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Idea Diffusa

Una città del futuro a misura d'uomo

Maurizio Landini
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Nella progettazione delle smart cities mettiamo al centro le relazioni sociali e il benessere diffuso. È tempo di costruire un sistema pubblico e trasparente dei dati generati dai cittadini: informazioni da utilizzare per la ricognizione dei bisogni delle persone e quindi per dare risposte

L'articolo che segue apre il nuovo numero di Idea Diffusa, il mensile a cura dell'Ufficio lavoro 4.0 della Cgil realizzato in collaborazione con Collettiva. Questo mese l'approfondimento riguarda le città intelligenti, le smart cities. Ne parliamo, come sempre, con il contributo di esperti, sindacalisti e lavoratori.  Clicca qui per leggere tutti gli articoli.

Le trasformazioni digitali hanno un forte impatto sulla vita dei singoli, sui processi di produzione, sull’organizzazione della pubblica amministrazione, sullo stesso esercizio dei diritti e, ovviamente, sui luoghi. Nel ragionare di implementazioni digitali ci siamo sempre posti obbiettivi di riperequazione sociale, di accrescimento della qualità di vita, di individuazione e risposta efficace ai bisogni delle persone, di miglioramento della qualità ecologica dei luoghi, di sostenibilità, di resilienza.

Abbiamo deciso, ormai più di un anno fa, di dare vita con il coordinamento della segreteria generale a sessioni di confronto, che coinvolgessero l’Ufficio Lavoro 4.0, alcuni esperti in materia di digitalizzazione e tutte le aree ed i territori interessati, per costruire collettivamente una piattaforma che proponesse linee guida di contrattazione dello sviluppo digitale delle città metropolitane, scegliendo questa dimensione perché ad oggi in tutto il mondo si assiste ad una concentrazione della popolazione in aree urbane e, in Italia, già oggi circa 22 milioni di abitanti risiedono nelle città metropolitane.

Le politiche neoliberiste hanno, negli anni, prodotto un impatto sui luoghi e indebolito gli elementi di coesione delle comunità, modificando struttura fisica e organizzazione delle città ed in combinato disposto con gli impatti degli anni di crisi economica che avevamo alle spalle già prima della pandemia ha contribuito ad un forte aumento della disoccupazione, all’aggravamento dei problemi abitativi sia qualitativi che quantitativi, all’evidente deterioramento dei servizi sociosanitari e delle infrastrutture territoriali, all’ingravescenza dei problemi di mobilità eco compatibile. Le trasformazioni tecnologiche hanno avuto un impatto sui luoghi e, da anni, si è iniziato a parlare e a finanziare la progettazione delle cosiddette città intelligenti: quello che la Cgil non condivide è la narrazione prevalente delle cosiddette smart cities, che parrebbe oggi centrata su macchine e algoritmi e non sulle relazioni sociali e sul benessere diffuso.

L’assenza di una progettazione politica, etica, sociale delle città stesse, rischia di configurarle come un mero agglomerato di soluzioni tecnologiche mentre una città davvero intelligente deve utilizzare le tecnologie per accrescere la prosperità locale e la competitività, il capitale umano e la partecipazione democratica dei cittadini, secondo un principio di giustizia sociale. La Cgil promuove una crescita sostenibile, inclusiva, partecipata e, appunto, intelligente dei luoghi e sa che non esiste un principio secondo cui la tecnologia, di per sé stessa, produce un miglioramento delle condizioni dei singoli in rapporto proporzionale alla propria implementazione. La tecnica infatti non è mai neutra e l’indirizzo politico di utilizzo è determinante.

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La pandemia ha dimostrato senza dubbio che l’accelerazione coatta di utilizzo di pratiche digitali può allargare la forbice delle diseguaglianze. Avere o meno connettività, avere o meno competenze digitali, sono già elementi che possono comportare differenze straordinarie tra le persone. Se a questo aggiungiamo che l’Italia nell’indice di digitalizzazione dell’economia e della società della Commissione europea (Desi) 2020, è 25esima su 28 Paesi risultando arretrata in tema di: digitalizzazione delle imprese, uso dei servizi pubblici digitali, formazione del capitale umano e addirittura all’ultimo posto per competenze digitali, capiamo come sia improrogabile una discussione programmatica trasparente e partecipata che, utilizzando le risorse a disposizione, provi ad invertire questa tendenza.

