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Per un vero sblocca cantieri

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Una proposta per rilanciare il settore delle costruzioni, le opere necessarie al paese, la competitività di sistema. La relazione di Alessandro Genovesi, segretario generale Fillea Cgil

Care compagne e cari compagni, gentili ospiti, grazie per essere qui per questa giornata di riflessioni e proposte, con uno sguardo al rilancio dei nostri settori anche come elemento per una politica per la logistica e per la manifattura. E un grazie al Dott. Minenna, che oltre che un validissimo economista, è anche un amico. Cosi come ringrazio i nostri ospiti del mondo finanziario e del mondo delle costruzioni, in particolare Pietro Salini, Carlo Zini, con i loro dirigenti e collaboratori ed i tanti rappresentanti del mondo produttivo oggi presenti. Permettetemi di inquadrare i lavori di oggi che saranno chiusi dal nostro Segretario Generale, Maurizio Landini che ringrazio per l’attenzione che sta dando ai temi della nostra categoria. Quando tre anni fa iniziammo il confronto con il Governo sul superamento delle Leggi Obiettivo, per quello che sarebbe divenuto il programma da 150 miliardi denominato “Connettere l’Italia”, evidenziammo i punti di forza e le debolezze. I punti di forza erano (e sono) 4 – e per questo continuiamo a difenderli: Un’idea di programmazione di medio periodo con la selezione delle priorità (le famose 25 grandi opere e il completamento/manutenzione di altre 100) e la certezza dei finanziamenti L’intermodalità come “metro di misura”, dando centralità alle connessioni aree interne - grandi hub (navali, ferroviari, aero portuali), Nord-Sud, Italia - Corridoi Europei Il puntare in particolare sui porti (riforma delle autorità) e sul passaggio da gomma a ferro (la famosa “cura del ferro”) facendo del piano infrastrutture, parte importante di una strategia ambientale più generale, ma anche e soprattutto lo “scheletro” per una nuova rete logistica integrata (quindi 1 Piano Logistica e Trasporti) tale da abbattere i costi e quindi aumentate la competitività del sistema Paese. Volano per il rilancio della produzione di vettori, nuove propulsioni, materiali rotabili e navali, dei mezzi per il trasporto merci e persone. Tutti settori strategici per valore ed innovazione della nostra manifattura. E’ anche con questo sguardo di sistema che abbiamo invitato Francesca Re David e Stefano Malorgio, rispettivamente Segretari Generali della Fiom e della Filt. Il tutto dando una funzione industriale nuova, “le gambe”, alle grandi stazioni appaltanti, a partire da Anas e RFI (da qui vi ricorderete il progetto di fusione, ma soprattutto i nuovi contratti di programma, i Piani industriali, l’aver chiesto ed ottenuto un nuovo mix tra investimenti in nuove opere e manutenzione, perché i due aspetti sono complementari e non alternativi). Cioè un’idea di stazioni appaltanti che qualificassero anche il mercato. Accanto a questi aspetti positivi - facilitati da un Codice degli Appalti certo da migliorare, certo con diverse ridondanze ma che indicava una separazione tra progettazione, esecuzione e collaudo spostando molto sulla fase progettuale e sull’offerta tecnica, ecc. – indicammo anche criticità e mancanze. La prima era l’assenza di una stringente e corretta interpretazione dell’art. 30 c.4 del Codice, relativamente al fatto che se vuoi un lavoro di qualità, devi investire sulla corretta applicazione dei CCNL, sulla lotta al dumping come lotta (per altri versi) al meccanismo del massimo ribasso. Su questo producemmo avanzamenti con il protocollo Anas, con le Linee Guida al Mit, con numerosi accordi con gli enti locali o le grandi imprese (da ultimo l’importante accordo sulla ricostruzione del Ponte Morandi). Ma il tema c’era e c’è ancora ovviamente, pensiamo solo al fatto che non siamo riusciti a replicare l’accordo Anas con RFI … La seconda criticità era il fatto che, per quanto