Il covid, lo sappiamo, ha messo in difficoltà tanti settori, ma tra i più colpiti c’è sicuramente il turismo e la luce in fondo al tunnel ancora non si vede. Sono diminuite le restrizioni, sono stati autorizzati gli spostamenti tra regioni, sono ripresi i viaggi, almeno in Italia, ma la stagione estiva 2020 è tutt’altro che salva. Alberghi, tour operator, stabilimenti balneari, musei: dopo i tre mesi di chiusura con retribuzioni a singhiozzo e ritardi nei pagamenti, sono tante le strutture che stentano a ripartire e se i lavoratori assunti con contratto regolare sono stati in qualche modo coinvolti pur adeguandosi alla trasformazione, per chi aspettava una chiamata estiva è davvero difficile.


montaggio a cura di Roberto Massaro

Quale lavoro stagionale?
“È semplice: non c’è lavoro, stai a casa e non sai come pagare le cose”. Carlo è uno degli stagionali reclutati ogni estate dal Forte Village, una struttura del cagliaritano che dà lavoro a più di mille addetti e in tempi normali accoglie fino a 1.300 ospiti. Adesso se ne contano una sessantina. “Stanno aprendo, ma piano piano – spiega Carlo – siamo tutti in attesa, perché gente non ce n’è. Noi perdiamo il lavoro, loro perdono miliardi, questo coronavirus non ha perdonato nessuno”. Carlo fa qualche lavoretto di restauro mobili, “ma anche quello è un lavoro che sta morendo, si fa prima a comprarli nuovi a poco prezzo. Siamo disperati: lo dico con il sorriso sulla bocca, per non cedere, ma è così, siamo disperati”.

Anche Arnaldo, addetto al ricevimento in un albergo di Jesi, non sa come andrà a finire: “Quando è scoppiata la pandemia, il lavoro si è fermato, ma il 6 aprile è stato aperto un ospedale covid in città e abbiamo ospitato lo staff – racconta – lavorando a pieno ritmo finché, superata la crisi, il 3 maggio sono andati via tutti. Abbiamo proposto la riapertura parziale, ma la direzione ha preferito continuare a offrire un servizio parziale ai pochi ospiti fissi che abbiamo tutto l’anno, un team di elicotteristi che occupa cinque stanze”. Cinque stanze su 138, è come essere chiusi. Mentre intorno le altre strutture riaprono a pieno regime, con ristoranti, bar, piscine e centri sportivi in funzione, l’albergo dove lavora Arnaldo tiene queste attività chiuse. “Siamo tutti in cassa integrazione da maggio e non sappiamo quali siano le intenzioni dell’azienda, che rimanda l’apertura di mese in mese” dice Arnaldo, che non sa nemmeno cosa sarà del suo lavoro a settembre. “La cassa finisce il 12 luglio, alcuni colleghi sono part-time e per loro è ancora più dura – spiega – poi ci sono gli stagionali, per lo più donne impiegate nelle pulizie e personale di servizio per la piscina, che quest’anno non sono stati chiamati”.

I danni della burocrazia
Teresa è cameriera ai piani di un albergo di piazza Garibaldi, a Napoli, che ha chiuso i battenti il 15 marzo. Anche lei lavora in appalto e ci tiene a rimarcare la differenza che la separa dai lavoratori diretti. “La nostra azienda non ha anticipato gli stipendi e abbiamo ricevuto la Fis di marzo e aprile il 10 giugno – racconta – ma non è ben chiaro con quali criteri l’Inps abbia stabilito queste cifre. La burocrazia uccide più del covid. Ho avuto 612 euro e ne pago 500 di affitto, ho due figli a carico e il mio è l’unico reddito, perché dal mio ex marito non ricevo alcun aiuto”. Teresa si è spostata con i ragazzi a casa della mamma, per ridurre le spese al minimo, ma lo sfratto è arrivato lo stesso, per gli inevitabili ritardi nei pagamenti. “La preoccupazione più grande adesso è l’incertezza – spiega – la priorità va al personale interno, noi dobbiamo solo aspettare e sperare che il lavoro aumenti. Ci auguriamo sia possibile prolungare la Fis almeno fino a dicembre, che in tanta incertezza ci sia almeno un aiuto sicuro da parte del governo” dice Teresa. “Il turismo è un patrimonio nazionale, bisogna investire nella sua tutela”.

