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Coronavirus

La ripartenza che tutti aspettavamo, ma che io temo un po'

Foto: Simona Caleo
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Le ore passano e a breve sarò in negozio. Cosa troverò? Ci sarà la mascherina, unica e preziosa? Ci sarà il gel? Come avranno igienizzato (non sanificato) spazi e set espositivi? Lo avranno fatto? Dovrò pulire io ogni giorno (probabilissimo)? Sono queste le domande poste in una lettera che ci ha inviato una commessa di Torino alla vigilia del ritorno al lavoro. In una realtà con tante incognite e pochi diritti

La ripartenza. Il ritorno a una pseudo normalità protetta da una mascherina. Ricominciare a frequentare persone care e sconosciute, a camminare per strada senza avere la sensazione di fare qualcosa di sbagliato. E ricominciare a lavorare: svegliarsi la mattina, prepararsi, truccarsi, uscire. Ricominciare a guadagnare uno stipendio che superi la cifra delle bollette pagate nei mesi di lockdown.

La ripartenza che tutti aspettavamo, ma che qualcuno teme un po’.

Cara Collettiva, sono un’addetta alle vendite di Torino, settore arredamento, e ammetto di avere timori che appesantiscono parecchio i miei passi verso quella saracinesca serrata dal 12 marzo.

Più di due mesi fa ho scritto alla rinfusa un foglio e l’ho attaccato alla vetrina: “Si avvisa la gentile clientela che il punto vendita, vista l’emergenza in corso, resterà chiuso fino a data da destinarsi”. Chiusura di cassa, antifurto, e a casa. Non sapevo, come tutti gli altri italiani, che a casa ci sarei rimasta, che non sarei tornata in negozio. E altra cosa a me ignota: da quel giorno nessuno dell’azienda si sarebbe fatto vivo.

Dopo due settimane ho contattato l’ufficio personale per avere notizie; nessuna risposta. Soltanto quando hanno avuto bisogno di me, che compilo il foglio presenze dei negozi di Torino, mi hanno cercata. La consulente del lavoro necessitava del totale ore lavorate a marzo mio e delle colleghe. Peccato che noi non sapessimo cosa ne avessero fatto delle nostre ore, dal 12 marzo in poi. Ho dovuto insistere parecchio per sentirmi dire che avevano deciso di scalare fino ad esaurimento tutte le ferie residue, i permessi e le ex festività prima di metterci in cassa integrazione. Avevano deciso. “Così prendi lo stipendio pieno, chissà quando arriveranno i soldi dell’INPS”. In realtà era da mesi ormai che ogni settimana disponevano a loro piacimento di qualche ora di ferie per farmi lavorare un pomeriggio o due in meno (non si vende, non c’è gente, purtroppo siamo costretti, o ancora meglio, la frase top: “quando l’azienda è in difficoltà tutti devono fare qualche sacrificio se vogliono continuare a lavorare”). Insomma… Già prima non era il migliore dei mondi possibili, figurati con una pandemia.

E ho dovuto insistere di nuovo parecchio per capire da quando sarebbe partita la cassa integrazione, che in seguito ho scoperto non sarebbe stata cassa in deroga ma FIS. Dopo il mio martellamento di punti interrogativi il 22 aprile il datore di lavoro ha comunicato a tutti i dipendenti (nientepocodimenoche sul gruppo Whatsapp dell’azienda) tutte le informazioni che io, diciamolo, ho estorto all’ufficio amministrativo.

