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La canzone

Tempo rubato

Marco Rovelli
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Un testo che parla delle nuove forme di sfruttamento. Dai rider alle partite iva, dal lavoro manuale sempre più ricattabile al ricatto assoluto sui migranti

Primo maggio, festa del lavoro? No. Festa dei lavoratori, per il lavoro liberato. Un lavoro liberato, o un tempo emancipato. Basta col tempo rubato, che diventa profitto e perpetua servitù. In questa canzone, "Tempo rubato" - nata da un'idea condivisa con Alberto Prunetti (e un titolo "rubato" a un libro sul lavoro di Simone Fana) - ho cercato di cantar/raccontare, insomma di mettere in figura sonora le nuove forme di sfruttamento del lavoro. Dai rider alle partite iva, dal lavoro manuale sempre più ricattabile al ricatto assoluto sul lavoro dei migranti.

Tempo rubato, il videoclip

Marco Rovelli

Cantare lo sfruttamento del lavoro significa anche cantare la possibilità di un riscatto del lavoro. La possibilità di Trovare quel canto comune che ci restituisca all’umano, dove invece l’umano, oggi, è fatto merce. Trovare un canto comune a partire dalle secche di questo presente fatto di mani nere, nere di pelle o nere di fatica e lavoro e pena. Lo sappiamo da molto tempo che è il tempo che ci viene rubato a essere il fondamento del nostro asservimento al sistema delle merci, il sistema in cui tutto si equivale, e lo strumento dell’equivalenza è la moneta. Non c’è tempo che tenga, dove c’è la moneta/capitale.

Quanto avvenire rubato! E non si riesce nemmeno più a immaginarlo, un “sol dell’avvenire”. È un tempo tutto buio che sembra inghiottirci. E quanto ancora più forte questo buio oggi, nel cuore di questo lockdown, che pare far precipitare le contraddizioni di un capitalismo che prepara nuove enormi crisi economiche e finanziarie. Ma proprio in questo buio, ci potrebbe riuscire di ritrovare una capacità di immaginazione del futuro. Restituirsi a un comune con la forza e l’energia dovute, con una volontà di potenza, di creazione, di gioia. La potenza del comune: “Questa volta voglio tutto...”. È solo in un canto comune che ci si può riappropriare del tempo rubato. Tempo rubato, allora, fa da controcanto al Tempo delle ciliegie, la canzone simbolo della Comune di Parigi.

Il tempo delle ciliegie contro il tempo dello Spettacolo. Ci vuole la forza per attraversare il confine della nostre soggezione, che è oggi soprattutto nella nostra incapacità di immaginarci un’alternativa. Ci hanno rinchiusi dentro dei confini immaginari, e questi confini dobbiamo traversarli, e cancellarli. “Tempo rubato” non a caso sta nel percorso del mio album “Portami al confine”. Il confine, va da sé, è quello politico che separa gli “stati”, e che i cittadini del mondo, quelli che hanno come patria il mondo intero; cercano a buon diritto di valicare senza posa. Il confine è quello dei rapporti personali; dei rapporti d’amore dove il confine è mobile, dove è in perpetuo messo in questione; lì, anzi, non c’è che confine. Il confine è quello della morte, che non bisogna temere, maledicendo chi la infligge, e benedicendo la vita. Il confine da superare, in fine, è quello dell’immaginazione.

Portami al confine. Chi? Tu. C’è sempre un tu da interpellare,  a cominciare da se stessi. Portami al confine, tu. Avanti. Fammi oltrepassare questa terra, questo tempo, questa forma, questi spazi, questo già visto già scritto già vissuto. Quel che è di là dal confine, quel che tutti temono. È la paura che fotte l’uomo; che lo separa da se stesso, da ciò che può, che potrebbe. Eppure, basterebbe un passo. D’accordo, diciamo un balzo. Tu, aiutami a farlo quel passo, quel balzo. Portami al confine, e insieme superiamolo.