico Calamai – ancora sommerso di riconoscenza per le vite che salvò quand’era console a Buenos Aires – gli argentini hanno iniziato a parlare. E questo, secondo Calamai, è accaduto all’indomani del crollo economico del 2001, quando «si è chiuso un ventennio e passa di stordimento politico, e mancanza di lucidità, cui il popolo argentino fu ridotto dal lungo terrore della dittatura». Se ti sequestrano e fanno sparire figli, mogli, mariti, genitori, semplici amici e i responsabili restano impuniti – questo il ragionamento di Calamai -, introietti una tale paura che i saccheggi economici a seguire di Menem & Co. t’appariranno irrilevanti. Ma la lunga durata del k.o. inferto dai militari all’Argentina sembra essersi esaurita con la ribellione del dicembre di quattro anni fa. Da allora, appunto, è tornata la parola. Insieme alla rabbia.

Dall’incontro romano è emerso con chiarezza il tema storiograficamente nuovo dell’esilio. Anche perché Represión y destierro, a detta degli autori, è la prima opera che l’affronta in una prospettiva storiografica e non memorialistica. María Adriana Bernardotti e Barbara Bongiovanni, le curatrici del capitolo dedicato al caso italiano (gli altri riguardano Messico, Francia, Stati Uniti, Israele e Spagna) hanno ricostruito la storia dell’emigrazione politica degli argentini in Italia tra il 1974 e il 1983 evidenziandone tre fasi. La prima (1974-76) dell’esilio intellettuale; mentre nella seconda (1976-78) arrivarono i leader e militanti politici perseguitati dai militari; e nella terza (1978-83) fu il turno dei familiari. Le due studiose hanno rimarcato l’apporto degli esuli argentini all’interpretazione della dittatura militare. Nascono infatti nel milieu dell’esilio i concetti di desaparición forzada e di terrorismo di Stato. Ci fu poi in Italia una rilevante attività politico-culturale che si concretò nelle riviste d’ispirazione marxista «Debate» e «Información Obrera». Questo il lascito intellettuale nel nostro paese di un fenomeno che coinvolse, in tutto il mondo, dai 140 mila ai 300 mila argentini. Nel libro si potranno inoltre leggere ricostruzioni del “passaggio in Italia” del poeta Juan Gelman, della madre di plaza de Mayo Lita Boitano, della giornalista Dora Salas, del teatrante Horacio Czertok (fondatore del Teatro Nuovo di Ferrara e presente all’incontro) e di molti altri.

Infine un piccolo particolare, anch’esso forse molto argentino: il libro non c’era. Durante la presentazione ne circolava solo un paio di copie in mano alle autrici. Non di più. Si consiglia di cercarlo a Buenos Aires presso la libreria Prometeo di Corrientes (molto famosa tra i portegni, specializzata in testi sociologici, la si può contattare sul sito: www.prometeolibros.com).