Carlo Ruggiero

Lo sfruttamento del lavoro dilaga. L'eclissi delle tutele lo spinge fuori dai campi del Meridione e oggi s'annida al Nord, nelle periferie delle metropoli. Edilizia, logistica e terziario i settori più colpiti. Il ruolo decisivo dei subappalti e delle piattaforme, la regia sapiente di un esercito di colletti bianchi

Le immagini diffuse dalla polizia parlano chiaro: tuguri sporchi e malsani, pareti ammuffite, materassi lerci gettati a terra tra rifiuti e bottiglie vuote. In un angolo un fornelletto a gas e una padella incrostata per cucinare, nell'altro povere cose conservate gelosamente in un comodino sbilenco. Sono scene drammatiche certo, ma familiari, almeno per chi si occupa di lavoro in Italia. Almeno per chi ha una vaga idea di cosa siano i ghetti per lavoratori migranti sparsi a centinaia in tutto il Paese. Li chiamano “insediamenti informali”, e spesso si trovano nelle campagne del Meridione, tra coltivazioni intensive e frutteti che s'affollano solo durante le stagioni della raccolta. Stavolta, però, in quelle immagini c'è qualcosa di diverso. Sono girate in un appartamento, e dalle finestre si vedono palazzi e strade cittadine percorse da auto e pedoni. Stavolta l'insediamento di migranti è a Sant’Agabio, un quartiere a est di Novara, ai limiti dell’area industriale. Un luogo a forte presenza migrante certo, e a rischio degrado. Ma anche a un tiro di schioppo dal grazioso centro cittadino. In quelle stanze vivevano ammassate 17 persone, cittadini africani e pakistani, che di giorno non andavano nei campi a raccogliere pomodori, non erano braccianti. Il loro lavoro consisteva nel distribuire volantini. E sì, erano sfruttati.

Il video diffuso dalla Squadra mobile di Novara

Quei lavoratori stavano per strada fino a diciassette ore al giorno, per meno di due euro l’ora. Erano senza contratto, in condizioni di assoluta povertà. Arrivati dall’estero e reclutati in diverse zone d’Italia, venivano scaricati qui, a Novara. Per poi essere trasferiti anche in località lontane. Viaggiavano su furgoni sgangherati, fatti scendere in Valle d’Aosta, Lombardia e Liguria. Una volta sul posto partiva l’attività di volantinaggio. Ore e ore per le vie, al freddo o sotto la pioggia. Poi di notte, si ritornava tutti a Sant'Agabio, in quella topaia. È quanto emerso da un'inchiesta diretta dalla Procura della Repubblica di Novara, che ha portato a quattro ordinanze di custodia cautelare per tre cittadini italiani e un pakistano. L'accusa è aver reclutato i migranti, averli sfruttati e “costretti a vivere in quel degrado”. L'inchiesta è stata definita dal questore della città piemontese, Rosanna Lavezzaro, “un unicum nel Nord Italia, la prima sul caporalato in ambiente urbano”. Tutto è iniziato nell’agosto del 2020, dopo alcuni controlli effettuati per contrastare il degrado del quartiere. Gli agenti hanno scoperto cittadini pakistani in situazioni di “evidente sovraffollamento”, da lì si è poi arrivati alle condizioni in cui erano costretti a lavorare.

Per strada fino a 17 ore al giorno, per meno di 2 euro l’ora

“Il concetto di caporalato è prevalentemente associato alle gravi forme di sfruttamento diffuse nelle campagne del Meridione. Ma l’indagine ha portato alla luce l’esistenza di gravissime forme di sfruttamento in ambiente urbano. Non meno rilevanti, per intensità e per dimensione, di quello nelle campagne”, spiega il dirigente della Mobile di Novara Massimo Auneddu. Che poi aggiunge: “Quella di cui parliamo, è la più importante operazione in materia di caporalato in questa provincia. Abbiamo agito con la massima professionalità e partecipazione per garantire tutti i lavoratori, siano essi italiani o stranieri, manovali o professionisti, giovani alle prime esperienze o individui non ancora pensionabili“. La Cgil locale ha già annunciato che si costituirà parte civile nel processo che verrà.

