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L'intervista

Contrattazione alla bolognese

Lamborghini, manifattura 4.0 © Marco Merlini Sant'Agata Bolognese (Bo), 3 luglio 2020 La linea di produzione Urus della Lamborghini
Foto: Marco Merlini
Carlo Ruggiero
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In Emilia, gli accordi di secondo livello fanno crescere salari e diritti. Il segretario generale della Fiom Bulgarelli: “Qui la partecipazione s'intreccia con un sindacato radicato. Ma c'è ancora molto da fare, perché questo modello va esteso alle piccole aziende e a quelle in appalto. Nessuno ci regala niente”

Nell’aprile 2019, la Fiom pubblicò un rapporto secondo il quale i lavoratori metalmeccanici della provincia bolognese portavano in media a casa quasi 5mila euro in più ogni anno rispetto al contratto collettivo nazionale. Questo accadeva nelle aziende in cui la contrattazione di secondo livello era molto avanzata e dove c’era una presenza forte del sindacato. Si tratta di 26.074 lavoratori delle industrie metalmeccaniche della provincia con più di cento dipendenti, dove il sindacato conta almeno un iscritto. Spulciando quel report si scopre anche che nelle aziende top del “modello Bologna”, come i giganti del packaging Ima e Gd, dell’automotive come Lamborghini e Ducati, della meccatronica come Bonfiglioli e Sassi (ma anche Toyota, Mec-Track, Centro protesi Inail), si arriva addirittura a punte di 7mila euro in più. “Oltre la metà dei lavoratori in provincia hanno anche salari aggiuntivi legati alla professionalità. Ma il salario è solo uno dei tre grandi assi della contrattazione in questo territorio”, spiega a Collettiva Michele Bulgarelli, segretario generale della Fiom bolognese.

Quali sono gli altri due?

Innanzitutto l’orario di lavoro. Perché molti degli operai impiegati in provincia fanno i cosiddetti “turni alla bolognese”, cioè con orario ridotto. Ma oggi parlare di questo significa discutere soprattutto di flessibilità di entrata e uscita in capo all’operaio, di smart working, di conciliazione dei tempi di vita e di lavoro, e della possibilità di scelta tra tempo e salario. In diverse grandi aziende locali il lavoratore può infatti decidere se guadagnare di più o avere più tempo libero. Per ottenere un risultato del genere, però, abbiamo lavorato a lungo. Il turno ridotto, ad esempio, in provincia è stato introdotto per i turnisti già negli anni ‘90. E nei primi 2000 lo abbiamo dovuto difendere dall’attacco del sistema delle imprese. Il tema dell’orario, però, arriva al giorno d'oggi soprattutto grazie all’intuizione dello storico leader della Fiom Bruno Papignani, che volle includere nel dibattito la riduzione della settimana lavorativa per ottenere un giorno in cui gli operai potessero studiare e riqualificarsi.

E il terzo asse?

É la via emiliana al modello tedesco della partecipazione negoziata. Un modello che però s’innesta in un contesto di forte radicamento sindacale e fa sì che la partecipazione sia declinata anche in maniera diretta con i lavoratori, ma soprattutto mediata e strutturata attraverso una generazione di delegati sindacali preparatissimi. Si tratta di un esempio di relazioni sindacali che è stato creato dalla forza della Fiom. E si declina, in maniera diversa, in molte delle nostre imprese. Ad esempio, il diritto allo studio e ai permessi per visita medica sono diffusissimi, anche nelle aziende più piccole.

Quanto hanno influito nella diffusione di questo modello partecipativo la presenza di grandi aziende tedesche e il fatto che la Germania resta il primo partner commerciale per l’intera regione?

Molto, ma non in maniera esclusiva. Basti pensare che il primo accordo di secondo livello a Bologna è stato firmato nel 1969, alla Gd (principale fornitore mondiale di macchinari per la fabbricazione e l'imballaggio di prodotti a base di tabacco ndr). A fare la differenza, quindi, è anche la qualità del confronto, frutto della competenza dei nostri delegati. Oltre alla presenza dei tedeschi, infatti, molte aziende sono cresciute attraverso le relazioni con i sindacati. I forti tassi di sindacalizzazione di questo territorio restano decisivi, perché nessuno ti regala niente. Ancora oggi abbiamo un insediamento sindacale vero che, nonostante le difficoltà, tiene. E poi c’è un quadro politico-istituzionale che ha svolto un ruolo importante per orientare l’industria verso un certo tipo di sviluppo.

Ma il “modello Bologna” è diffuso in tutte le aziende? Anche nelle più piccole e in quelle che lavorano in appalto?

Non in tutte. Questa è la debolezza del nostro modello, il fronte su cui dobbiamo lavorare di più e, in parte, anche il nostro cruccio. Sugli appalti, ad esempio, Ducati, Lamborghini e i giganti del packaging hanno fatto da apripista, con una mappatura efficace delle aziende in appalto. Per molte altre imprese però ancora non è così. Il nostro obiettivo resta la riunificazione del contratto e del lavoro. Quella che oggi viene chiamata contrattazione inclusiva. Le aziende piccole e medie richiedono complessi processi di contrattazione e di sindacalizzazione. Il nostro obiettivo, oggi, è portare i risultati ottenuti nei grandi stabilimenti in quelli con meno di 100 addetti. Perché vogliamo diffondere la partecipazione negoziata oltre la nicchia di chi se lo può permettere. Si tratta di una grande sfida. Contrattare la flessibilità è difficile e faticoso, ma l’insediamento sindacale fa sempre la differenza. É la dimostrazione che il sindacato serve ancora. Eccome.