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Strage politica o mafiosa? Parla Bruno Trentin

«Caro Giovanni, quel giorno verrà?»
Foto: Giovanni Falcone
Renato D'Agostini
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La mafia colpisce secondo i suoi fini, questo ha sempre sostenuto il giudice palermitano senza mai essere ascoltato

(Ricordiamo Giovanni Falcone riproponendo un articolo apparso subito dopo la strage di Capaci su Rassegna sindacale: un'intervista a Bruno Trentin firmata da Renato D'Agostini, dove l'allora segretario generale della Cgil tracciava tratti inediti della personalità di Falcone e dei suoi rapporti con la Cgil) 

Sarà difficile dimenticare queste giornate di maggio, le immagini tragiche dell’esecuzione di una sentenza di morte pronunciata chi sa quando e chi sa da chi. Giovanni Falcone è stato assassinato, con la sua compagna, con gli uomini della scorta, in un momento estremamente difficile nella vita politica del paese. I loro corpi straziati sono stati gettati, come troppe volte è successo, sul difficile cammino di questa disgraziata democrazia.

La vita di Giovanni Falcone è stata segnata da vittorie e sconfitte, da polemiche, da lotte politiche confessabili e inconfessabili. Se ne è andato il suo sorriso mesto, ultima difesa di un uomo consapevole e tenace. La sua morte (come la sua vita) ha aperto, accanto alla rabbia, il dolore, il senso di impotenza, nuove polemiche e nuovi scontri sulle responsabilità di questo e di tanti altri delitti di mafia.

È tornato lo spettro di una strategia della tensione, della presenza di poteri occulti, di trame internazionali, mentre Palermo, bagnata dalle "lacrime di Dio", nel giorno del funerale grida la disperazione di un popolo sopraffatto da un potere criminale che occupa la sua terra.

A Giovanni Falcone, rivela Bruno Trentin, da molti anni la Cgil si rivolgeva per averne consiglio e proprio questa consuetudine con il magistrato ucciso può oggi aiutare a rimettere ordine nel caos di emozioni, di valutazioni politiche, di interpretazioni anche troppo interessate.

Trentin: Non credo a un maxicomplotto che veda entrare in campo chissà quali poteri occulti, servizi segreti o addirittura un lucido disegno volto a interferire nella crisi istituzionale e politica del paese. Sono tesi che, anche per analogia con vicende passate, hanno pieno diritto di cittadinanza, ma che dubito possano essere dimostrate. Sono ipotesi legittime, a una condizione: evocare la tesi di un delitto che avrebbe poco a che fare con la mafia o che comunque vedrebbe la mafia in funzione di puro strumento non deve essere una forma di esorcismo per cancellare le responsabilità delle forze politiche e delle istituzioni e le loro carenze nella lotta sistematica contro il potere mafioso.

RS: Ti riferisci alle polemiche, al rapporto anche difficile tra Falcone e i partiti e i magistrati, al suo isolamento?

Trentin: Non tutto mi pare limpido in questa corsa alle dichiarazioni, alle spiegazioni del delitto che si accompagnano alle espressioni di orrore e di cordoglio per l’assassinio di Giovanni Falcone. Prima di esprimere opinioni ognuno dovrebbe interrogarsi e vedere se ha fatto quella piccola o grande parte necessaria, utile per rendere più difficile politicamente l’operazione che ha portato il giudice, la moglie e la scorta in modo così clamoroso a Palermo. C’è molta cattiva coscienza in certe interpretazioni fantapolitiche.

Di una cosa sono certo, qualsiasi siano i fattori che possono aver concorso in maniera più o meno rilevante a determinare il come e il quando della scelta mafiosa di uccidere Giovanni Falcone, alcuni fatti sono incancellabili e sono proprio quelli che un uomo come Falcone ci ha aiutato a comprendere in anni e anni di battaglia, anche solitaria, nella lotta per la democrazia e contro la mafia. Innanzitutto che, come Io stesso Falcone ricordava recentemente, nel rapporto tra mafia e politica, la mafia non prende ordini, ma li dà. Non è la mafia che fa da copertura di volta in volta a questo o a quel personaggio politico, ma è lei che si sceglie i propri uomini, i propri portavoce o i possibili alleati nello schieramento politico. In secondo luogo che la mafia colpisce quando ha un suo obiettivo da perseguire.