OLTRE I CAMPI
La storia dei “volantinatori” pachistani, in realtà, scoperchia un vero e proprio vaso di Pandora. Perché getta una luce nuova su uno dei mali che affliggono il mondo del lavoro in Italia. L'immagine dei raccoglitori di pomodori africani sfruttati come schiavi nel Sud del Paese è da anni impressa nell’immaginario collettivo di tutti. Ma forse appare un po' datata, e troppo convenzionale. Perché non permette di cogliere appieno l’estensione e la complessità di quello che accade nelle nostre città. Il caporalato, infatti, oggi non può essere circoscritto da confini geografici o di settore così precisi. I “nuovi schiavi” sono nei campi, ma anche nei cantieri edili, nei grandi centri della logistica e in sella ai motorini dei rider. Sono nelle case di cura, nelle finte cooperative di badanti, nella ristorazione, nei trasporti, nel facchinaggio. Così come nei lavori di manutenzione, nelle fabbriche e nei cantieri navali. Quello che ormai viene definito “caporalato urbano” è poi diffuso in tutte le regioni del Paese, al nord come al sud, sia nelle province ad alta vocazione agricola sia nelle periferie metropolitane. Si annida soprattutto nelle pieghe del sistema dei subappalti e di somministrazione di manodopera, e per questo ha ormai bisogno di un esercito di colletti bianchi per prosperare.

Nei cantieri edili, nei centri della logistica, in sella ai motorini

Una conferma ci arriva dai dati del 2021 anticipati dall'Ispettorato nazionale del lavoro. Dal 2019 a oggi le ispezioni effettuate sono aumentate del 400%, passando da 308 a 1.455. Nell’ultimo triennio, gli ispettori del lavoro e i carabinieri hanno individuato 3.685 lavoratori irregolari e 6.594 vittime di sfruttamento. Sono state poi sospese 228 aziende e deferite all’autorità giudiziaria 1.455 persone per il reato di sfruttamento del lavoro. Alla crescita dell’attività di controllo ha corrisposto la conferma dei livelli insopportabili d'illegalità. Soprattutto nelle aree più ricche del Paese. Nel biennio 2020-2021, le aziende irregolari scoperte hanno superato quota 68% nelle regioni del Sud (1.034 su 1.512); e arrivano addirittura al 78% (768 su 986) nelle regioni del centro-nord.

La scheda

Caporalato, fuori dai campi

Carlo Ruggiero

I dati dell'Ispettorato nazionale del lavoro

Il dilagare dello sfruttamento ha quindi spinto l'Ispettorato del lavoro a indagare non solo in agricoltura, ma anche in tutti gli altri comparti. Sebbene il settore agricolo resti tuttora quello in cui si registrano più illeciti per caporalato, i controlli contro il lavoro irregolare vanno ben oltre. Tornando al 2020, sono state portate a termine oltre 83.000 tra nuove ispezioni e accertamenti. Soprattutto in edilizia, logistica e servizi alla persona. Proprio i settori attualmente in maggiore ripresa. Nel complesso, solo il 7% (5.372) dei controlli riguardavano l'agricoltura. Il 14% (11.930) sono stati messi in atto nell'industria, il 24% in edilizia (19.956), e più della metà, 46.163, nel terziario. Irregolarità sono state scoperte ovunque, in tutti i settori produttivi. L'ispettorato fornisce cifre esorbitanti, a partire dal quasi 58% di abusi registrati in agricoltura, fino ad arrivare al 67,28% in edilizia.

