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Nell'anno peggiore di sempre abbiamo perso la storia migliore

Ilaria Romeo
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Si conclude un 2020 segnato dalla pandemia che si è portato via nel silenzio buona parte di una generazione che, uscita dalla guerra, aveva ricostruito il Paese dandole fondamenta, radici, ideali

E siamo arrivati all’ultimo giorno di questo 2020, un anno che senza dubbio non dimenticheremo. L’anno della pandemia e del lockdown, ‘Il peggior anno di sempre’, nella definizione del Times. Un anno che ci ha tolto tanto, troppo, lasciandoci orfani di vite e di storie. Un anno che si è portato via, nel silenzio che si è mischiato al fragore della tragedia, una parte importante di un’intera generazione, muta, silenziosa, senza rintocchi di campane.

Abbiamo perso molto più della dimensione affettiva e familiare: abbiamo perso un pezzo di storia, con la sua saggezza, la sua esperienza, la memoria. Se ne è andata, e in silenzio sta continuando ad andarsene, la generazione dei bambini usciti dalla guerra che ha ricostruito l’Italia dandole fondamenta, radici, ideali.

Sono i bambini, gli adolescenti dei primi frigoriferi, della Fiat 500, della Lambretta, della prima televisione. Sono i ventenni degli anni Sessanta, i ragazzi e le ragazze dello sbarco sulla luna, della contestazione studentesca, delle prime minigonne, dei juke box che suonano le canzoni dei Beatles, di Mina, Battisti e Celentano.

Una generazione istruita anche dalla televisione del maestro Manzi e del Non è mai troppo tardi, mentre Pier Paolo Pasolini scriveva sui fatti di Valle Giulia e Martin Luther King veniva ucciso da un sicario sul balcone del Motel Lorraine di Memphis davanti alla stanza 306. Una generazione che cantando le canzoni di Bob Dylan ha marciato contro la guerra, bruciando le cartoline di precetto davanti ai distretti militari mentre gli aerei B52 americani bombardavano le pianure del Vietnam.

Sono i giovani della primavera di Praga, dei pugni chiusi di Tommie Smith e John Carlos alle olimpiadi di Città del Messico, di Jan Palach. I ragazzi e le ragazze di Woodstock e Piazza Fontana, gli studenti e operai uniti nelle lotte dell’Autunno caldo, della lunga marcia dello Statuto.

Sono i trentenni degli anni Settanta, gli uomini e le donne che hanno combattuto il terrorismo, che hanno pianto a Brescia, Genova, Bologna, che con le loro lotte hanno conquistato la riforma del diritto di famiglia, la legge sul divorzio, sull’aborto. Che hanno esultato quel 17 giugno 1970 quando l’Italia batteva la Germania per 4-3. 

“'Noi tutti - dirà anni dopo Gigi Riva - dopo che l’arbitro fischiò la fine, avemmo la percezione di quello che era successo, dell’importanza della nostra impresa. Eravamo stravolti dalla stanchezza, ma dall’Italia arrivavano notizie di incredibili festeggiamenti in ogni dove. La chiave del successo? La capacità di non mollare mai, anche quando tutto sembra obiettivamente perso. Questo l’insegnamento che ‘Italia-Germania 4-3’ può dare ai giovani affascinati davanti alla tv ancora oggi: se non si molla, tutto è possibile”. E non solo durante una partita di calcio.

Se ne vanno. Mesti, silenziosi, come magari è stata umile e silenziosa la loro vita, fatta di lavoro, di sacrifici. Se ne va una generazione, quella che ha visto la guerra, ne ha sentito l’odore e le privazioni, tra la fuga in un rifugio antiaereo e la bramosa ricerca di qualcosa per sfamarsi. Se ne vanno mani indurite dai calli, visi segnati da rughe profonde, memorie di giornate passate sotto il sole cocente o il freddo pungente. Mani che hanno spostato macerie, impastato cemento, piegato ferro, in canottiera e cappello di carta di giornale. Se ne vanno quelli della Lambretta, della Fiat 500 o 600, dei primi frigoriferi, della televisione in bianco e nero. Ci lasciano, avvolti in un lenzuolo, come Cristo nel sudario, quelli del boom economico che con il sudore hanno ricostruito questa nostra nazione, regalandoci quel benessere di cui abbiamo impunemente approfittato. Se ne va l’esperienza, la comprensione, la pazienza, la resilienza, il rispetto, pregi oramai dimenticati. Se ne vanno senza una carezza, senza che nessuno gli stringesse la mano, senza neanche un ultimo bacio. Se ne vanno i nonni, memoria storica del nostro Paese, patrimonio della intera umanità.

Quando tutto questo sarà finito e avremo modo di fermarci a riflettere e leccare le nostre profonde ferite sentiremo un unico, grande, enorme sentimento: la mancanza. La mancanza di quel sorriso che ci aspettava al rientro dai nostri viaggi di eterni migranti, la mancanza di quei racconti, di quelle storie, individuali e collettive, che continueranno a vivere dentro di noi ed attraverso di noi, perché nessuno muore davvero finché non viene dimenticato, e noi non dimenticheremo. 

Non dimenticheremo tutto questo, perché non è vero che ne siamo usciti migliori ma possiamo sempre cercare di farlo…