RS: Anche semplicemente la vendetta?

Trentin: Certo, anche la vendetta, perché può avere una funzione esemplare rivolta non tanto alla vittima quanto all’opinione pubblica, alla gente semplice, per dimostrare che c’è una continuità di potere, che, come lo Stato, può colpire anche dopo molti anni, dimostrando così la sua capacità di dominio e di controllo del territorio sul quale ha costruito il suo potere.

RS: Insomma, è lo stesso Falcone a dare la chiave di questo delitto?

Trentin: Giovanni Falcone si è ostinato a ripetere, guardando con angoscia ai delitti che hanno contrassegnato gli anni precedenti e successivi all’esperienza del pool di Palermo, che la mafia colpisce in alto quando la persona che incarna la lotta decisa e popolare contro il potere mafioso viene a essere isolata e delegittimata, quando perde così, almeno in parte, il consenso attivo della popolazione. La mafia, diceva in sostanza Falcone, vinta la battaglia politica, passa all’esecuzione.
Questi dati sono ineludibili, qualunque sia lo scenario politico nel qual si è svolto l’assassinio, la connessione temporale, oggettiva e non, tra l’assassinio e l’elezione del presidente della Repubblica o la situazione che si era venuta a creare dopo le ultime votazioni.

RS: L’assassinio di Falcone è allora anche la prova della giustezza delle sue stesse tesi?

Trentin: Dobbiamo chiederci se Falcone era o non era il nemico principale per il potere mafioso, quel potere che ha sempre il suo cuore e la sua testa in Sicilia e a Palermo. Dobbiamo chiederci se Falcone si trovava o meno in una situazione di isolamento e di delegittimazione nella fase finale della sua permanenza a Palermo, quando il pool fu smantellato e quando non a caso vi fu l’attentato nella sua villa al mare. Attentato che non pochi allora cercarono di svalutare infangando la stessa onorabilità di Giovanni, insinuando che era un attentato "fatto in casa". Sì, Falcone era isolato e delegittimato rispetto a una sua battaglia politica contro il potere mafioso. Subì una sconfitta con lo smantellamento del pool antimafia, il coordinamento di un gruppo di magistrati che aveva attivato un’azione inedita di indagine nei confronti di tutti gli aspetti del potere mafioso.

È stato delegittimato e isolato quando si scatenò l’offensiva, anche culturale, contro i "professionisti dell’antimafia" perché un giudice amico di Falcone era stato nominato alla Procura scavalcando i "meriti" dell’anzianità. E lo stesso Falcone pagò subito dopo quando il Consiglio superiore della magistratura restaurò la sacralità di questo principio. Fu delegittimato e isolato quando divenne oggetto di una campagna concentrica rispetto alla quale le lettere del "corvo" erano solo una parte di un’azione politica multiforme con molti, diversi, attori e interessi in campo. Non dimentichiamo che in anni più recenti veniva contrapposto alle maxi-istruttorie del "decisionista" Giovanni Falcone quel campione del garantismo che si chiama Carnevale.

RS: Ma, si dice, proprio il fatto di aver lasciato Palermo fu il segno che le sue sconfitte si traducevano in rinuncia se non in sottomissione al potere politico.

Trentin: Falcone viene a Roma per continuare la sua battaglia di magistrato democratico che veramente aveva assunto come scopo della sua vita la liquidazione di questo antistato rappresentato dalla mafia.
Viene a Roma per cercare altri strumenti, altri mezzi per ricostruire quella strategia di lotta alla mafia che era risultata vincente per alcuni anni a Palermo. Si può approvare o disapprovare dal punto di vista garantistico la costituzione delle procedure distrettuali, della superprocura, ma è indubbio che queste rappresentavano per Falcone il modo per ricominciare l’opera del pool con altri mezzi. Non capire questo e parlare, come si è fatto, di un’improvvisa compromissione con il Palazzo, di abbandono della lotta contro la mafia per partecipare a una gestione partitocratica del potere vuol dire non solo ricorrere alla più miserabile delle calunnie ma anche dissociarsi da quello che è stato il punto di forza nella scelta di Falcone e cioè assumere la lotta per la democrazia, la lotta contro il potere mafioso come valore in sé e non come obiettivo che poteva essere primario o secondario secondo i tempi e le modalità della competizione fra i partiti o fra i singoli corpi separati dello Stato.

