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La ricerca

In ufficio è meglio

Si scrive smart working, si legge sfruttamento
Foto: Foto di © Luigi Innamorati/Ag.Sintesi
Paolo Andruccioli
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Una ricerca demoscopica dell'Osservatorio di Futura smentisce un luogo comune: i dipendenti pubblici non vanno pazzi per lo smart working

C'è un prima e un dopo la pandemia. Prima dello scoppio dell’epidemia da Coronavirus lo smart working era quasi esclusivamente una definizione tecnica per addetti ai lavori. Poi – da marzo in poi – è diventata una delle espressioni più usate sui media. Nell’ultima indagine demoscopica svolta da Geca Italia per conto di Futura (la società editrice di Collettiva.it) sulla situazione sociale ed economica attuale, allo smart working viene giustamente dedicato un intero capitolo in cui si scopre che il 42% di chi lavorava all’inizio dell’emergenza ha fatto uso del lavoro da remoto. Ma uno dei dati più interessanti riguarda i lavoratori e le lavoratrici del pubblico impiego. La diffusione di queste modalità nuove di lavoro è stata infatti più alta tra i laureati (64%), il popolo delle partite Iva (51%), i colletti bianchi (67%) e appunto tra gli occupati dei vari settori pubblici. La percentuale segna la distanza tra lavoro pubblico e privato visto che il primo ha fatto ricorso al lavoro da casa per il 52%, mentre nel privato la percentuale si è attesta solo al 40%.

Più pubblici che privati
Nel computo complessivo la ricerca di Geca indica nel 26% dei lavoratori intervistati la quota di novelli addetti allo smart working, circa un quarto del totale. E anche qui prevale la quota di lavoratori pubblici che ha continuano a sperimentare forme di lavoro a distanza durante tutto il periodo del lockdown e anche dopo la fine del blocco totale.  Andando a leggere più da vicino i dati forniti da Geca scopriamo anche delle piccole (o grandi, dipende dal punto di vista) sorprese. Contro una banalizzazione mediatica che ha raccontato il lavoratore pubblico come un privilegiato dallo smart working (ci sono stati anche autorevoli studiosi che hanno parlato degli statali come degli opportunisti del lavoro da casa…), nei dati di Geca l’immagine del dipendente pubblico che si dichiara fortunato per il lavoro da casa viene fortemente ridimensionata..

Meglio in presenza
Se alla domanda sulla soddisfazione della nuova modalità di lavoro un intervistato su quattro risponde in modo positivo, nella scomposizione delle aree di appartenenza sono proprio i lavoratori pubblici ad essere più scettici e insoddisfatti del lavoro a distanza. A giudicare positivamente lo smart working sono soprattutto i lavoratori dei servizi, gli imprenditori e le partite Iva, mentre il 69%  degli occupati del settore privato è contento del lavoro da casa, una percentuale che scende al 60% per gli occupati del settore pubblico.

La tendenza è confermata anche dalle interviste sul dopo pandemia. Alla domanda se si gradirebbe continuare a lavorare da casa (o anche da casa, alternando i giorni), un quarto dei lavoratori (sondaggio con base 1210 casi, p.43 del Rapporto), un quarto dei lavoratori intervistati gradirebbe lavorare in smart working anche dopo l’emergenza sanitaria qualche giorno alla settimana, con una prevalenza dei giovani e di chi aveva già sperimentato forme di lavoro da remoto anche prima della crisi da Covid-19. Ma anche qui il lavoratore pubblico medio pare molto meno ansioso di continuare a lavorare da casa rispetto ai suoi colleghi del privato e dei servizi. Un quarto dei colletti bianchi (25%) gradirebbe continuare a lavorare (almeno qualche giorno a settimana) da casa. Una percentuale che cresce tra i lavoratori dei servizi (31%) e che si attesta su un 27% tra gli occupati del settore privato. 

Tornare alla normalità
Ma la percentuale riscende al 25% tra i lavoratori del pubblico impiego dei vari comparti. Come dire che tra gli statali, gli impiegati comunali, tutti i lavoratori della scuola e dell’università, nonché della sanità e dei servizi essenziali, solo una minoranza, uno su quattro mostra di essersi innamorato dello smart working. Una tendenza confermata anche nelle risposte alla domanda se alla fine dell’emergenza sarebbe bello lavorare da casa per tutta la settimana. Se la media di risposte positive supera il 30% nel privato tra i dipendenti pubblici scende al 26% (pagina 44 dello studio di Geca Italia).  Ci sarebbe da chiedersi quali dati avevano di fronte gli studiosi (come Pietro Ichino o Cassese) che hanno descritto i lavoratori pubblici come gente felice di stare a casa, camuffando le ferie con il lavoro da remoto.

Qui ci vuole un bel contratto
Infine l’ultimo dato da mettere in evidenza dalla ricerca riguarda la richiesta pressoché unanime di regolamentare le nuove forme di smart working. Tra i lavoratori che si dichiarano disposti a continuare a lavorare da casa (o anche da casa a giorni alterni) dopo la fine dell’emergenza 8 su 10 dicono che lo strumento del lavoro da remoto deve essere regolamentato al più presto dai contratti nazionali di lavoro.