importanti siano il ruolo di Anas e RFI, mancava e manca una strategia – anche un po’ “coercitiva” passatemi la parola – per ridurre le stazioni 2appaltanti, qualificandone però l’azione. Trenta mila stazioni appaltanti (tra regioni, comuni, enti di area vasta, aziende speciali, ecc.) in un contesto per di più di forte riduzione del personale tecnico (per cui negli ultimi 10 anni abbiamo perso tra genio civile, uffici tecnici, assessorati ai lavori pubblici 15 mila tra geometri, architetti ed ingegneri) sono di per sé un freno alla cantierizzazione. Se poi aggiungiamo che un dirigente, anche se applica il bando tipo dell’Anac, rischia sempre il danno erariale il quadro si completa …. Infine, ma non per importanza, ANZI, il terzo elemento di criticità che denunciammo era l’assenza di interventi mirati per affrontare una fragilità finanziaria (e quindi una sovra esposizione debitoria) che avrebbe potuto colpire diversi grandi player del settore – vittime del circuito vizioso tra crescente incidenza dei crediti deteriorati nei bilanci bancari, irrigidimento dei requisiti patrimoniali, congiuntura sfavorevole, ritardi nei pagamenti da parte delle PP.AA. Cioè vedemmo prima di altri che, in assenza di un intervento politico deciso delle banche e dello Stato, avremmo anche potuto aggiudicare le opere, ma poi avremmo fatto fatica ad avviare o completare i cantieri. Su questo il dott. Miccichè ed il dott. Gianluca Verzelli, forti del loro ruolo ruolo e della loro lunga esperienza, oltre che interloquire con le nostre proposte, potranno dirci se l’analisi sia o meno corretta. In particolare su questo ultimo punto, forti anche di quelle che in gergo si chiamano le informative sindacali art. 111, chiedemmo un incontro al nuovo Governo, anche in coerenza – lo voglio ricordare – con l’Avviso Comune che siglammo con l’ANCE nel luglio del 2018 che testualmente chiedeva un Tavolo per affrontare “il tema delle sofferenze creditizie che, a dicembre 2017, erano pari a circa 100 miliardi”, evidenziando il rischio di un piano generalizzato di cessione degli NPLs (che contengono anche crediti in bonis) a fondi speculativi, o ancora che magari alcune banche, non credendo ad un rilancio industriale delle imprese, potessero decidere di fatto di trasformarsi in “speculatori”. Infine, poiché inascoltati, mentre si disquisiva di fantomatiche “analisi costi benefici” o si trasformavano le grandi opere in oggetto di scontro elettorale, siamo giunti allo sciopero generale, unitario e dell’intera filiera, del 15 marzo scorso. Abbiamo già perso troppo tempo. Perché ai problemi di Trevi si sono aggiunti quelli di Tecnis, GLF, Condotte, Astaldi, CMC e dei loro indotti e fornitori. Migliaia di lavoratori a rischio, professionalità di altissimo livello che ci invidiano nel mondo, cantieri bloccati e opere che vanno a singhiozzo … E mentre noi chiedevamo una politica industriale, rivendicavamo l’esigenza di avere grandi aziende, più solide per competere nel mondo, il Governo ci ha risposto con il decreto di riforma del Codice Appalti. Un decreto su cui il giudizio della Cgil e dell’intero movimento sindacale è noto. Così come è nota la contrarietà delle principali associazioni ambientaliste e di quelle impegnate contro le mafie … E su cui voglio sottolineare solo un aspetto, senza entrare nella polemica sul ritorno al massimo ribasso, sull’aumento della % di subappalto, ecc.: Al di là delle singole norme è proprio sbagliato il messaggio che sotto intende. Sbagliato perché sembra dire che il problema che oggi abbiamo non è un problema industriale, non è un problema di investimenti pazienti, di solidità finanziaria, ma è solo un problema di regole e che quindi, liberato il mercato da “lacci e lacciuoli” tutto tornerà a girare. Non è così. Per quanto importanti possano essere le politiche regolatorie – e a nostro parere al massimo potremmo chiamarle “deregolatorie” – esse non possono sostituirsi alle politiche industriali, all’esigenza