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Il caso

Auchan/Conad: «È la vittoria della dignità»

Auchan, sciopero di Capodanno a Brescia
Foto: fotografia di Simona Caleo
Emanuele Di Nicola
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Parlano le lavoratrici dopo la sentenza del tribunale di Torino che ne dispone la riassunzione. Maria Angela: "Dopo trent'anni di servizio neanche una telefonata. La Filcams ci ha aiutato". Paola: "Sono stata esclusa con la 104 e una figlia disabile. Finalmente un po' di giustizia"

I cento lavoratori e lavoratrici di Torino tirano un sospiro di sollievo: il tribunale ha dato loro ragione, nella causa intentata a seguito del passaggio da Auchan a Conad, che escludeva una serie di addetti dal nuovo lavoro. Ora tutti dovranno essere riassunti. In questa vicenda da una parte c'è l'aspetto giudiziario: escludere una parte delle lavoratrici e dei lavoratori degli ipermercati Auchan dai passaggi di ramo d'azienda viola gli articoli 2112 e 2555 del Codice civile. Così ha stabilito la sentenza, convalidando la posizione della Filcams Cgil che da mesi segnalava l'illegittimità dell'operazione in tutte le sedi possibili.

Dall'altra parte ci sono le persone. Nella stragrande maggioranza donne, che si sono ritrovate da un giorno all'altro senza occupazione a adesso raccontano la loro esperienza. Come Maria Angela: "Prima c'è stato il passaggio a Margherita Distribuzione, ci siamo trovati in questa scatola cinese, poi un pezzo si è staccato ed è diventato Conad - esordisce -. Noi aspettavamo le telefonate per rientrare a lavorare: fino all'ultimo giorno prima del passaggio ci avevano detto che saremmo stati contattati".

Invece le cose sono andate diversamente: "Si ventilava l'ipotesi di esuberi, ma era solo un timore per il futuro - ricorda Maria Angela -. Poi però nel passaggio qualcuno di noi è stato chiamato, mentre altri sono stati completamente ignorati: ci siamo ritrovati a casa senza avere informazioni, senza sapere niente, senza che il telefono squillasse". Stiamo parlando quindi di circa cento persone che dall'oggi al domani si sono sentite in balia del vuoto: "A quel punto è arrivata la paura - prosegue la lavoratrice -: non sapevamo a chi riferirci, se ai vecchi responsabili o ai nuovi, insomma con chi parlare. Per fortuna siamo stati seguiti dalla Filcams, che si è caricata addosso anche le nostre incertezze e ansie: molti colleghi prendevano farmaci per dormire e contro lo stress".

La mossa aziendale, oltre che illegittima, per i lavoratori è anche incomprensibile: "Il criterio di esclusione non si è mai capito, ci siamo solo trovati fuori, alcuni di noi avevano anche problemi di salute. Sai qual è il pensiero più brutto? Sei convinto che non ti capita, che non perdi il lavoro, poi ti ritrovi a cinquant'anni e con trenta di servizio, dopo aver lavorato domeniche e festivi, dopo tante rinunce e non ti fanno neanche una telefonata. Allora ti chiedi: è colpa mia? Cosa ho fatto di sbagliato?". Una situazione delicata dal punto di vista psicologico ma, come dimostrato, i lavoratori avevano ragione. "Siamo contenti della sentenza - conclude Maria Angela -: è stata una vittoria del gruppo, l'avvocato ci ha aiutato, il sindacato ci ha fornito un grande supporto. Ora dobbiamo essere riassunte, ma resta la paura per il futuro, non sappiamo cosa ci aspetta".

Sulla stessa linea è il racconto di Paola, che la definisce "la vittoria della dignità". A parte il problema occupazionale in sé, comunque grave, è infatti la dignità delle persone a venire ripristinata. "Sapevamo che c'erano dei problemi - afferma la donna -, si sapeva che i nuovi proprietari avrebbero fatto dei passi, ma non si sapeva quali. Poi hanno iniziato a fare delle telefonate scegliendo delle persone: io non sono mai stata chiamata, neanche per dire che finivo nel gruppo degli esclusi. Sono trentacinque anni che lavoro, la cosa più terribile è non essere considerata: l'indifferenza è la parte peggiore".

Una scelta, quella di escludere Paola e tante altre, mai spiegata ufficialmente. Ma nella sua percezione non è casuale: "Ho oltre cinquant'anni e mi avvalgo della legge 104 per prendermi cura di una figlia disabile: già sono stata penalizzata nella vita, esserlo anche sul lavoro mi è sembrato agghiacciante. Per me le cose sono collegate, forse davano fastidio le assenze tre giorni al mese per assistere mia figlia". Con la sentenza di Torino torna la dignità, dicevamo: "Proprio così: la dignità personale. Questa sentenza ce la siamo meritata perché ci hanno trattato veramente male. Non è mai stata fatta una cassa integrazione a rotazione, hanno licenziato direttamente alcuni. Sono state lasciate a casa anche persone mono-reddito. Lo scenario era davvero grave. Per questo abbiamo deciso di seguire la via legislativa: se la legge dice che io devo essere esclusa posso anche accettarlo, ma lo deve dire la legge, e non è questo il caso. Adesso abbiamo vinto - conclude -, ma ancora non sappiamo bene come funzionerà il futuro: siamo tutte sulla stessa barca. A questo lavoro abbiamo dato tutto, siamo cresciute lì dentro, ci abbiamo passato la giovinezza".

Per fortuna è arrivato il pronunciamento del Tribunale a ripristinare un po' di giustizia, anche se bisogna ancora vigilare sulla corretta applicazione delle norme.

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