Per la Cgil è fondante il tema della partecipazione programmatica negoziale del sindacato al governo dei luoghi, e la condivisione dei processi regolatori che attengono un territorio è elemento fondamentale sia per l’efficacia degli stessi sia per la restituzione della sovranità al cittadino. Si parte dalle città, pensando che il loro sviluppo possa essere fattore abilitante anche per i comuni limitrofi di minore estensione, ma si rivolge lo sguardo in prospettiva a tutto il Paese. E se l’infrastrutturazione digitale che rende l’accesso ai servizi digitali possibile a tutti i cittadini, ovunque residenti, è elemento prioritario stabilire chi controlla la benzina degli algoritmi con cui lavorano le più innovative tecnologie: i dati.

Chi gestisce i dati ha potere, chi costruisce gli algoritmi che determinano organizzazioni e scelte ha potere. Un esempio reso ancora più evidente proprio dalla situazione di emergenza rispetto al governo dei dati sanitari ed alla possibilità straordinaria che l’utilizzo delle tecnologie offre per il controllo epidemiologico e il contrasto al pandemia, non disgiunta però dai rischi che dati di estrema sensibilità siano gestiti da privati e non afferiscano invece al sistema pubblico. Da qui discende la volontà della Cgil di provare ad imporre vincoli sull’utilizzo dei dati di interesse pubblico e la necessità di contrattare gli algoritmi da cui discendono organizzazione del lavoro e organizzazione dei servizi e dei luoghi.

Riteniamo prioritaria la necessità di riappropriarsi del governo pubblico della enorme quantità di dati che le città producono, dati provenienti dai singoli, dalle pubbliche amministrazioni e dalla rete di sensori connessi ad internet. Molte nostre Camere del lavoro hanno iniziato a proporre piattaforme di governo dei dati e delle reti digitali alle amministrazioni di competenza e lo spirito delle iniziative messe in campo in questi mesi è proprio nell’ordine della condivisione costante di buone pratiche e di elaborazioni attagliabili alle diverse realtà urbane. Per quanto ciascuna realtà infatti abbia le sue peculiarità, ci sono temi trasversali che possono essere agiti sulla base di principi comuni.

I punti cardini dell’elaborazione della Cgil attengono in primo luogo la rivendicazione che le reti digitali siano considerate a tutti gli effetti una nuova categoria di opere di interesse pubblico, e i dati che vi transitano alla stregua di beni comuni. Con questo assunto al pubblico deve essere restituito un compito regolatorio che che permetta alle Pa territoriali un “potere speciale” di controllo e gestione dei dati che abbiano interesse pubblico. Le piattaforme che lavorano su servizi in concessione devono condividere con le pubbliche amministrazioni i dati di interesse pubblico.


Tanto più poi si indicano processi algoritmici come supporto alle decisioni amministrative e politiche, tanto più il sindacato intende negoziare gli algoritmi da cui dipendono le scelte relative alla gestione della res pubblica: ad esempio l’ assegnazione di organico alle strutture pubbliche, le scelte relative alla mobilità, la destinazione delle aree urbane. Infine, come ormai accaduto in molte città europee, riteniamo debba essere costruita una piattaforma pubblica e trasparente dei dati generati dai cittadini, dati che siano utilizzati e utilizzabili per la ricognizione di bisogni e la costruzione di risposte a quei bisogni.

In questa fase di possibile ridisegno complessivo del Paese l’informazione e la co-determinazione del cittadino nelle scelte pubbliche, il grado di trasparenza delle piattaforme pubbliche, la centralità del ruolo pubblico nell'implementazione e nel governo delle trasformazioni digitali sono elementi irrinunciabili per evitare che si polarizzino ed accentuino diseguaglianze e sperequazioni. Se è vero dunque che la pandemia ha portato con sè una decisa accelerazione della applicazione delle nuove tecnologie, è parimenti necessario che il sindacato confederale continui ad esercitare la propria attività di tutela dei diritti del singolo e di contrattazione delle condizioni delle implementazioni tecnologiche in tutti i campi.

La tecnologia infatti può essere uno straordinario strumento di risposta ai bisogni dei singoli, favorendo ad esempio l’abbattimento dei costi di alcuni prodotti essenziali come medicinali o vaccini, l’ottimizzazione dei servizi pubblici, il deciso miglioramento dell’assistenza medica e socio-sanitaria, la creazione e il miglioramento di ecosistemi energetici efficienti e sostenibili, la riconfigurazione di sistemi di mobilità efficienti ed eco-compatibili, ma deve avere indirizzi di applicazione chiari, che mettano al centro l’individuo, che promuovano inclusione e partecipazione e si ispirino a principi di equità e non discriminazione.