Patrizia Pallara

SECONDA PARTE «Acque contaminate»
 

La scoperta dell’inquinamento arriva nel 2013. Uno studio dell’istituto di ricerca Irsa–Cnr rileva la presenza di concentrazioni elevate di Pfas in un territorio della provincia di Vicenza, dove si trova un importante distretto conciario e l’azienda chimica Miteni. Poco dopo gli esperti dell’Arpav, Azienda per la prevenzione e la protezione ambientale del Veneto, puntano il dito sullo stabilimento Miteni. È partita da lì, dalla zona industriale di Trissino, la contaminazione di una falda acquifera grande come il lago di Garda. Ha natura storica, cioè è frutto degli sversamenti avvenuti nei decenni precedenti. Riguarda 21 Comuni e 350 mila persone, destinate, stando alle proiezioni, a diventare 800 mila. E poi c’è tutta la filiera alimentare, perché il Veneto esporta cibo in quantità. I Pfas sono finiti nei terreni, negli acquedotti, nell’acqua destinata all’irrigazione e agli allevamenti. L’area coinvolta abbraccia i comuni di tre province, Vicenza, Padova e Verona, il danno stimato dall’Istituto superiore di sanità e dall’Istituto per la protezione ambientale ammonta a 136 milioni di euro, con i terreni vicini all’azienda che andrebbero bonificati sia dai Pfas che da altri composti chimici altamente cancerogeni, come gli GenX e C6O4, sversati sempre dall’azienda dal 2012.

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Fino ad allora in Italia non si era sentito parlare delle sostanze perfluoroalchiliche e della loro tossicità. Molecole che non esistono in natura, vengono usate per rendere i prodotti impermeabili all’acqua e ai grassi e si trovano in tantissimi oggetti di uso quotidiano, dalle pentole antiaderenti agli imballaggi alimentari, dai pellami e i tessuti impermeabili a certe pellicole.

Un'immagine della fabbrica ormai chiusa

Sono particolarmente subdole perché inodori, incolori, insapori. Rappresentano un grave pericolo sia per la salute umana che per l’ambiente, sono catalogate nelle liste internazionali di “sostanze estremamente preoccupanti” (Svhc) perché tossiche, persistenti e bio–accumulabili cioè il nostro corpo le integra e le accumula, ma non riesce a metabolizzarle né a smaltirle. La Miteni le ha prodotte, sversare e interrate fin dal 1968, anno della sua fondazione a opera dei Marzotto. E oltre ad avvelenare i lavoratori, ha avvelenato anche l’aria circostante lo stabilimento ma soprattutto il terreno e la falda.
 

Le famiglie non si fidano

“Dal 2014 la Regione ha adottato provvedimenti per rendere potabile l’acqua che beviamo, ha installato filtri a carboni attivi – racconta Giampaolo Zanni, segretario generale Camera del lavoro di Vicenza che si batte da anni con iniziative sindacali e politiche a tutela dei lavoratori e della popolazione –. Ma solo nel 2016 abbiamo cominciato tutti a fare i conti con questa drammatica realtà.

«Dopo anni di avvelenamento non beviamo più acqua di rubinetto»

E tante famiglie, compresa la mia, dopo anni di avvelenamento, non si fidano e non bevono più l’acqua del rubinetto”. La Regione ha anche attivato un sistema di sorveglianza sanitaria degli abitanti coinvolti. Così le persone hanno scoperto di essere state esposte per anni a queste sostanze, e di averle accumulate nel corpo. I risultati delle loro analisi parlano chiaro: livelli di Pfas nel sangue nettamente superiori al normale.

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“Il territorio è stato diviso in due – riprende Zanni –. La cosiddetta ‘zona rossa’, dove sono stati rilevati nella popolazione valori maggiori di Pfas nel sangue, e le cosiddette ‘zone arancio’, quelle più vicine alla fabbrica, dove l’inquinamento propagandosi verso sud non è riuscito ad arrivare in profondità. Gli acquedotti pescano in profondità e quindi le loro acque non sono ancora contaminate. Ma dal nostro punto vista e da quello dei comitati di cittadini che in questi anni si sono formati e con cui collaboriamo, non ha alcun senso dividere gli abitanti in zone rosse e arancio, poiché i Pfas, ormai lo sappiamo molto bene, fanno male alla salute. Chiediamo provvedimenti che riguardino l’insieme della popolazione esposta”.