MAGLIE STRETTE
All'emersione di un vero e proprio “caporalato urbano” hanno contribuito i cinque anni di applicazione della legge n. 199/2016 contro il grave sfruttamento lavorativo. Nata in seguito all’onda emotiva scatenata dalla morte della bracciante Paola Clemente, il testo è generalmente giudicato efficace, quantomeno sul piano repressivo. Rispetto alle norme precedenti, infatti, ha permesso di stringere le maglie e “pescare” più facilmente in settori estranei all'agricoltura. Questo perché dal 2016 il cuore del reato non è più la sola “intermediazione illecita”, il vero e proprio caporalato, ma lo sfruttamento tout court. Inoltre, lo sfruttatore può essere perseguito anche in assenza di violenza ed esplicita intimidazione, che in precedenza erano invece elementi decisivi per arrivare a un processo. “La 199 è una legge che ha un grande valore dal punto di vista culturale, perché ha introdotto la consapevolezza diffusa che esistono fenomeni come lo sfruttamento e il caporalato, considerandoli un fatto criminale - afferma Giuseppe Massafra, segretario confederale della Cgil -. La norma ci offre strumenti concreti ed efficaci per contrastare il fenomeno, introducendo anche delle innovazioni sul piano giuridico. Per questo ha effetto su tutti i settori, perché è un presidio normativo nuovo. Purtroppo resta ancora azzoppata, perché la parte delle 'politiche attive', quelle che dovrebbero bloccare il fenomeno alla fonte, non è ancora applicata”.

«Le caratteristiche del caporalato in agricoltura sono identiche anche in città»

Il caporalato urbano, in ogni caso, emerge sempre più di frequente, sia dall'attività di controllo che nelle aule giudiziarie. “Si tratta di una forma non recente, ma certamente con modalità nuove, di sfruttamento – spiega Bruno Giordano direttore dell'Ispettorato nazionale del lavoro -. Soprattutto nelle metropoli e in grandi periferie, dove si vedono spesso persone, migranti e italiani, in attesa di esser caricati su furgoni per essere portati a lavorare in condizioni di sfruttamento in giro per la città. I settori maggiormente interessati sono l'edilizia, che in questo periodo è particolarmente attiva, la logistica e i servizi alla persona. In questo modo vengono reclutati normalmente badanti, assistenti familiari, collaboratori domestici, o comunque persone che si prestano nei traslochi, nel giardinaggio o in attività di piccole cure”. Le caratteristiche dello sfruttamento in città, però, “sono paradossalmente identiche a quelle del caporalato in agricoltura”. Nel senso che “c'è bisogno di due elementi fondamentali per l'azione criminale: il  controllo del territorio e l'omertà, il silenzio di lavoratori incapaci di reagire”.

Caporalato urbano

«Un tumore per la nostra società»

Carlo Ruggiero

Intervista a Bruno Giordano, direttore generale dell'Ispettorato nazionale del lavoro  

STATO DI BISOGNO
Dal 2016 a oggi sono oltre 260 le inchieste giudiziarie aperte dalle procure di tutta Italia. Almeno cento non riguardano il settore agricolo, e più della metà (143) non si riferiscono al Sud Italia. In tutte, però, emergono la fragilità e la debolezza dei lavoratori sfruttati. La giurisprudenza parla ripetutamente di “approfittamento dello stato di bisogno” per definire l’elemento chiave della schiavitù moderna. Per i migranti si tratta sempre della spada di Damocle del permesso di soggiorno, per molti altri è “l'assenza di alternative” in contesti segnati da alta disoccupazione a diventare decisiva. È il caso, tra i tanti, che emerge dall’operazione ”Sheffield” avviata a Lamezia Terme nel maggio 2021: settanta dipendenti sottopagati ricevevano buste paga in fotocopia di 1.300 euro al massimo, tutto compreso. Niente straordinari e niente ferie. Oppure è il caso d'interi settori e nuove economie, prima tra tutte la gig economy, che si sostengono grazie a un caporalato digitale basato sul subappalto generalizzato e sul lavoro a chiamata. Lo dimostra la sentenza pronunciata a Milano nell'ottobre scorso per intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro dei ciclo-fattorini di Uber Eats.

