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Conoscenza

Se il buongiorno lo dà la Scuola del popolo

Roma, giovani e anziani portano la street art in periferia
Ivo Vacca
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Il punto su un progetto nato nel 2019 a Oristano e ormai diffuso in tutta Italia. Corsisti di tutte le età e un obiettivo importante: stimolare la socialità, favorire il dibattito e la ripresa di percorsi culturali e di studio interrotti 

Silenziosamente, puntualmente ma inesorabilmente, ogni mattina alle 6 partono le mini lezioni della Scuola del popolo di Oristano che si propagano in una rete che collega circa 1.500 persone. Piccolissimi video di circa quattro minuti, quelli che affettuosamente chiamiamo “pillole” frutto dell’impegno di 50 collaboratori sparsi per l’Italia, raggiungono i corsisti di “Non è mai troppo tardi”. Una rete complessa, che va dalla Sicilia alla Toscana, dal Piemonte alla Sardegna fino al Lazio. 310 lezioni, raccolte in 27 corsi che spaziano dalla filosofia al diritto, dalla poesia alla matematica, dalla fisica alla rilettura della Costituzione, dalla grammatica ai tutorial per recuperare antiche ricette. 

Il target di questi corsi? Estremamente variegato: più donne che uomini, dai 20 ai 95 anni. È la gente della Cgil che sente il bisogno di socializzare, di discutere, di approfondire e di riprendere contatto con la cultura. Questo è il mondo di “Non è mai troppo tardi” che è nato e si è sviluppato silenziosamente all’interno del progetto della Scuola del Popolo. Ma com’è successo tutto questo? 

In principio fu la Scuola del popolo. Nacque nel 2019 da un’intuizione della Cgil sarda, trasformata poi in progetto dalla Flc Cgil nazionale. Oristano è stata la prima Camera del lavoro a volerla far nascere, trasformandosi in laboratorio sperimentale. L’obiettivo dichiarato è quello di trasformare le sedi e i luoghi della Cgil in centri di animazione culturale, oltre che di azione politico-sindacale. Il termine “scuola” non deve trarre in inganno: fare corsi non è la mission del progetto, quanto quella di stimolare la socialità, di favorire il dibattito o la ripresa di percorsi culturali e di studio interrotti. 

Presto, però, si è dovuto fare i conti con gli effetti della pandemia e con le limitazioni della mobilità. La Scuola del Popolo ha quindi prontamente reagito, adeguando la sua azione al nuovo contesto che si era creato. Preso atto che i corsisti non potevano frequentare i corsi in presenza, la Scuola del Popolo si è presentata “a casa” dei corsisti attraverso la rete web: da qui il nome del progetto “Non è mai troppo tardi”, esattamente come fece la Rai negli anni 60 col maestro Alberto Manzi, trasmettendo le lezioni nell’etere; la Scuola del Popolo ha però sostituito il tubo catodico del televisore col la rete web. Fin qui nulla di nuovo, del resto la stessa scuola italiana per sopperire alle limitazioni del lockdown ha lavorato in modalità Dad. 

Tutto bene? Ma manco per niente: dopo poco tempo ci si è resi conto che questa modalità, esattamente come era successo alla nostra scuola statale durante il lockdown, aveva un “difetto originario e nativo” eticamente inaccettabile. Escludeva, infatti, coloro che non avevano dimestichezza con gli strumenti informatici: paradossalmente escludeva proprio le persone più bisognose di aiuto. La scuola, in sostanza, diventava incolpevolmente divisiva e non inclusiva: un disastro. Per cui bisognava trovare uno strumento il cui utilizzo fosse accessibile a tutti, libero da vincoli orari e senza strumentazioni informatiche o telematiche particolari. La soluzione trovata? L’utilizzo delle sim dei cellulari, forse unico bene “universale” di cui nessuno oggi ne è privo.

Da qui l’intuizione delle “pillole”, cioè brevissime video lezioni (in cui solitamente si esamina un aspetto, un concetto, un principio) appositamente elaborate da vari attivisti sparsi in tutta Italia, che vengono dapprima registrate sulle piattaforme dei social e successivamente inviate ai corsisti. Altro elemento che contraddistingue il progetto è la rete. Questa modalità organizzativa trasforma i vari referenti delle associazioni che hanno aderito, come Auser, Leghe Spi o altre Scuole del Popolo, nel punto di snodo per rilanciare il messaggio all’interno dei propri gruppi. Si ha così un effetto moltiplicatore del singolo messaggio, trasmesso inizialmente a un ristretto gruppo di persone nella loro qualità di referenti. 

La metafora proposta è quella della biblioteca: “Ho disponibili migliaia di libri, ma sceglierò solo quello che mi interessa”. La correttezza di questa impostazione viene confermata dai primi riscontri effettuati: da questi risulta che il 20% dei corsisti che ricevono il messaggio apre e visualizza la lezione: non male. Da fine febbraio (lancio del progetto) ad oggi, infatti, le visualizzazioni delle pillole sul canale Youtube della Scuola del popolo sono state oltre 12.000, mentre quelle sulla pagina Facebook 40.000, complessivamente quindi parliamo di oltre 52.000 visualizzazioni delle pillole pubblicate. 

Questo progetto si è sviluppato principalmente in due scuole del popolo ad Alessandria e Oristano. Sono state fatte, poi, delle convenzioni che hanno permesso la trasmissione delle pillole nelle Auser di Guspini, Terralba e Uras, altre sono in attesa di definizione. Inoltre hanno aderito delle strutture Dpi territoriali di Catania, Cuneo, Prato e Rieti Roma Est Valle dell’Aniene.

Ivo Vacca, responsabile nazionale Scuola del popolo