di una regia pubblico-privato sugli investimenti. Rischiamo di sbagliare l’analisi sulla causa della malattia e di fornire al paziente una medicina, amara per i lavoratori, ma dannosa e nociva anche per il Paese. Per questo noi oggi vogliamo parlare del “vero sblocca cantieri”, dello “sblocca cantieri finanziario” come lo ha chiamato Minenna in un editoriale sul Sole 24 Ore. Partendo da un’analisi del quadro reale: Se prendiamo solo le 25 opere dell’Allegato Def 2016, poi Connettere l’Italia, tra opere ferroviarie, stradali, metropolitane stiamo parlando di cantieri bloccati, in sofferenza o a rilento che interessano 24.500 potenziali addetti diretti, 70 mila con l’indotto per un importo complessivo di oltre 12 miliardi “congelati”; Se ci riferiamo ai cantieri coinvolti dalle difficoltà delle prime 5 grandi aziende in concordato parliamo di 60 cantieri grandi e medi (alla fine della relazione troverete tra gli allegati le specifiche dell’opera, la regione interessata, la tipologia dell’affidamento, la stazione appaltante e l’affidatario). Parliamo di 10 miliardi di lavori che diventano 13 con quelli revocati (dal Piemonte alla Sicilia, da Napoli a Sassari, da Gela alla Calabria, ecc. anche qui troverete alla fine i riferimenti), per un totale di quasi 23 mila lavoratori a rischio e di centinaia di milioni di euro su cui sono in sofferenza appaltatori e fornitori. Sapendo poi che si illude chi pensa che, scorrendo la lista alla ricerca dei secondi o terzi nell’aggiudicazioni si trovino, tranne qualche lodevole eccezione, soggetti meno fragili o che non siano anche essi in concordato o prossimi ad esserlo. Il problema è un problema di sistema (quello dei grandi soggetti industriali nelle costruzioni) che diviene problema nazionale. Bene ha detto il Dott. Salini (poi diremo la nostra anche sul suo progetto specifico) quando ha sottolineato che l’Italia ha bisogno di una visione a lungo termine per le infrastrutture e per gli investimenti nel settore, per stimolare la crescita, creare occupazione”. E dobbiamo farlo con le risorse finanziarie che ci sono, per diventare maggiormente competitivi, attuare economie di scala, completare i cantieri in Italia con player in grado di competere però nel mondo, anzi – lo dico cinicamente – di lavorare all’estero per importare poi valore in Italia, nelle sue opere, nella catena delle forniture e degli appalti, mettendo il lavoro e il Know how al centro. Senza aver paura della grande industria, “perché non possiamo limitarci ad essere degli artigiani, servono soggetti industriali forti che, quando serve, facciano da apri pista”. La nostra proposta vuole quindi affrontare alcuni nodi in un’ottica di sistema, partendo dalle costruzioni, ma – a mio parere – sperimentando iniziative che potrebbero domani essere esportate anche in altri settori strategici. Primo nodo: come rimettiamo in pista le imprese che, per crisi finanziaria e di liquidità, rischiano di tenere fermi i cantieri o al massimo – passando per “spezzatini selettivi” - ci possono riconsegnare una “mappa bucherellata” delle opere programmate, quelle cioè dove i cantieri sono più redditizi? Guardate il tema è importantissimo perché riguarda quel quadro di insieme, quell’intermodalità, soprattutto guardando al Sud e verso gli hub merci oltre che alle “operazione di ultimo miglio”, che erano alla base di Connettere l’Italia. Secondo: come lo si fa riducendo l’esposizione debitoria a tutela tanto di chi viene comprato che di chi potrebbe acquisire, garantendo al massimo perimetri occupazionali, ed ovviamente anche i creditori ed i fornitori? Terzo: come fare tutto ciò consapevoli che le grandi quantità di crediti chiamano in causa anche la tenuta del sistema bancario? Sapendo che le banche stesse sono di fronte ad un bivio evidente, tra scommessa industriale e riduzione delle sofferenze (perché tutti hanno degli azionisti a cui rispondere). Quarto: come si coglie questa occasione per un riposizionamento