Poi ancora silenzio. Fino a mercoledì, 13 maggio. (Ci ha messo di meno l’INPS – due giorni in meno per l’esattezza – a erogarmi i primi lauti 55 euro di FIS di marzo). Era evidente che avrebbero riaperto le attività commerciali al dettaglio il 18 maggio; io e le mie colleghe da giorni aspettavamo che ci dessero informazioni su COME riaprire. Avevo letto il protocollo del 26 aprile Governo-parti sociali, e ogni giorno ho cercato notizie sui giornali, in costante attesa di DPCM, ordinanze regionali, linee guida Inail, documenti del Comitato tecnico-scientifico, voci di palazzo, indiscrezioni, bozze volate nelle mani di giornalisti… Lo ammetto, ero alla ricerca ossessiva di regole precise, ferree, dirette, incontrovertibili che potessero salvarci dalla tirchieria e dal menefreghismo del capo. Esatto: senza regole rigide non c’è da aspettarsi che i protocolli sulla sicurezza vengano rispettati, non dove lavoro io. Niente sindacati. Niente trasparenza. Con tutta sincerità, niente coraggio da parte di svariate colleghe, e nessun interesse da parte dell’azienda a spendere soldi quando invece si può risparmiare (unico comandamento sacro, a braccetto con il supersacro venderevenderevendere). Il 13 maggio finalmente il datore di lavoro mi ha telefonato per comunicare la riapertura e gli orari della settimana. Ranghi ridotti, ha detto, perché crede che fino a ottobre non si vedrà anima viva; quindi ancora Fis – peccato non possa licenziare, sono sicura che lui sia molto dispiaciuto – e orario tagliato di un terzo. Quando gli ho chiesto informazioni sui preparativi e sulle misure adottate si è messo a ridere. Come è noto, la sanificazione se la sono inventata per arricchire le imprese di pulizia e qualche parente (di chi?!), e immagino il sorrisetto stampato da io la so lunga mentre lo diceva. Mi ha tranquillizzato molto spiegandomi che il punto vendita sarebbe stato pulito come sempre, ovvero ogni 15 giorni… E i DPI: una bella mascherina di cotone, “che quella la puoi lavare cento volte” (poi cosa mi metto per lavorare mentre quella asciuga dopo il lavaggio evidentemente non è un problema suo). Il gel igienizzante, questo sconosciuto. Il ricircolo d’aria, questo innocente: “Perché, è pericoloso? Non mi risulta”.

A sua discolpa, in quel momento non era ancora uscito nessun protocollo per il commercio al dettaglio, ma i punti chiave già si sapevano, se ne parlava da tempo. Ora ci sono le linee di indirizzo scritte dalla Conferenza delle Regioni e allegate al decreto governativo, e magari Cirio farà il suo lavoro ed emetterà un’ordinanza prima o poi. Speravo in un testo più dettagliato e vincolante, ma è abbastanza chiaro ciò che si deve fare. O che si dovrebbe fare…

La ripartenza che tutti aspettavamo, ma che io temo un po’.

Le ore passano e a breve sarò in negozio. Cosa troverò? Ci sarà la mascherina, unica e preziosa? Ci sarà il gel? Come avranno igienizzato (non sanificato) spazi e set espositivi? Lo avranno fatto? Dovrò pulire io ogni giorno (probabilissimo)? E se io mi rifiutassi, come sarebbe mio diritto fare (non rientra nelle mie mansioni pulire), chiamerebbero chi di competenza, tutti i giorni, o se ne fregherebbero? All’impianto di condizionamento saranno cambiati i filtri, verrà spento il ricircolo automatico? Quanti clienti potrò far entrare in negozio, considerando che tranne la domenica lavorerò sempre da sola in uno spazio di più di 400 metri quadri? Quanto sarà tutelata la mia sicurezza e quella delle mie colleghe, e quella dei clienti? Quanto rischierò insistendo perché le indicazioni vengano rispettate? Verrò etichettata (ma già lo sono) come la rompipalle da far fuori appena possibile? La salvaguardia della salute andrà di pari passo con la salvaguardia del posto di lavoro?

Perché queste paure presto verrano affiancate da altre: la paura di non vendere, di esaurire le settimane di Fis, la paura di essere licenziata, di ritrovarsi senza lavoro in un mondo in crisi con il PIL in picchiata e la disoccupazione galoppante.

Ma pensiamo a una preoccupazione per volta: come è possibile che la ripartenza, la libertà di tornare alle nostre vite imperfette ma vissute, la dignità di lavorare e di sostentarsi possano essere potenzialmente pericolose quanto il virus che dobbiamo combattere?

(Lettera firmata)