La ripresa incerta che toglie il sonno
“È stato difficile, avevo qualche risparmio e ho tirato avanti con quello - racconta Marco, impiegato in un hotel romano – poi il 26 giugno è arrivato finalmente il bonifico dell’Inps”. È in Fis dal 2 marzo e come buona parte del personale alberghiero ormai, anche lui lavora per una ditta in appalto. “Non mi sono messo a cercare un altro lavoro, sapevo che prima o poi avremmo riaperto”. Il problema adesso è come: non ci sarà lo stesso lavoro di prima, si profila un riavvio a bassa occupazione dopo questi cinque mesi di chiusura e “la struttura non se la passa molto bene a livello patrimoniale”. Tra i colleghi non sono pochi ad aver perso il sonno, a dover curare l’ansia che tante preoccupazioni hanno portato: la pandemia, la chiusura, i soldi che non arrivavano mai, la ripresa incerta. Per Marco, delegato sindacale, è difficile rassicurarli, anche adesso che teme per loro la nuova delusione di una riapertura ridotta, che potrebbe fare a meno di alcuni di loro. Ma non si sa ancora niente di preciso. “È stata un’esperienza destabilizzante - conclude – e non mi sento affatto tranquillo”.

Ricominciare e reinventarsi
Eden Viaggi è un tour operator grande, ma che, come tutto il settore, sta subendo le conseguenze del blocco dovuto all’emergenza coronavirus. I lavoratori, fortunatamente, grazie ad un accordo sottoscritto con la Filcams Cgil, sono in contratto di solidarietà per 12 mesi, ma il futuro è incerto: “Dopo il boom dello scorso anno, questa proprio non ci voleva” racconta Francesca, “io mi occupavo dei viaggi di gruppo aziendali, ne avevamo tanti in programma ma sono stati tutti annullati e i villaggi oltre oceano chiusi. Ora stiamo provando a congelare i viaggi per poterli riprogrammare nel 2021, nella speranza che il virus non torni, altrimenti darà davvero dura.” Francesca ammette di sentirsi fortunata: “Mi sento più al sicuro, abbiamo avuto subito l’anticipazione dello stipendio da parte dell’azienda, non so i tour operator piccoli come hanno fatto in questo periodo. E poi c’è da dire che c’è molta collaborazione tra compagnie aeree e albergatori, tutti cerchiamo di venirci incontro per ripartire al più presto”.

“ResistiAMO”: quando la motivazione e la speranza vengono dal lavoro
Svetlana lavora come receptionist in un albergo di Catania riaperto dal 27 giugno dopo tre mesi di chiusura: “le difficoltà sono tante, ma ci siamo abituati, veniamo da una gestione in crisi, posta sotto il controllo del curatore fallimentare.” La struttura era abituata a lavorare con clienti business, per la maggior parte stranieri, che ora sono pochi. “Ci alterniamo alla recpetion anche con il turno di notte, perché siamo di meno, ma RestistiAMO, per non andare in tilt, per non perdere il senso dell’ospitalità e per far vedere a tutti che la Sicilia è una perla”.

Una storia a lieto fine
Chiudiamo con una piccola storia a lieto fine, quella di Sarah, catanese trasferita da qualche anno a Bologna, dove lavorava in un business hotel in zona fiera, tra i primi a chiudere a febbraio, perché il settore è stato subito paralizzato dall’emergenza sanitaria. Sarah è tornata immediatamente a casa, per stare con la famiglia e superare con i suoi cari il periodo di lockdown. Finché l’ufficio del personale dell’azienda per la quale lavorava a Bologna l’ha cercata e le ha offerto di lavorare in una delle strutture turistiche che ha in Sicilia. “È l’hotel di Catania – racconta Sarah, visibilmente contenta – fiore all’occhiello della catena, e almeno per questa estate lavoro lì”. Per la giovane è un sogno che si realizza. Cosa succederà in autunno, per il momento, non lo sa nemmeno lei.