industriale delle aziende di costruzioni, che nel tempo si sono allontanate dalla loro missione di “costruire” per diventare soggetti finanziari? Come impariamo dagli errori di certo management? Allora qui ci possono venire in soccorso almeno due elementi (ma su questo Minenna sarà più bravo di me): il primo è l’oro nero rappresentato dagli oltre 1400 miliardi di risparmi privati, di cui 1/3, lo ricordo sempre, è nel Sud. Quel Sud che magari non lo sa, ma sta anche pagando gli investimenti privati al Nord o all’estero. Il secondo è il ruolo del pubblico, dello Stato innovatore. Quel pubblico che per noi deve agire in collaborazione con il sistema delle banche e deve svolgere funzioni anche di garanzia spingendo lo stesso sistema bancario ad una nuova politica del “credito industriale”, della “svalutazione oggi e trasformazione in azioni” per essere elemento di sostegno all’industria. E qui il riferimento è esplicito a Cassa Depositi e Prestiti alla luce del suo piano industriale 2019-2021 che, se attuato, giudichiamo positivamente perché basato sul “passare dalla logica di finanziatore alla logica di programmazione” come dichiarato dal suo Ad. Fabrizio Palermo. “203 miliardi da attivare nei prossimi 3 anni, di cui 111 di risorse proprie e 92 miliardi da investitori privati ed istituzionali”. “Funzionali alla riorganizzazione del portafoglio di Gruppo su una logica industriale e per settore di attività” (sto leggendo tutti virgolettati dal Piano) e che facilitino anche il “raggiungimento degli obiettivi fissati dall’Agenda 2030 delle Nazioni Unite”. Obiettivo coerente con quello di “accelerare lo sviluppo delle infrastrutture, tanto da costituire un’unità dedicata “CDP infrastrutture” (…) “coinvolgendo soggetti industriali in operazioni di partenariato pubblico-privato” per essere “promotore/acceleratore delle infrastrutture fondamentali” nonché “finanziatore di infrastrutture e di opere strategiche”. E cosa è più “paziente” del risparmio postale? Cosa può dare certezza di rendimento nel medio periodo più delle infrastrutture strategiche di Connettere l’Italia? Del resto tutto ciò è coerente anche con il ruolo di Istituto Nazionale di Promozione del Piano Junker per l’Italia affidato proprio a CDP. Ecco allora che vi sono tutte le condizioni per una proposta esplicitamente sostenuta dal Sindacato – pensando anche allo stesso Progetto Italia lanciato da Salini – per una nuova stagione di politiche industriali, con un’idea di programmazione degli investimenti pubblici e privati a medio periodo, contro ogni logica speculatoria. Noi proponiamo uno “sblocca cantieri finanziario”, nella possibile doppia veste di un Fondo nazionale Banche-CDP che agisca anche tramite una specifica “società veicolo”, da un lato sostenendo le svalutazioni delle banche che trasformano i crediti in partecipazione azionaria, dall’altra ripatrimonializzando le imprese di costruzioni con risorse della CDP, partecipando, di volta in volta e coinvolgendo sempre forti partner industriali, anche alla Governance. Un fondo o Società Veicolo che, con tutte le garanzie, non ho problemi a dirlo possa in prospettiva vedere al proprio interno una partecipazione anche dei Fondi Previdenziali Contrattuali. E che magari possa anche, in aggiunta, essere soggetto anticipatore per le grandi stazioni pubbliche e per i pagamenti delle PP.AA. Uno strumento che quindi possa agire direttamente o tramite garanzie (qui ci aiuterà la comunicazione di Minenna) ma a condizione che: sia un intervento di medio periodo, cioè non “one shot”; sia un intervento di sistema, cioè che non sia solo di sostegno ad una singola operazione che sarebbe parziale e insufficiente; che sia “pluralista”, cioè in grado sia di guardare alla catena dei fornitori ove operano anche aziende di medie dimensione (non si possono liquidare i fornitori con meno cash del 50% dei crediti perché anche a loro le banche chiedono soldi freschi) e sia che non riproponga – magari guardando solo