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Borgo Val Belluna

Il Pnrr e le politiche industriali del lavoro, tra Covid e globalizzazione

Foto: Marco Merlini
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Alla discussione partecipa anche Federico D'Incà, Ministro per i rapporti con il Parlamento

Oggi, martedì 27 luglio, dalle ore 9 alle ore 13, si terrà presso la Sala degli Affreschi del Municipio di Borgo Val Belluna l’incontro “II Pnrr e le politiche industriali e del lavoro nel mondo post pandemico e post globalizzato - Proposte e modelli”, organizzato dalla Fiom e dalla Cgil di Belluno sia in presenza (per un massimo di 50 persone sia online attraverso una diretta sulla pagina Facebook Fiom Belluno e qui su collettiva.it.

 

L’incontro sarà moderato da Sara Quartarella, ufficio stampa della Fiom Veneto e avrà come relazione introduttiva un approfondimento sul Pnrr curato da Matteo Gaddi, ricercatore della Fondazione Sabattini.

Foto: Stefania Minozzi

Il segretario generale della Fiom di Belluno, Stefano Bona, e il sindaco di Borgo Val Belluna, Stefano Cesa, apriranno la mattinata di lavori che prevede gli interventi di Ugo Bolognesi della Fiom di Torino, referente della vertenza ExEmbraco; Federico D'Incà, Ministro per i rapporti con il Parlamento; Maurizio Castro, direttore scientifico del Master CUOA in Crisis e change management; Elena Donazzan, Assessore al lavoro della Regione Veneto; Paolo Feltrin, già docente di Scienza dell'Amministrazione presso l’Università di Trieste; Elisabetta Gualmini, Europarlamentare del Partito Democratico e Silvia Spera del dipartimento politiche industriali della Cgil Nazionale.

L’incontro vuole essere un momento di riflessione per ragionare sul PNRR, sul territorio, sulla vertenza Acc, sul futuro di tanti uomini e donne, di lavoratrici e lavoratori che hanno sempre messo il lavoro al primo posto e che adesso si ritrovano in una situazione di assoluta instabilità e incertezza, non per loro responsabilità.

Si parlerà delle ipotesi sull’uso del Recovery Fund che dovrebbe essere utilizzato per attuare un’uscita dalla crisi che veda un modello di sviluppo alternativo a quello che ha caratterizzato gli ultimi 30 anni di politiche economiche e che è anche stato un amplificatore degli effetti negativi della pandemia, anche dal punto di vista economico e sociale, in particolar modo nelle fasce più deboli.

La pandemia, inoltre, ha messo a nudo le distorsioni del modello di sviluppo che ha caratterizzato le politiche economiche degli ultimi decenni, quello che è comunemente chiamato “liberismo”. L’emergenza Covid ha riproposto con forza la necessità dell’intervento pubblico: in particolare il ruolo della sanità pubblica ma anche dell’intervento pubblico in economia, attraverso l’intervento diretto di sostegno economico delle fasce più colpite della popolazione.

Era quindi ragionevole pensare che l’uscita dalla crisi, dovesse passare attraverso un modello di sviluppo diverso: basato sulla compatibilità ambientale, sulla centralità del lavoro e dei diritti, su di un rinnovato ruolo pubblico in economia.

Purtroppo però queste risorse stanno venendo stanziate in modo da non cambiare modello di sviluppo, ma, anzi, per conservarlo e rafforzarlo.

I segnali che vanno in questa direzione sono tanti: dallo sblocco dei licenziamenti alla mancanza di ammortizzatori sociali veramente universali, alla assenza di politiche industriali e di gestione delle crisi, al mancato coinvolgimento delle parti sociali e del sindacato in merito all’utilizzo delle risorse del Recovery. Uno dei pericoli maggiori del Pnrr è determinato dal rischio che una mole ingente di miliardi venga utilizzata non per rafforzare l’industria e l’occupazione del territorio, ma, al contrario, per incrementare le importazioni dall’estero. Ad esempio, se si punta sulle energie rinnovabili, sull’idrogeno, sulla digitalizzazione e i nuovi sistemi di Tlc sono necessarie fabbriche che producano queste tecnologie. Nel Pnrr, ad eccezione di un’indicazione ad una fabbrica di pannelli, non vi è alcun riferimento all’intenzione del governo di creare queste industrie: pensiamo all’esempio degli autobus che, a fronte di oltre 4000 veicoli immatricolati in Italia nel 2019, di essi sono 148 sono stati prodotti sul nostro territorio o, ancora, si pensi all’esempio di un’impresa pubblica come Fincantieri che dovrebbe essere orientata a produrre le piattaforme offshore per le energie rinnovabili, ma che non viene nemmeno citata. Il rischio, quindi, è che gli investimenti del Recovery finiscano per consolidare l’attuale divisione del lavoro in Europa, che vede l’Italia in posizione subordinata, cioè come mera fornitrice di componentistica verso le filiere industriali localizzate altrove, in particolare in Germania e Francia.

“Occorre pensare ad una politica industriale pubblica all'interno di un modello di sviluppo ad economia mista, l'unico che può porre un freno alle politiche liberali, anche forzando il quadro di direttive e regolamenti europei sempre più insostenibili sotto il profilo sociale. C’è bisogno di una politica economica che rilanci un'ottica di programmazione generale nel campo industriale, favorendo anche processi di autogestione come strumenti di risoluzione delle crisi” ha dichiarato Stefano Bona in merito agli intenti di questo incontro.