Colletiva logo CGIL logo
Colletiva logo CGIL logo

L'analisi

Il turismo dopo il Covid

Firenze, Lungarno
Foto: Simona Caleo
Cecilia Censi e Stefano Landi
  • a
  • a
  • a

Tra comportamenti diversi e nuovi modi di viaggiare: ecco come sarà la stagione dopo due anni di pandemia. Un'occasione epocale per costruire un settore globale più sostenibile, resiliente e responsabile


Per fare turismo bisogna avere tempo libero, reddito e libertà di movimento. Non è quindi sorprendente che sia stata una delle attività più colpite dalla pandemia, durante il lockdown della scorsa primavera e, in misura parziale nei mesi successivi. La pandemia ha cambiato il mondo, tutta l’economia è stata sconvolta: la volatilità, l’incertezza, la complessità e l’ambiguità sono la nuova normalità. Il turismo in caduta libera ha travolto un’industria dove erano già palesi segnali di crisi e necessità di cambiamento dettati dai nuovi comportamenti, dalle nuove forme d'impresa, e dall’avanzare delle nuove tecnologie. Uno degli effetti economici più immediati della crisi associata al Covid-19 è stato il blocco dei flussi turistici. I primi effetti erano già emersi a febbraio 2020, con il diffondersi dell’epidemia in molti paesi, ma è agli inizi di marzo che si è giunti all’azzeramento dell’attività in corrispondenza dei provvedimenti generalizzati di distanziamento sociale.

Leggi anche

L'iniziativa

La Filcams in campo per il turismo

E.D.N.

"Mettiamo il turismo sottosopra", è il titolo della campagna estiva per tutelare gli addetti del settore. Bisogna rovesciare la situazione e rimettere al centro il lavoro, per ottenere un nuovo modello all'insegna dell'occupazione dignitosa

Dopo un biennio di flessione (2008 e 2009) conseguente alla crisi economica, a partire dal 2010 il turismo ha registrato un trend di crescita costante. L’Italia è il Paese europeo con la quota maggiore di presenze di clienti di residenza (50,6%). Nel 2019 il turismo in Italia ha fatto registrare 130,2 milioni di arrivi e 434,7 milioni di presenze negli esercizi ricettivi, con un aumento di 42 milioni rispetto al 2015. Nonostante la crescita sia stata trainata dal settore extralberghiero, le strutture ricettive alberghiere mantengono un ruolo prevalente con oltre il 64% delle presenze.

Nel 2019, prima della pandemia, il turismo contribuiva con 3,5 trilioni di dollari al Pil globale. Le misure adottate per fronteggiare la diffusione del coronavirus (quali le limitazioni agli spostamenti delle persone e i provvedimenti di chiusura di alcune attività dei comparti ricettivo, ricreativo e culturale) e la paura del contagio hanno determinato un drastico calo dei flussi turistici. Nel maggio 2020 l’Organizzazione mondiale del turismo già aveva stimato una caduta tra il 60 e l’80% degli arrivi internazionali a livello globale rispetto al 2019. I dati provvisori oggi disponibili indicano che nel mondo alla fine del 2020 gli arrivi internazionali sono diminuiti del 73%. In Italia le cose sono andate leggermente meglio e la diminuzione degli arrivi internazionali (che nel 2019 rappresentavano la metà delle presenze) si è fermata al 61%.

I flussi turistici si sono sostanzialmente arrestati tra aprile e maggio del 2020; nei mesi estivi, in connessione con l’allentamento delle restrizioni, si è registrato un parziale recupero, più intenso per la componente nazionale per la quale, nel mese di agosto, le presenze erano pressoché tornate sugli stessi livelli del 2019. Le presenze di turisti stranieri hanno invece mostrato una modesta capacità di ripresa rimanendo su livelli inferiori di oltre la metà rispetto allo stesso mese dell’anno precedente. Da ottobre, con il riacutizzarsi dell’emergenza sanitaria e le successive restrizioni agli spostamenti, i flussi turistici hanno subito un’ulteriore battuta d’arresto, particolarmente marcata per la componente internazionale.