alla principale azienda del settore – forme di fatto “monopoliste”. Sul mercato vi sono anche altri soggetti potenzialmente interessati ed in grado di guardare non solo ad Astaldi ma anche a Condotte, Tecnis, GLF, Cmc ecc., perché vi sono imprese di medie dimensioni ma con ancora molti operai che non possono, pregiudizialmente essere tagliate fuori, e ci sono diversi istituti bancari che potrebbero, anche oltre Intesa San Paolo, guardare con interesse e saggezza ad un’operazione industriale. Che sia, infine, occasione per una “riorganizzazione” interna delle grandi aziende, dei loro processi, delle loro articolazioni operative, della corretta valorizzazione delle professionalità, della riduzione delle sperequazioni che, inutile girarci intorno, vedono un rapporto anche salariale tra operai ed impiegati da un lato, quadri e soprattutto dirigenti dall’altro molto alto, profondamente squilibrato, mortificante in diversi casi. Eredità malsana anche di una provenienza storica di alcune di queste aziende, tra familismo e ex pubblico, che oggi non ha ragione di essere. Perché ingiusta e perché, se riorganizzazioni vanno fatte, è da lì che per noi si deve partire. Su questo punto vogliamo essere chiari. L’operazione finanziaria che proponiamo deve essere al servizio di un forte posizionamento industriale che vuol dire: che non stiamo sostenendo altre operazioni finanziarie o la mera remunerazione di dividendi futuri; che per essere credibili occorre definire con serietà e condivisione i target lavori ed i target paesi, cioè dobbiamo dirci che non vi può essere la rincorsa a lavori in perdita o con margini tali da non coprire i costi fissi e che vi deve essere un equilibrio tra lavori nazionali e lavori esteri; che occorre avere il coraggio di investire sulle figure professionali necessarie alle attività core. Per troppo tempo abbiamo avuto e abbiamo troppe figure dirigenziali e quadri che oltre ad essere pagati tanto, forse troppo, non c’entrano con le attività core di un’azienda di costruzioni. Per dirla con le parole di un delegato “troppi rimpallisti e pochi che vanno a canestro”. Non si tratta solo di riequilibrare situazioni al limite, di ridurre il ricorso esasperato a consulenti esterni (non faccio nomi ma una delle 5 aziende oggetto delle nostre discussioni di oggi ha una struttura salariale tale per cui in una sede 69 dirigenti costano 14 milioni di euro l’anno, quasi quanto gli altri 202 dipendenti) ma del messaggio che questa operazione deve dare: qui si torna a fare industria non finanza. Questa è l’occasione anche per recupera occasioni mancate nel passato, anche sinergie dette ma mai fatte perché il coraggio di una vera analisi delle strutture operative non si è mai voluta fare, mentre ci si spostava sempre più con la testa fuori dal ramo delle costruzioni. Su queste coordinate dobbiamo capire se vi è condivisione e dobbiamo fare presto perché il tempo per il Paese è scaduto. Dobbiamo avviare non solo un confronto con tutti i soggetti, sindacati compresi, ma se mi passate il termine ingaggiare anche una battaglia politica e culturale in Italia ed in Europa (penso alla nascente Commissione e alla BCE) affinché – lo dico con una battuta – si accetti fino in fondo la lezione che la crisi passata ci ha consegnato, anche in termini democratici. Si accetti cioè una nuova politica dell’intervento pubblico, del rapporto pubblico-privato, con una definizione diversa di cosa deve essere oggi Aiuto di Stato. Si torni cioè a guardare con favore quello Stato che, pur nelle regole di mercato, sia soggetto attivo, soggetto innovatore. Aiutando anche il sistema bancario nazionale ed europeo a tornare allo spirito di una volta. Sia chiaro non sto proponendo una riscrittura del Testo Unico Bancario che dal 1993 ad oggi, anche per intervento della BCE, ha prodotto significativi cambiamenti. Sto parlando dello spirito della Legge Glass-Steagall, quando Roosevelt - dopo la crisi del 29 - divise da una parte