Dal 2016 a oggi, oltre 260 inchieste aperte dalle procure di tutta Italia

Il caporalato poi prospera nel sistema degli appalti, con l'obiettivo di abbattere il costo del lavoro, per offrire prezzi ribassati. Come nel triangolo della logistica Novara-Milano-Piacenza, un meccanismo complesso di corrieri, supermercati e grandi catene che s'affidano a cooperative spurie in subappalto. Sono strutture che in genere aprono e chiudono dopo tre anni, assumendo gli stessi lavoratori con condizioni peggiori. E chi protesta, semplicemente, è fuori. Lo stesso accade, in perfetta simmetria, nella cantieristica navale. L'inchiesta “Global Pay” del maggio 2020, ad esempio, coinvolse 16 società e 416 operai in forze nei cantieri di 6 diverse regioni d’Italia: dal Veneto alla Puglia, dal Friuli alla Campania, alla Basilicata. A guadagnare dall'illegalità, tra l'altro, sono spesso grandi aziende con fatturati milionari, come nel caso di Grafica Veneta, sede a Trebaseleghe (Padova), la più importante in Italia nella stampa di libri e coinvolta in un’indagine sullo sfruttamento di lavoratori stranieri.

In sostanza, l'impoverimento progressivo del lavoro e la parallela diminuzione di tutele generano nuove forme di bisogno, di conseguenza il caporalato cresce, con effetti deleteri sull'intera economia italiana. “Quando possono pagare i lavoratori molto poco, le imprese rimangono attive in sacche di mercato poco produttive – ci spiega Michele Raitano, docente di Politica economia alla Sapienza di Roma -. Quelle imprese, infatti, non investono in tecnologia, in innovazione o in formazione dei lavoratori. Questo ha effetti deleteri sulla produttività e avvita le aziende e poi l'intera economia in una spirale malsana di stagnazione e mancato sviluppo”.

Caporalato urbano

«Lo sfruttamento è figlio del lavoro povero»

Intervista a Michele Raitano, docente di politica economica La Sapienza

IL FRONTE DEI COLLETTI BIANCHI
Per l'economista Raitano si può addirittura parlare di “ordinaria anomalia del sistema italiano. “È un meccanismo in cui la bassa crescita economica si accompagna a un aumento delle diseguaglianze in un mondo del lavoro fondato sulle basse retribuzioni”, dice. Il lavoro quindi diventa sempre più povero e ricattabile. “La gente non solo guadagna poco per ora lavorata, ma spesso lavora per poche ore a settimana. Questo accade soprattutto nei settori in cui il sistema degli appalti e dei subappalti è più diffuso”.

Ed è proprio negli ingranaggi di questi meccanismi che fiorisce il lavoro grigio, la forma di sfruttamento più subdola è meno evidente, ma anche la più diffusa. In cui imperversano situazioni troppo spesso accettate in maniera passiva dai lavoratori poveri, con stipendi dimezzati, evasione fiscale e contributiva, ferie non concesse, ecc. Dietro tutti gli artifici contabili e amministrativi che sfruttano i lavoratori e permettono alle imprese di lucrare, però, c'è sempre un'attenta regia. “Dove c'è lavoro grigio c'è la costruzione di un'attività fittizia o quasi totalmente fittizia - spiega ancora Bruno Giordano -, quindi c'è sempre qualcuno che quell'attività l'ha pensata, l'ha inventata e la gestisce. Per l'Ispettorato nazionale lavoro la frontiera di contrasto, oggi, è quella dei colletti bianchi”. “Il caporalato è un tumore dell'economia – dice -, perché è incentrato sull'idea che bisogna abbassare il costo del lavoro a discapito dei diritti sociali”. Anche per Giordano, questo è “un indizio che nella nostra economia lo sfruttamento del lavoro è ormai sotteso”.

"È necessario spostare nuovamente l'equilibrio del sistema verso i lavoratori – conclude poi Michele Raitano -. Negli ultimi anni abbiamo assistito a una continua caduta delle istituzioni del mercato del lavoro, dei diritti, del peso del sindacato. Bisogna quindi pensare a forme di tutela più moderne e a nuovi metodi di controllo. Esistono oggi strumenti, anche informatici, che ci permettono d'individuare chi si sta comportando in maniera sbagliata. Serve la volontà di farlo”.

(grafiche: Massimiliano Acerra)