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Diario di un prof

Come si rinnova la didattica?

Foto: Marco Merlini
Emiliano Sbaraglia
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Gli studenti tornano in piazza e tra le loro richieste c'è l'esigenza di altri metodi di insegnamento. Ma questo comporta anche un intervento, finalmente risolutivo, sul reclutamento del corpo docente, precariato incluso

Gli studenti tornano in piazza, e questa è una buona notizia: non perché si debba per forza manifestare, ma perché da un paio d’anni a questa parte i luoghi dove potersi esprimere e stare insieme sono stati praticamente annullati, per i motivi che tutti conosciamo.

La piattaforma dei contenuti attorno alla quale oggi si ritrovano in oltre quaranta città italiane mette tra i primi punti da discutere nel confronto con Governo e ministero la riforma della didattica e dei suoi metodi: un tema nodale che ne trascina altri con sé. Provo a guardarlo con l’occhio e dalla parte del docente.

Se si parla di riforma della didattica, compresa dunque la sua programmazione, con l’idea di adeguarla al secolo che viviamo, diciamo subito che è difficile pensare come corpo docente una diversa impostazione senza partire dal nodo della continuità didattica, vale a dire la certezza di una cattedra almeno annuale o, nel caso di insegnanti di ruolo, di poter condividere con gli stessi colleghi di lavoro lo stesso percorso per un certo periodo, e per un periodo certo, di tempo.

Questo resta uno dei problemi più importanti da risolvere nella scuola pubblica italiana, che contiene allo stesso tempo la ferita sempre aperta del precariato scolastico. Come si fa a immaginare un’altra scuola in queste condizioni? Come è possibile impostare una programmazione didattica mirata, graduale, se i primi due mesi, quando va bene, scivolano via in attesa del completamento di organico? Ma soprattutto, perché non è possibile strutturare un sistema di reclutamento che già in estate contempli una sua organizzazione di base, naturalmente preservando l’opportunità di nuovi inserimenti quando necessari nel corso dell’anno scolastico?

Si potrebbe obiettare che la programmazione della propria materia non viene condizionata dalla presenza o l’assenza di altre cattedre; ma se veramente vogliamo ripensare la didattica, un’altra didattica, le cose non stanno proprio così. Due soli esempi: la possibilità di percorsi interdisciplinari, chiaramente da definire di concerto con i docenti di riferimento, e quella di costruire lezioni in compresenza, sviscerando lo stesso argomento da differenti punti di osservazione.

In ogni caso l’ora di lezione, rievocando un Recalcati ormai lontano, continua a essere la componente fondamentale dell’insegnamento. Ma l’ora di lezione non significa solo ed esclusivamente lezione frontale, altro cliché recentemente (ri)chiamato in causa dalla coppia Mastrocola-Ricolfi nel loro ultimo libro dal titolo, anzi dal sottotitolo, piuttosto discutibile (Il danno scolastico. La scuola progressista come macchina della disuguaglianza), sul quale qui non ci soffermiamo, anche perché altri lo hanno fatto come meglio non si poteva (vedi il dialogo tra Christian Raimo e Vanessa Roghi su minima&moralia). L’ora di lezione può essere, deve essere, un laboratorio in continua trasformazione che ogni mattina (magari anche qualche pomeriggio) accoglie e raccoglie le proposte adeguatamente preparate dall’insegnante insieme alle idee provenienti dalla mente di studenti e studentesse, nel rispetto dei propri ruoli. E qui torniamo a noi.

Sarà interessante capire cosa arriverà dalle manifestazioni di oggi, quali saranno le richieste, quali le urgenze di questa generazione in formazione, composta da ragazzi e ragazze spesso disorientati, smarriti, ma anche piuttosto incazzati. Provate a dar loro torto.

Nei vari comunicati che hanno preceduto questo appuntamento, il reiterato riferimento a una maggiore attenzione dei governanti, più in generale del mondo degli adulti, alla Salute Mentale delle nuove generazioni (sempre scritto rigorosamente in maiuscolo), dovrebbe far riflettere più di qualcuno, così come il ripetuto, disperato grido che insiste sull’agire subito “sul lavoro precario che ci attende e sulla crisi climatica, prima che sia troppo tardi”.

E mentre qualche cosiddetto benpensante, con la sua cerchia di accoliti, si diverte a chiamarli “gretini”, a Nuova Delhi, capitale di quell’India che rifiuta ogni compromesso per combattere l’inquinamento atmosferico, le scuole sono chiuse a tempo indeterminato perché manca l’aria.