le Banche Commerciali e dall’altra le Banche d’Affari, cioè quelle dedicate al credito alle imprese e alle famiglie e quelle che giocavano in Borsa con i soldi dei privati (assumendosene il rischio). Ovviamente non è questa la sede per un dibattito sugli effetti della scelta, fatta nel 1999 da Clinton di superare la legge Glass-Steagall, e non vorrei su questo che si aprisse un dibattito, ma sono convinto che questo aspetto centri, magari solo per una parte, con i problemi di cui oggi discutiamo. Anche su questo magari il Dott. Miccichè, Presidente dello storico istituto IMI, potrà aiutarci a comprendere meglio. Infine una riflessione su Progetto Italia, approfittando della presenza del Dott. Salini. Progetto Italia, in realtà già avviato in piccolo con l’acquisto di Cossi per il mercato italo-svizzero, con un ruolo positivo svolto da Banca Popolare di Sondrio (anche se ovviamente la scala è diversa), pone un tema giusto, un obiettivo condivisibile: la creazione di campioni nazionali industrialmente forti (per noi è al plurale come si è capito) che oltre a salvaguardare occupazione e professionalità (che per noi sono ovviamente il primo obiettivo) siano in grado di reggere la competizione con i grandi colossi esteri per fare una doppia operazione: completare le opere di cui il Paese ha bisogno ma anche di “importare” valore dai mercati esteri al mercato nazionale che è asfittico, trasferendo ricchezza verso l’Italia. Poniamo però alcune questioni, in modo aperto ovviamente: La diluizione del debito Astaldi verso le Banche deve essere significativa, pena indebolire Salini Impregilo che ovviamente ha già le sue partire finanziarie aperte e chiaro deve essere il protagonismo delle Banche e di CDP nella Governance anche a scopo direi “formativo”. Per troppo tempo le banche hanno spinto le imprese a prendere lavori anche sotto costo pur di garantire rientri e liquidità … Serve immissione di denaro fresco – e qui la proposta che oggi avanziamo – ma “paziente”, con una chiara finalizzazione agli aspetti industriali. Le sinergie operative, che possono essere molte, devono salvaguardare i perimetri occupazionali e le figure tanto tecniche che operaie che servono a fare costruzioni, anche attraverso un rafforzamento dei Consorzi. Occorre un confronto sindacale sul piano industriale e sulla riorganizzazione – direi quasi il “riequilibrio” – dei processi interni e delle diverse figure professionali, dei target lavori, di quello che serve per tornare a fare industria delle costruzioni. Perché se veramente si vuole essere grandi player non è possibile avere ancora operai che lavorano sulle grandi opere inquadrati tra il 2° e 3° livello – magari abusando dei sub appalti - quando l’operaio specializzato dovrebbe essere al 4°. Non è possibile avere figure tecniche, amministrative e commerciali di grande qualità che guadagnano 10/15 volte in meno magari dei loro capi diretti. Sarò di parte e forse un po’ scorretto, ma se penso all’impresa che compete penso a quell’impresa dove gli operai prendono 2000 euro, i tecnici 3 mila e i dirigenti 4/5 mila (così cito un caso positivo la CMB rispetto a quello negativo di inizio relazione). Anche perché ogni rilancio serio, ogni qualificazione di impresa, o parte dalla valorizzazione del lavoro, dell’apporto di tutti o non è definibile tale, almeno per noi che con questo spirito, responsabile ma netto, siamo pronti a sederci per discutere. Serve una decisione rapida del Tribunale di Roma ed un’azione esplicita di sostegno da parte del Mise e del Governo, affrontando in un’ottica di sistema non solo la vicenda Astaldi ma anche quella delle altre grandi aziende in concordato che hanno ancora in pancia importanti lavori e che devono essere velocemente cedute/acquisite. Trovando il giusto equilibrio anche verso le aziende dell’appalto e dei fornitori che ovviamente, qualcosa ci rimetteranno, ma non possono pagare solo loro la ristrutturazione ed il rilancio delle grandi imprese