Colletiva logo CGIL logo
Colletiva logo CGIL logo

Il caso

Pescatori sequestrati in Libia. Le famiglie in presidio a Montecitorio

Arianna Longo
  • a
  • a
  • a

In 18, partiti da Mazara del Vallo, sono segregati da 60 giorni in un carcere libico. Da più di un mese le loro figlie, mogli e madri dormono in una tenda davanti alla sede della Camera per riaverli indietro

Si può rischiare il sequestro mentre si svolge il proprio lavoro? Se di professione si fa il pescatore e le acque in cui si naviga sono quelle a sud della Sicilia, sì. Lo sanno bene le 18 persone che nella notte del primo settembre scorso hanno levato gli ormeggi dei pescherecci per cui lavoravano, a Mazara del Vallo, alla volta delle consuete zone di pesca. Sequestrati da milizie libiche e imprigionati nel carcere di El Kuefia (a 15 chilometri da Bengasi), le loro famiglie sono in presidio permanente da 40 giorni sotto palazzo Montecitorio. “Non è la prima volta che sequestrano mio padre, fa il pescatore da anni. Ma di solito veniva liberato in 48 ore e comunque riuscivo sempre a mettermi in contatto con lui. Stavolta di giorni ne sono trascorsi 60 e non ho ancora sentito la sua voce. È questo che mi fa disperare”. A parlare è Naoires Ben Haddada, figlia di uno dei lavoratori rapiti. Fa parte del gruppo di donne che 40 giorni fa sono arrivate a Roma dalla Sicilia, per lottare e riavere indietro i loro padri, mariti, figli.

Da allora, sono in presidio permanente in piazza Monte Citorio. Hanno montato una tenda proprio a ridosso delle transenne e delle forze dell'ordine che vigilano sulla Camera dei deputati. Dormono lì e lì restano per tutto il giorno, in mano i cartelli “Liberate i nostri pescatori”. Il 29 settembre scorso hanno incontrato il presidente del Consiglio Giuseppe Conte e il ministro degli Esteri Luigi Di Maio: “Ci hanno assicurato che i nostri familiari stanno bene. Ma come si può star bene in carcere?”, si chiede Rosaria Giacalone, moglie di un altro dei pescatori rapiti.

 

 

Insieme a loro anche Marco Marrone, armatore di una delle due imbarcazioni sequestrate: “Non avere notizie dei nostri pescatori ci distrugge, confidiamo che il governo si affretti a sbloccare la situazione. Ma abbiamo bisogno di risposte anche sul futuro delle nostre attività. Siamo fermi da due mesi, rischiamo il fallimento”. Questo, in effetti, l'altro motivo di forte apprensione delle famiglie, senza reddito da settembre. Le aziende, che finora hanno garantito loro un sostegno finanziario, sono in difficoltà. “I danni per il momento ammontano a 250 mila euro”, stima Marrone, ma potrebbero aumentare perché “le barche sono state saccheggiate di tutta l'attrezzatura e non so ancora se le riavrò indietro”.

La priorità è “riportare tutti a casa, ma poi ci si dovrà occupare del fatto che le imprese per cui queste persone lavorano potrebbero non essere in condizioni di ripartire”, avverte il responsabile del Dipartimento Pesca della Flai Cgil Antonio Pucillo. “Gli armatori hanno tentato di attivare un percorso di cassa integrazione che però è stato respinto. Capiamo che dal punto di vista formale il loro caso non rientri nelle motivazioni per cui richiedere l'ammortizzatore sociale, ma una soluzione va trovata, perché di casi analoghi ce ne sono stati fin troppi”, denuncia il sindacalista.

 

 

Cinquanta, per l'esattezza, i sequestri dei pescherecci italiani a opera delle milizie libiche. Quello dello scorso settembre è avvenuto all'indomani di un viaggio istituzionale del nostro ministro degli Esteri, finalizzato a suggellare l'accordo tra il premier Fayez al Serraj e il presidente della Camera dei rappresentanti di Tobruk, Aguila Saleh. Sembra che siano state le milizie di Haftar, risentite dello sgarbo diplomatico, ad aver rapito l'equipaggio dei due pescherecci provenienti da Mazara, con l'accusa di aver sconfinato nelle acque territoriali libiche. Peccato che le acque territoriali siano comprese entro le dodici miglia dal Paese di prossimità, poi iniziano quelle internazionali. Al momento del sequestro, i pescatori si trovavano a 38 miglia dalle coste libiche. L'accusa sarebbe inconsistente, se non fosse che la Libia ha esteso il confine delle proprie acque fino a 74 miglia, dichiarandole zone economiche esclusive. L'ampliamento sarebbe avvenuto con una decisione unilaterale, senza che nessuno riconoscesse l'abuso. Il motivo? Per Raffaele Ferrone, sindacalista Flai Cgil, “c'è tutto un equilibrio internazionale volto a proteggere gli stabilimenti petroliferi dell'Eni”.