Insomma, si rivela debole la consapevolezza che la difesa di questo Stato - per trasformarlo, per cambiarlo, ma partendo da questo Stato -, che la difesa della democrazia hanno per condizione fondamentale, prioritaria, la lotta contro la criminalità organizzata e quello che rappresenta come potere politico, come antistato.

RS: Una sensibilità che invece si è manifestata contro il terrorismo. Perché questa differenza?

Trentin: Perché il fenomeno mafioso vive ai margini della società politica ed è dentro la società civile dalla quale riceve quei consensi che il terrorismo non ha mai registrato in eguale misura.

RS: Ma proprio per la sua marginalità dovrebbe essere più facile batterla.

Trentin: Esiste un’evidente continuità con il potere politico, con i partiti e con le istituzioni. È sempre troppo forte la tentazione di strumentalizzare anche una grande questione come la lotta contro la mafia, secondo una vecchia cultura politica, quella della lotta per la primazia tra i partiti. La lotta contro la mafia diventa un mezzo, mentre per Falcone era l’obiettivo strategico e semmai l’alleanza con i partiti era il mezzo per realizzare questo obiettivo fondamentale per la democrazia.

RS: Disegni un profilo inedito di Falcone che va oltre i meriti che, malgrado le critiche, tutti gli riconoscevano come magistrato.

Trentin: Certamente non era un analfabeta politico con una specie di ossessione nei confronti della mafia. Coglieva tutta la portata politica democratica della lotta alla mafia e metteva questa sopra a tutto, rimanendo così un magistrato. Lo si è voluto di volta in volta alleato del Pci e avversario dei socialisti o della Dc e poi alleato del Psi e avversario del Pds o di Orlando, anche secondo la logica meschina per la quale "l’amico del mio nemico è mio nemico". Tutto questo è il portato velenoso non di una congiura di palazzo, ma di una vecchia cultura politica spesso incapace, al di là delle parole e della retorica, a fare delle scelte davvero in nome dello Stato, della democrazia e non della cucina di partito.

RS: Dunque Falcone è morto perché isolato e delegittimato.

Trentin: Trovo mostruoso parlare di responsabilità politiche soggettive a proposito dell’assassinio di Giovanni Falcone, ma certamente ha pesato un clima politico che ripetutamente ha portato a momenti di isolamento un uomo che ha guidato la lotta contro la mafia e che era pronto a farlo ancora. Ma questa volta non è riuscito a sfuggire all’attacco della mafia. Tutto questo deve farci riflettere per rompere davvero con un modo di corporativizzare la lotta politica che rischia di farci trovare disarmati di fronte a un potere mafioso che appunto gli ordini non li prende ma li dà.

RS: Ma c’è un’area grigia, quella dei servizi segreti, che dovrebbe essere attivata proprio per prevenire e difendersi da chi attacca lo Stato e la democrazia.

Trentin: Certo, i servizi non sono stati di aiuto nemmeno quando Falcone individuò la contiguità tra mafia e terrorismo nero. Esiterei però a considerare quest’area grigia come una realtà capace di mutare lo scenario. Quest’area non costituisce una "variabile indipendente", è stata condizionata e coperta da forze palesi od occulte, di volta in volta dominanti nell’apparato dello Stato o nella vita economica.

Può essere che ci siano state interferenze, complicità od omissioni complici, ma con o senza interventi occulti la mafia si comporta autonomamente. Non capire questo porta a sottovalutare il potere mafioso, il suo dominio sul territorio e la sua capacità di infiltrare e sottomettere pezzi dello Stato. La forza raggiunta e gli obiettivi attuali della mafia bastano e avanzano per spiegare quello che è successo.

RS: Che rapporto aveva la Cgil con Falcone?

Trentin: Un rapporto intenso di collaborazione che risale ad anni lontani. Ricordo volentieri un convegno a Palermo promosso dalla Cgil in un momento in cui ci fu un attacco virulento contro il pool dei magistrati antimafia, proprio quando il giudice Carnevale dichiarava che la magistratura non poteva essere né pro né contro il potere mafioso. Falcone non fu presente al convegno per ragioni ovvie, ma noi andammo da lui e discutemmo a lungo. Insomma, perché non dirlo, era per scelta nostra, non per volontà sua, il nostro consigliere. Dopo l’assassinio di Bonsignore discutemmo con lui tutte le possibili iniziative per far luce su un episodio che lui coglieva in tutta la sua portata a differenza di buona parte della stampa e di una parte delle forze politiche, almeno in Sicilia.