Il territorio

Fare i conti con il disastro

Patrizia Pallara

La Miteni sapeva

Oggi è noto che la Miteni fosse consapevole della situazione almeno dal 1990. Una relazione del Nucleo operativo ecologico dei carabinieri di Treviso del 2017 riporta che la Mitshubishi, che deteneva il 51 per cento dell’azienda (il restate era in mano alla Enichem) aveva commissionato a più riprese indagini ambientali nello stabilimento, scoprendo che il terreno era impregnato di inquinanti. Nel 2004 la proprietà aveva anche fatto installare una barriera idraulica, un sistema che pompava e filtrava l’acqua dalla falda, risultato poi insufficiente. Avrebbe dovuto comunicare alle autorità sanitarie quello che indagini avevano rivelato, ma non lo fece. E quando da una valutazione dei costi per lo smantellamento e la bonifica del sito risultò una cifra che si aggirava sui 18 milioni di euro, nel 2009 pensò bene di vendere la fabbrica al prezzo simbolico di 1 euro alla lussemburghese Icig.

«Le aziende sfruttano i territori, spolpano i lavoratori e scappano. È inaccettabile»

“Qual è la situazione reale di inquinamento di questo territorio si scoprirà solo quando si andrà a scavare – dice Giuliano Ezzelini Storti, segretario generale Filctem di Vicenza –. Il dato vero è questo: quando non si riesce ad obbligare le aziende a pagare i danni che hanno provocato, perché poi falliscono, come in questo e in altri casi in Italia, una parte dei danni viene scaricata sulla collettività. Noi diciamo che non ci può essere più nessuno che inquina e poi scappa: le aziende sfruttano i territori, si arricchiscono finché possono, spolpano i lavoratori e poi il costo lo devono pagare i cittadini. E questo è profondamente inaccettabile, profondamente ingiusto”.

I lavoratori della Miteni negli ultimi due anni di vita della fabbrica prima della chiusura avevano chiesto la bonifica e la riconversione industriale, non far confliggere ambiente con lavoro. Hanno messo in campo azioni di protesta innovative, ma con grande senso di responsabilità hanno mantenuto un minimo di sicurezza dell’impianto. “Ma quando la proprietà capisce che non può più ricattare i lavoratori, che non ci sono più spazi di manovra, porta i libri in tribunale – racconta Ezzelini Storti –. Il fatto più emblematico è quello in cui l’amministratore delegato scappa dalla fabbrica con i borsoni. Mentre la manodopera e la rappresentanza sindacale interna vuole coniugare le esigenze di territorio e quelle del lavoro, l’azienda decide di non assumersi la responsabilità di ciò che ha fatto”. A cercare di inchiodare tutti i dirigenti della Miteni, alcuni di Mitsubishi e dell’Icig è il processo che li vede imputati per disastro ambientale e avvelenamento delle acque, a cui la Cgil di Vicenza è stata ammessa come parte civile.

Km 0

Alimenti contaminati, la soluzione c'รจ

Patrizia Pallara

Il podcast con l'intervista a Marzia Albiero, coordinatrice della rete Gas

In attesa della giustizia, i cittadini si organizzano come possono per trovare soluzioni e tutelare la salute. Oltre al problema dell’acqua c’è anche quello degli alimenti: uova, pesce, muscoli del suino e del bovino, sono contaminati. “I dati sull’agricoltura stanno emergendo adesso – ci racconta Marzia Albiero, coordinatrice della rete dei gruppi di acquisto solidale nella provincia di Vicenza –. Se per far crescere un radicchio lo devo irrigare d’acqua, è chiaro che poi è inquinato. Però noi chiediamo di perseverare con gli acquisti a chilometro zero, di supportare agricoltori e allevatori che si sono accorti delle contaminazione prima ancora delle istituzioni e non hanno atteso gli aiuti dall’alto, ma hanno cambiato le fonti irrigue o le coltivazioni sostituendole con altre che non necessitano di tanta acqua. Sono loro i custodi della terra”.

L’unica certezza che gli abitanti hanno è il tempo. Ogni 3, 4 o 5 anni, a seconda della molecola, la concentrazione di inquinanti si dimezza. A spanne ci vorrà un secolo per avere un’acqua di nuovo pulita, a patto di eliminare alla radice la fonte dell’inquinamento. Cosa che però non è stata ancora fatta. “In questo momento – conclude Zanni – sono in corso lavori all’interno dello stabilimento per completare lo smontaggio degli impianti e per mettere in sicurezza il sito in attesa della bonifica. I comitati dei cittadini, i sindacati, la Cgil in particolare, chiedono che al più presto la Regione convochi la proprietà, costruisca un progetto per pianificare la bonifica del sito, senza la quale ogni volta che piove un po’ più del normale, la falda si alza, si imbeve di Pfas, e si avvelena ulteriormente”.