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Gli effetti anche economici dell'epidemia coronavirus

Gli effetti anche economici dell?epidemia coronavirus
Foto: (da newsmond.com)
Fulvio Fammoni
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La crisi sanitaria resta alta, ma a preoccupare adesso è l'effetto contagio sulla nostra crescita. Se questa è la situazione, sono necessari tutti gli strumenti legati all'emergenza, a partire da ammortizzatori sociali che non facciano perdere lavoro

L’epidemia in corso è stata finora prevalentemente affrontata e commentata sul versante della salute dei cittadini. Non poteva che essere così e l’emergenza sanitaria resta la priorità. Ma i riflettori si stanno accendendo anche sugli effetti economici. Il mondo era già prima in fase di forte decelerazione economica; la situazione attuale del contagio, che riguarda già 48 paesi la accentua. L’Ocse ha portato a tagliare di mezzo punto la stima generale per il 2020 e in caso l’epidemia dovesse rivelarsi più lunga, la stima dal 2,4% di crescita verrebbe portata all’1,5%. Per quanto riguarda l’Italia la previsione è di stagnazione per il 2020. Nella fase precedente, invece di pensare ad un rilancio dell’economia attraverso interventi organici, le singole aree economiche pensavano di difendersi, secondo la moda sovranista, attraverso i dazi. Adesso, non si può nemmeno lontanamente pensare che, quando la crisi sanitaria sarà superata, una situazione di gravissima crisi economica si abbatta sui cittadini, sul sistema delle imprese e sui lavoratori. L’Italia, paese per ora più colpito dal virus in Europa, aveva già seri problemi

Sono usciti oggi i dati sul Pil 2019 che segnalano un deciso rallentamento. Quella dello scorso anno (+0,3%) è la crescita più bassa dal 2015. Calano le esportazioni, ma calano ancor di più le importazioni e solo per questo si determina un contributo positivo della domanda estera. Gli investimenti sono anch’essi i più bassi degli ultimi cinque anni, mentre il valore negativo delle scorte si ripercuote sul 2020. L’ultimo trimestre del 2019, che ha fortemente condizionato l’intero anno, si era chiuso con un calo del Pil del -0,3% e un trascinamento sul 2020 del -0,2%. Il primo trimestre 2020 sarebbe stato quindi difficile di per sé, adesso è certo che sarà negativo (di quanto fa la differenza); d’altronde, le regioni più colpite realizzano una parte importante del nostro Pil e quindi l’Italia rientrerà dopo un brevissimo periodo in recessione tecnica e, senza interventi adeguati, il problema potrebbe riguardare l’intero anno. I dati precedenti la crisi sanitaria erano prevalentemente legati ad una difficoltà di manifattura e agricoltura, solo in parte attenuata dall’andamento nei servizi. Ora, i settori immediatamente colpiti riguardano proprio i servizi, dal turismo (sono già saltate le prenotazioni per tutto il periodo pasquale), e non stiamo parlando solo di alberghi ma di ristorazione, arte, cultura, ecc. Contemporaneamente sono in grave difficoltà i settori dei trasporti, delle mense scolastiche, delle pulizie e dell’assistenza alla persona, tutto il settore dell’educazione.

Il problema quindi, riguarda adesso il complesso delle attività produttive del Paese. La mancata capitalizzazione di migliaia di piccole imprese e la contestuale difficoltà di accesso al credito può portare a tantissime altre chiusure visto che la loro durata senza attività e senza credito va poco oltre il trimestre e per alcune ancora meno, restringendo ulteriormente la nostra base produttiva. Dobbiamo inoltre considerare che, in queste settimane tutte le imprese stanno programmando (e quindi in questa situazione ulteriormente sottostimando), le scorte e le dinamiche di produzione futura. Gli effetti si noteranno meno nell’immediato ma saranno più lunghi e consistenti nel tempo, così come potrebbero aggravare la situazione i problemi di fornitura di parte della componentistica e i problemi della piattaforma logistica italiana. Era già in atto un ripensamento, a causa delle guerre commerciali, della catena delle forniture, anch’esso precedentemente attuato solo in ottica di risparmio di costo. Andrà ripensata e, anche in questo caso, l’intervento pubblico può incentivare questa riflessione, puntando in Italia ad una fase di reindustrializzazione del mezzogiorno. Ma i tempi vanno oltre la crisi attuale. Perfino il crollo delle Borse, per ora attribuito solo alle paure, lascia adito a pericoli di speculazione finanziaria legata ad una sopravalutazione precedente di alcuni titoli di cui si è colta l’occasione di rientrare.