Secondo i conti satellite del turismo (lo strumento utilizzato dagli uffici nazionali di statistica per misurare il contributo economico di questo specifico settore) e focalizzandoci sull’impatto diretto dovuto alla pandemia, il turismo contribuisce al 37% della perdita totale del Pil italiano (che nel 2020 è sceso del 7,8% rispetto al 2019). La crisi pandemica si è riflessa in un deterioramento delle condizioni occupazionali del settore e in una contrazione del fatturato delle imprese turistiche più marcati rispetto agli altri comparti; ne è derivata una forte domanda di risorse finanziarie e un aumento dei finanziamenti più accentuato rispetto alle altre imprese. Si stima, infine, che il precipitoso calo durante la pandemia sia costato fino a 120 milioni di posti di lavoro nel mondo. Sebbene sia facile riassumere in numeri una tale devastazione, non è così facile rendersi conto del tributo complessivo che ha richiesto a persone e comunità. In merito proprio ai lavoratori nel settore, di fronte a una ripresa così difficile, essi si sono trovati ad affrontare una transizione occupazionale.

I dati del ministero del Lavoro e della Banca d’Italia mostrano che nel 2020, rispetto al 2019, si erano “persi”, tra cessazioni e nuove attivazioni, 175.000 lavoratori nel turismo italiano (hotel e ristoranti). Al netto di questa riduzione assoluta, il 63% delle riallocazioni sono avvenute nello stesso turismo. Ma soprattutto, nel complesso, si è trattato di un regresso nelle qualifiche (nuove assunzioni a un livello minore). Nel 2021 è cambiato il vento in termini di quantità, ma non di qualità e di stabilità: anzi, tra gennaio e ottobre, sono cresciuti di 67.152 i lavoratori a tempo determinato, e sono crollati di 21 mila unità gli apprendisti. In totale le attivazioni nette nel turismo sono state 169.469, di cui ben 149 mila a tempo determinato. Se prosegue così, ci aspetta un settore che non dà prospettiva alle proprie risorse fondamentali, soprattutto quelle giovani. Con la fine della cassa integrazione straordinaria al 31 dicembre 2021 ha iniziato a verificarsi di fatto una crisi di settore. Molte imprese, che fino a ieri avevano potuto contare su importanti ristori a compensare il fatturato non realizzato nel 2020-2021, hanno avviato una campagna di licenziamenti indiscriminati di massa. Il risultato? La maggior parte dei lavoratori stagionali è costretta a cambiare occupazione, abbandonando il settore.

Dopo il grave crollo registrato nel 2020 e la parziale ripresa del 2021, il 2022 dà segni promettenti di una netta ripresa, anche grazie al fenomeno del “revenge tourism”, ovvero l’aumento della propensione a viaggiare come “rivalsa” dopo il periodo di restrizioni e sacrifici. Come in tutti i settori economici, anche nel turismo, la pandemia ha prodotto degli adattamenti contingenti, dei cambi di abitudini che possono diventare transizioni strutturali permanenti. I principali trend, confermati dalla ricerca quantitativa, sono quelli di un approccio flessibile, short stay, short term e sempre più spesso self organized, combinato con turismo di prossimità, con il turismo lento e sostenibile, la riscoperta di nuovi territori e destinazioni turistiche meno note, alternative alle località mainstream ed iconiche spesso in passato oggetto del fenomeno dell’overtourism.

Mentre iniziamo il lungo viaggio di ripresa dal Covid, ci troviamo di fronte a un’opportunità essenziale non solo per riavviare il turismo – da cui così tanti dipendono per il lavoro e i mezzi di sussistenza – ma per trasformarlo, per costruire un settore turistico globale che sia più sostenibile, più resiliente e più responsabile. È necessario un nuovo equilibrio tra le esigenze a breve termine dei turisti e le esigenze a lungo termine delle comunità. Il turismo può portare a un cambiamento positivo. La sostenibilità rimane al centro del turismo, ma occorre che il settore si trasformi in una forza positiva nell’attuazione degli Obiettivi di sviluppo sostenibile.

