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Resistenze

La vera storia di Roma città aperta

Ilaria Romeo
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La vicenda raccontata nel film di Roberto Rossellini si ispira a un fatto realmente accaduto. Nel marzo 1944 il marito di Teresa Gullace viene arrestato. Quando lei va a trovarlo si rende conto che le SS lo stanno caricando su una camionetta e la rincorre. Viene freddata, incinta di sette mesi, davanti agli occhi di suo figlio

Roma, marzo 1944, la città allo stremo comincia a reagire. Il comando germanico risponde con feroci rastrellamenti alle incursioni dei partigiani gappisti. Incursioni che culmineranno di lì a poco nell'attentato di via Rasella e la conseguente rappresaglia tedesca della Fosse Ardeatine. Girolamo, marito di Teresa Gullace, viene arrestato e condotto alla caserma dell’81esima Fanteria, in viale Giulio Cesare a Prati. Teresa gli corre incontro per abbracciarlo, parlargli, consegnargli qualcosa. È una donna, è incinta, non può immaginare la reazione scomposta del soldato tedesco che impugna la pistola e spara.

La sua tragedia diverrà immortale grazie ad Anna Magnani che la farà vivere, per sempre, nel capolavoro di Roberto Rosellini Roma città aperta, presentato il primo ottobre del 1945 al cinema Capranica.

“Abbiamo pensato che papà non avesse da mangiare - racconterà anni dopo a Patria Indipendente, periodico dell’Anpi il figlio Umberto - così la mattina del 3 marzo mamma mi ha detto: andiamo a cercare papà e vediamo se possiamo portargli qualcosa. Ha preparato due sfilatini con le patate lesse, non c’era altro, e una boccetta di vino rosso. Insieme a mamma usciamo io e mia sorella Caterina, la più piccola: mamma era incinta di sette mesi. Prima di andare a viale Giulio Cesare, siamo passati dalle monache per lasciare mia sorella all’asilo. (…) Arrivati a viale Giulio Cesare vediamo che c’era un mare di gente. I rastrellati stavano all’ultimo piano e si affacciavano. Sulla via passava avanti e indietro una motocicletta con due SS, uno guidava e quello di dietro agitava in aria il mitra. Prima lo puntava contro l’assembramento delle donne per non farle scendere dal marciapiede, e poi lo alzava e sparava contro le finestre per far rientrare i rastrellati. (…) Erano tutte donne che avevano lì chi il marito, chi il padre, chi il fratello. (…) Sembra che mamma avesse tentato di attraversare la strada per fare avere a papà i panini e i tedeschi le hanno sparato. Non so se è stato un colpo di pistola o una raffica di mitra. I fascisti stavano davanti al portone. Mio padre l’ha vista cadere a terra, però ha pensato che fosse uno svenimento, perché era incinta di sette mesi. Poi però quando ha visto la chiazza di sangue ha fatto il matto, urlava, spingeva, e così l’hanno lasciato andare. Mamma nel frattempo l’avevano già portata all’obitorio del Santo Spirito, ma io non lo sapevo, lì c’erano solo le mimose”.

Quelle stesse mimose che poco tempo dopo diventeranno il simbolo della giornata internazionale della donna.

“Era il primo 8 marzo che si celebrava nell’Italia ormai libera - racconterà Marisa Rodano -  e la scelta della mimosa come fiore della Giornata Internazionale della donna venne da sé. (…) Rammento che passammo in rassegna diverse possibilità: scartato il garofano, già legato al Primo maggio, esclusi gli anemoni perché troppo costosi, la mimosa sembrava convincente, perché, almeno nei dintorni di Roma, fioriva abbondante e poteva esser raccolta senza costi sulle piante che crescevano selvatiche. Fu così - è questo il fotogramma che rivedo - che disegnai un approssimativo rametto di mimosa con l’apposito punteruolo che incideva la cera, sul cliché, con il quale sarebbe stata ciclostilata la circolare per i comitati provinciali”.

“È nella Resistenza - diceva la stessa Rodano alla Camera dei deputati in occasione del 70° anniversario della Liberazione - che le donne italiane, quelle di cui Mussolini aveva detto 'nello stato fascista la donna non deve contare'; alle quali tutti i governi avevano rifiutato il diritto di votare, la possibilità di partecipare alle decisioni da cui dipendeva il loro destino e quello dei loro cari, entrano impetuosamente nella storia e la prendono nelle loro mani. Nel momento in cui tutto è perduto e distrutto - indipendenza, libertà, pace - e la vita, la stessa sussistenza fisica sono in pericolo, ecco le donne uscire dalle loro case, spezzare vincoli secolari, e prendere il loro posto nella battaglia, perché combattere era necessario, era l’unica cosa giusta che si poteva fare”. 

Anche a costo della vita. Anche per onorare chi - incinta di sette mesi - la vita l’ha persa solo per abbracciare il marito ingiustamente incarcerato. Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario. Perché ciò che è successo non deve accadere mai più, perché la Resistenza continua...