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Mille all'anno si uccidono per gli eccessi di lavoro

Davide Orecchio
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 In Giappone, dove il lavoro è una cosa seria e forse troppo seria, succede che la gente muoia per il sovraccarico di mansioni, colpita da due patologie letali come i più aggressivi tra i virus. I loro nomi: karoshi e karojisatsu. Del primo si sa già qualcosa: esploso negli anni '80, è un male organico che insorge in caso di gravi alterazioni dei bioritmi e porta al decesso per infarto o emorragia cerebrale. Il karojisatsu, invece, è più recente: ha preso a diffondersi negli anni '90 e certamente non scomparirà nemmeno nel prossimo decennio; anch'esso è dovuto al troppo lavoro, al cosiddetto stress da lavoro, ma la morte arriva dopo un percorso più ambiguo e inquietante, poiché viene scelta. Il karojisatsu, infatti, è una forma di suicidio.

Stando ai dati forniti dalla polizia giapponese, i suicidi legati al lavoro sono circa 1.300 all'anno. E questo accade in un paese nel quale ciascuna tematica legata al mondo del lavoro assume proporzioni e ritmi sempre esagerati. Negli anni '60, secondo dati governativi, le ore lavorate dai giapponesi erano 2.432 all'anno, ossia quasi 50 a settimana. Nel 1987 la nuova legge sugli standard di lavoro ridusse la settimana a 40 ore che, a quanto riportano le statistiche del 1997, sono poi scese a una media di 38.

Un paese di cifre che esorbitano, dunque; il che vale anche anche per i suicidi (e non è una coincidenza), che in Giappone raggiungono livelli da record: nel paese del Sol Levante si uccidono ogni anno 19 persone su cento mila, contro le 12 degli Stati Uniti, le 7,5 del Regno Unito e le 27 della Finlandia (i dati sono del ministero della Sanità giapponese).
Le vittime del karojisatsu non hanno un'estrazione socio-professionale definita (operai, uomini d'affari, colletti bianchi), ma quello che li accomuna è un orario di lavoro medio di 10, 12 ore quotidiane, senza giorni liberi. Questi ritmi sono una condizione comune, dato che in Giappone non esiste una legge che limiti gli straordinari: se la direzione lo chiede, un dipendente può restare in ufficio fino anche alle sei del mattino.

E' quello che è successo nel cosiddetto «caso Dentsu», uno dei primi episodi di suicidio in cui la magistratura abbia rinvenuto la responsabilità del datore di lavoro. La storia risale a 10 anni fa. Nel 1990 il neolaureato Ichiro Oshima, al suo primo impiego, fu assunto da una compagnia pubblicitaria di Tokyo, la Dentsu Inc. Un anno dopo, assorbito da un progetto impegnativo, iniziò a prolungare sempre più il proprio orario di lavoro, arrivando a restare in ufficio abitualmente fino all'alba e quindi dormendo in media due ore per notte. Nell'estate del 1991, una volta portato a termine il progetto che stava seguendo, Ichiro Oshima si suicidò.

I suoi genitori fecero causa alla Dentsu. La morte del figlio, sostennero, era stata provocata da una depressione dovuta all'eccesso di straordinari. Nel 1996 il tribunale di Tokyo diede loro ragione, condannando l'agenzia pubblicitaria a pagare 120 milioni di yen (quasi tre miliardi di lire). Verdetto che è stato poi confermato dalla Corte Suprema nel marzo del 2000, con una riduzione della multa, però, a 89 milioni di yen.

L'importanza di questa sentenza sta nel fatto che per la prima volta il karojisatsu viene compreso nell'ambito del diritto del lavoro. I giudici giapponesi hanno condannato la Dentsu per «negligenza delle condizioni di salute del proprio dipendente», ossia per la mancata applicazione della prevenzione e della tutela nel luogo di lavoro. Prima di questa sentenza ottenere rimborsi per suicidi da sovraccarico di lavoro sarebbe stato impossibile. Il sistema assicurativo nazionale, infatti, non prevede risarcimenti in casi di morte volontaria.

Tuttavia la magistratura - istituendo un nesso tra suicidio, depressione e straordinari - ha riconosciuto al karojisatsu lo status di patologia professionale. Probabilmente non sarà un episodio isolato. Sono sempre più numerosi, infatti, i casi di decesso o suicidio collegati al lavoro che finiscono nelle aule dei tribunali, ed è come se i giapponesi, del tutto alieni alla cultura della vertenza aziendale, riuscissero ad affrontare un contenzioso con i capi solo se posti di fronte alla morte.

Sul piano legislativo si iniziano a vedere i primi cambiamenti. Nel 1998 il ministro del Lavoro ha istituito una commissione d'inchiesta sui disturbi mentali legati alla sfera occupazionale. Oggi, per legge, le aziende sono tenute ad avere un medico che controlli le condizioni di salute e lo stile di vita dei dipendenti, così da prevenire rischi per la salute. Dunque anche i giapponesi, sebbene sotto prescrizione medica e non grazie ai sindacati, inizieranno a lavorare meno.