Con Falcone avevamo un rapporto umano e professionale di grande lealtà e di grande trasparenza in cui era chiaro che lui conduceva la sua battaglia e accoglieva, con la sua sorridente ma ferma capacità autonoma di selezionare, tutti i contributi che potevano concorrere a questa sua battaglia della quale faceva una ragione di vita.

Nel momento in cui si incontrava con persone, con organizzazioni come la nostra che, sia pure con qualche incostanza, facevano la sua stessa scelta, si creavano possibilità di simbiosi e di lavoro comune che in parte abbiamo sperimentato nella Cgil. E per alcuni di noi la possibilità di ricevere una straordinaria lezione di umanità e di rigore politico.

RS: Che cosa può fare oggi il sindacato per proseguire su questa strada?

Trentin: Sarebbe meglio dire che cosa avrebbe dovuto già aver fatto. Se il sindacato non ha risentito dei limiti profondi che ha manifestato la classe politica, ha peccato però, e tanto, di discontinuità, di scarso rigore, di incapacità ad associare una lotta coerente e insistente contro il sistema mafioso, in tutti i settori in cui opera il sindacato, a una capacità di autoriforma che rescindesse, non solo a parole, ogni contiguità con istituzioni esposte alla penetrazione mafiosa o camorrista.

Quando assistiamo alle reazioni che si manifestano nella popolazione palermitana, siciliana, dobbiamo aver presente che siamo corresponsabili anche del modo in cui queste reazioni avvengono e soprattutto degli effetti che possono avere nel tempo. Sono rimasto impressionato dalla reazione dei giovani, rabbiosa, disperata ma che chiedeva soltanto di poter ritrovare fiducia. Ha contato il fatto che lo sciopero sia riuscito, che la gente sia venuta nelle strade. Ma ho anche sentito che, ancora una volta, firmavamo, come sindacato, una cambiale che rischia di andare in protesto. Come a Sant’Agata Militello pochi mesi fa, di fronte a una popolazione che sentiva di poter riconquistare il territorio, di restaurare il potere democratico e marginalizzare la mafia. Mi assilla il fatto che dopo eventi come questi ricominci la routine delle riunioni, delle commemorazioni. In attesa del prossimo assassinio.

Noi non possiamo, per dirla in linguaggio mafioso, "provocare" la mafia come abbiamo fatto in alcuni grandi momenti dell’esperienza sindacale in Sicilia e poi non dare seguito, non dimostrare capacità di tenuta. Questa incoerenza finisce per essere un invito alla mafia a mostrare chi in ultima istanza controlla il territorio. La questione non si risolve nell’ambito siciliano: a Palermo o a Sant’Agata Militello chiedono, anche se non lo dicono, che si rifaccia davvero l’unità della classe lavoratrice italiana sulla lotta al potere mafioso. Questo salto di qualità non siamo ancora riusciti a realizzarlo malgrado le esperienze generose dei coordinamenti delle Camere del lavoro siciliane, milanesi, torinesi. E questa è la prima prova che abbiamo di fronte: commemorare Giovanni Falcone significa portare gli operai del Nord a Palermo. Vuol dire identificare la classe lavoratrice con la priorità della lotta alla mafia per non lasciare soli i siciliani. Bisogna dare con estremo rigore un esito a tante decisioni e promesse che abbiamo fatto come sindacato e come Cgil. Dobbiamo tagliare ogni legame compromissorio con la gestione consociativa del collocamento, degli appalti, delle assunzioni nella pubblica amministrazione perché questi sono i terreni propizi alla penetrazione della mafia, non solo nello Stato, ma anche nel sindacato. Solo così possiamo dimostrare che facciamo sul serio, che siamo, agli occhi dei cittadini, un interlocutore credibile per una battaglia contro la mafia. Proprio come riusciva a fare Giovanni Falcone che nello sfascio delle istituzioni e dello Stato sociale, a Palermo e per i siciliani, era lo Stato, uno Stato per il quale valeva la pena battersi.

(Rassegna sindacale n. 22, 8 giugno 1992)