Come sarà la prossima stagione turistica? Quanto ancora condizionerà l'onda lunga della pandemia? Sono alcune delle domande che ci ponevamo l'anno passato, speranzosi di metterci alle spalle i ricordi di vacanze annullate all'ultimo momento, per riprendere a viaggiare. Gli ultimi 24 mesi hanno accentuato alcune tendenze già in atto e ne hanno presentate di nuove, rispetto a un denominatore comune: i viaggi sono (e saranno) sempre più sostenibili.

L'impatto Covid sulle modalità di viaggiare e di pensare a vacanze e destinazioni lo abbiamo provato sulla nostra pelle e lo provano molti studi in materia. Quello che booking.com ha realizzato l'anno passato su un campione di 30mila suoi utenti di 30 Paesi ha confermato che, in fatto di turismo sostenibile, si è arrivati al momento di passare dalla teoria alla pratica. Tanto che la stessa piattaforma di online travel ha lanciato lo scorso novembre il “badge per i viaggi sostenibili”, iniziativa (prima nel suo genere) rivolta a tutte le strutture ricettive che abbiano implementato una serie di pratiche per raggiungere lo status di destinazione di sostenibilità.

Se guardiamo all'Italia, più della metà del campione oggetto di indagine (circa mille persone) ha confermato di aver ricevuto dalla pandemia lo stimolo per viaggiare in futuro in modo più responsabile per l'ambiente, il 79% vuole vivere esperienze autentiche e rappresentative della cultura locale e il 92% pensa sia cruciale aumentare il livello di conservazione del patrimonio culturale della Penisola. Tre traveller tricolori su quattro, inoltre, assicurano di voler evitare destinazioni e attrazioni più popolari per ridurre i rischi di sovraffollamento e contribuire allo sviluppo delle località (e relative comunità) meno visitate.

Oggi i viaggiatori hanno voglia di tornare a viaggiare, a scoprire il mondo e arricchirsi di esperienze che solo il turismo può offrire. Cicloturismo, cammini religiosi ed esperienze gastronomiche, sono alcuni dei nuovi modelli turistici per il rilancio dell’incoming italiano all’insegna della sostenibilità. Il turismo outdoor si confermerà, dunque, uno dei settori più vitali per il 2022. Secondo l'Osservatorio del turismo outdoor sono tra 48 e 45,4 milioni le presenze stimate per l'open air in Italia la prossima estate per un range di crescita tra l'8% e il 2% rispetto al 2021. Le previsioni segnano un sostanziale recupero dei volumi storici, collocandosi tra il 14% e il 18% rispetto al 2019. Con circa il 54% di presenze gli Italiani si confermano il mercato principale. Per il mercato estero nella migliore previsione per l'estate 2022 si prevede un incremento di quasi l'8% rispetto al 2021, che lo porta ad attestarsi attorno ai 22 milioni di presenze. Nell’era dello slow tourism spicca anche la tendenza del turismo nei borghi: un trend in costante crescita.

I turisti mossi dal desiderio di scoprire Storia e tradizioni legate ai borghi, sono gli stessi che si dimostrano attenti a un turismo sostenibile e rispettoso dell’ambiente in cui le comunità ospitanti sono immerse. Parliamo dei giovani, sempre più consapevoli dei rischi che la crisi ambientale in atto comporta: difatti, le loro mete di viaggio si corredano di mezzi di trasporto a basso impatto ambientale, di scelte culinarie all’insegna di prodotti a chilometri zero e di acquisti consapevoli orientati al sostentamento dell’artigianato locale. Un aspetto da non sottovalutare è che i borghi che confinano tra loro e condividono zone contigue di rilevanza paesaggistica, archeologica e culturale, possono creare dei veri e propri cluster strategici di attrazione turistica, in grado di trattenere i visitatori per più giorni nel proprio territorio, a beneficio dell'economia locale e a discapito del temuto "turismo mordi e fuggi".