ne tanto meno gli errori non dei propri manager. Soprattutto facendo uscire dal cono d’ombra alcune realtà che stiamo già perdendo, proprio per il voluto silenzio da parte della politica e penso al destino di GLF o Tecnis, tanto per essere chiari. E sul tema dell’indotto voglio dire altre poche parole ma chiare, dopo aver sottolineato che questo progetto non può scaricarsi su di loro e non può finire con la liquidazione solo del 20/25% dei loro crediti. Salvare le grandi imprese e qualificarne l’indotto non è alternativo ad una politica mirata per le nostre PMI. Servono strumenti diversi. Per le grandi opere parlare del protagonismo delle PMI è fantascientifico, in tutto il Mondo sono meno di 30 le imprese che hanno il 90% delle grandi opere. E grandi imprese, forti, danno lavoro a catene lunghe di fornitori, a partire da chi produce i materiali (e la crisi delle costruzioni è crisi anche del cemento, del ferro, del calcestruzzo, delle pietre, ecc.) e a chi fornisce servizi, ne aiutano la crescita e la specializzazione. Se ho capito bene anche con questo spirito si sta discutendo con l’Ance per un protocollo relativo ad indotti e forniture ed è un’azione saggia su cui ci piacerebbe dire la nostra visto che rappresentiamo anche quei lavoratori. Anzi propongo all’Ance di confrontarsi con la nostra proposta e di farne su questo, una base di discussione da portare a tutti gli stakeholder. Facendo quel famoso tavolo a Palazzo Chigi non sul settore in generale, ma su questo punto specifico del “rilancio delle grandi imprese e dei loro indotti”. E sempre con questo spirito di fare sistema, leggiamo positivamente il rientro di Salini Impregilo in Ance. L’associazione può aiutare Salini a comprendere meglio le problematiche di tante imprese medie che sono ancora parte importante del sistema, e Salini Impregilo può rafforzare nel dibattito interno un’idea di investire sulle competenze, su buone relazioni industriali, sulla necessità di fare massa d’urto verso un sistema politico e finanziario troppo disattento ai nostri settori. Detto ciò è evidente, poi, che per le PMI servono strumenti specifici. Che sarebbe parziale una politica solo per le grandi aziende. Noi per primi chiediamo strumenti ad hoc che avviino soprattutto una nuova stagione di rigenerazione diffusa dell’edilizia privata e pubblica, anche con strumenti finanziari specifici. Pensiamo alla cedibilità bancaria totale e cumulabile dei vari bonus per ristrutturazioni, risparmi energetici, anti sismico ecc. Che poi è l’80% del mercato delle costruzioni. Il futuro dell’edilizia privata è nella rigenerazione, nel green building. Mettere due politiche diverse e anzi complementari, perché una rafforza l’altra, in alternativa è un errore concettuale ancor prima che economico. Sarebbe come dire che le grandi opere sono in alternativa alla messa in sicurezza del territorio, ad una nuova politica di edilizia scolastica o sanitaria. Per un Paese fragile ed in ritardo come il nostro servono entrambi, vanno fatte entrambe le politiche e si devono parlare, in un rapporto virtuoso. E non a caso – e chiudo da dove avevo iniziato – nella piattaforma del 15 Marzo dopo la proposta su Banche e CDP abbiamo inserito diverse proposte su questo, sull’esigenza di tornare ad essere un Paese che programma, che governa i processi, che sa far parlare i diversi livelli istituzionali come i diversi soggetti sociali e dell’economia. Consapevoli che dietro il rilancio del settore, c’è il rilancio del Paese. Oggi con Francesca e Stefano parleremo anche delle immediate ricadute sui loro settori più direttamente interessati, ma sappiamo che potremmo parlare anche del rapporto con i giacimenti culturali, con il turismo, con la produzione di servizi avanzati. Oggi rilanciamo, anche con questa proposta specifica, insieme alle altre categorie, alla Cgil ma anche a Cisl e Uil la piattaforma del 9 Febbraio per una diversa politica economica. Perche è questo che serve al Paese. Grazie