Se questa è la situazione, sono necessari tutti gli strumenti legati all’emergenza, a partire da ammortizzatori sociali che non facciano perdere lavoro. Ben vengano quindi gli stanziamenti di 4,5 miliardi previsti nei primi due decreti di cui verificheremo il merito. Ma, non c’è una possibilità dei due tempi fra emergenza immediata e scelte di rilancio che vanno comunque decise ora e fanno esse stesse parte di una fase di emergenza che nessuno sa quanto sarà lunga. Interventi strutturali come investimenti per lo sviluppo, sono urgenti e necessari, anche se potessero portare a problemi sui parametri di debito e deficit, prevedendo il  loro scomputo dai parametri europei; così come interventi strutturali per quanto riguarda la cantierabilità di quanto già stanziato; utilizzo dei fondi europei in scadenza, trasformando quelli ancora indeterminati da Por a Pon e riprogrammando l’utilizzo in direzione ambientale; credito per le imprese in carenza di attività; intervento sul fisco che deve aggiungersi già nel 2020 a quanto deciso per il cuneo fiscale. “Meno di questo è molto pericoloso”.

È probabile una fase di grave carenza della domanda e in parte anche dell’offerta da parte di privati, che però vanno richiamati alle loro responsabilità, anche in relazione agli aiuti che saranno attuati. Non sarebbe - ad esempio - accettabile una riedizione del 2008 che portò come prima scelta al drastico taglio nei contratti a tempo determinato che oggi, rispetto ad allora, sono molto aumentati. Le banche centrali probabilmente interverranno ma in un periodo di tassi così bassi, il principale intervento che è legato all’iniezione di liquidità, non potrà non prevedere la certezza di credito alle imprese e alle famiglie.  È dunque il ruolo del pubblico che, ancora una volta, sarà decisivo. Per questo, anche con l’Europa il confronto non può svilupparsi su astratti aspetti di compatibilità (come tenteranno di fare i sovranisti sul fiscal compact), ma nel merito delle cose da decidere con la necessaria urgenza. Non solo occorre consentire ai paesi che si trovano in una situazione da “eventi eccezionali” di adottare tutte le misure necessarie, ma è l’Europa stessa, pena la sua prospettiva, con tempi che non possono più essere quelli del passato, che deve intervenire: non basta la flessibilità. Il programma straordinario europeo di investimenti va rafforzato nella quantità, e soprattutto, come tempistica (un programma decennale adesso è improponibile) e la stessa interpretazione del concetto di “aiuti di Stato” in questa nuova fase in cui l’intervento pubblico è così necessario, deve essere ripensata.

Per quanto ci riguarda, le scelte per essere efficaci nel 2020, devono essere decise entro aprile, rispettando il calendario che il governo si era già dato e che, come parti sociali prima e dopo la crisi sanitaria abbiamo rivendicato, a partire dalla proposta di una cabina di regia sotto forma di un’agenzia nazionale di sviluppo, con la partecipazione di Cassa Depositi e Prestiti, che programmi un intervento duraturo e di sistema. Sulla base di tutte queste considerazioni, l’intervento necessario non è un rischio per i bilanci ma una necessità per il futuro: i parametri non sarebbero rispettati neanche deprimendo l’economia ma le conseguenze sarebbero pagate da milioni di persone e sarebbe inaccettabile.

Fulvio Fammoni è presidente della Fondazione Di Vittorio