I borghi e le loro attività, riunendosi e ponendosi un obiettivo comune, possono aspirare a equiparare l’offerta turistica che è capace di sostenere un grande agglomerato cittadino, conservando tutti i vantaggi della lontananza dal caos metropolitano che solo i piccoli borghi sono capaci di offrire, e mostrando al contempo al mondo intero il proprio pregevole patrimonio culturale, storico e ambientale. Ma soprattutto, i cluster di borghi possono costituire una concreta risorsa per risollevare l’economia e le sorti dei piccoli e medi Comuni e delle loro attività, ancor più all'indomani della pandemia da Covid-19.

Oggi il 50% dei turisti in Italia appartiene alle generazioni Y e Z, nati dopo il 1981 e nativi digitali, il 94% è attento alle opzioni di viaggio sostenibili e il 40% sceglie di esplorare destinazioni poco conosciute, assetato di riscoperta e senso di appartenenza. È necessario partire dalla constatazione che oggi, dopo due anni di Covid, l’Italia è ancora al -43% di flussi turistici rispetto al 2019, e per recuperare questo enorme gap di arrivi l’incoming deve dotarsi di nuove destinazioni e nuove modalità di far vacanza, assecondando un turista che in pochi anni è profondamente cambiato. Non si deve più analizzare “dove” il turista va in vacanza ma "perché ci va". Il turismo sta cambiando perché cambia la domanda dei turisti. Se prima le scelte partivano dal cosa (cosa voglio fare, cosa voglio vedere), oggi il trend è dominato dal perché (perché voglio viaggiare? Quale motivazione mi spinge?), un cambiamento profondo legato a necessità di auto-realizzazione e auto-determinazione. Occorre quindi superare il classico italian way of tourism verso un più attuale italian why?, per far scegliere l’Italia come meta turistica, comprendendo e intercettando numerosi nuovi fenomeni tra i quali quelli dello slow tourism e della staycation. Il turismo outdoor si confermerà, dunque, uno dei settori più vitali per il 2022.

Tra i nuovi trend turistici che stanno prendendo piede, possiamo riscontrare: l’holiday working da parte dei “nomadi digitali” e il neverending tourism. Con l’espressione neverending tourism, coniata dall'Osservatorio Innovazione digitale nel turismo, si intende la possibilità di estendere l’esperienza turistica nel tempo e nello spazio, prima e dopo il viaggio, sfruttando il digitale, tra cui: ispirare gli utenti e facilitare l’accesso ai servizi, arricchire la loro esperienza on site, proporre online contenuti e beni. Il fenomeno del neverending tourism si inserisce in un quadro di profondi cambiamenti.

L’emergenza sanitaria ha fortemente colpito il mercato del turismo, danneggiando il mondo dei trasporti, le strutture ricettive e le agenzie di viaggio. Le restrizioni hanno cambiato anche le abitudini dei consumatori, che hanno dedicato più tempo alla fruizione di contenuti digitali turistici e culturali (tour virtuali, corsi/laboratori online) e hanno acquistato via e-commerce una quantità maggiore di prodotti tipici delle località visitate in precedenza. In termini di opportunità, per gli operatori del settore turistico il neverending tourism offre la possibilità di: abilitare nuovi modelli di business, attingere a nuove fonti di revenue, prolungare nel tempo la relazione con i visitatori, fino a creare una neverending experience. Non solo, a causa del bisogno di evadere durante i prolungati lockdown e della maggiore possibilità di lavorare da remoto, nel 2020 è esploso il fenomeno dell'holiday working.

Alla luce di questi trend, è chiaro che la pandemia ha provocato una svolta nell’ecosistema turistico. Anche se la domanda si è trasformata, non sono mancate le risposte da parte degli operatori e la ripresa sembra sempre più vicina.