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Vita da profugo nelle città focolaio

Vita da profugo nelle città focolaio
Foto: Marco Merlini
Carlo Ruggiero
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Viaggio nei centri di accoglienza di Brescia e Bergamo flagellate dal coronavirus. Tra paura e coraggio, mascherine, divieti e pericolosi assembramenti. In piena emergenza affiorano tutti i nervi scoperti di un sistema azzoppato dai decreti Salvini

Nelle province di Bergamo e Brescia, stando ai dati aggiornati all’8 aprile, il numero dei contagiati da coronavirus ha raggiunto quota 20.000. Secondo un’analisi condotta da InTwig, però, i contagiati nel solo Bresciano sarebbero molti di più: 190.000, circa un abitante su sei, il 15 per cento della popolazione. Stesso discorso vale per il numero dei morti, che sarebbero molti più di quelli dichiarati dalle autorità. InTwig ipotizza anche che, a dispetto delle statistiche ufficiali, i morti in provincia di Bergamo sarebbero stati 4.500 nel solo mese di marzo, e i contagiati potrebbero arrivare addirittura a quota 288.000. Un’enormità.

Le due città in tempi di lock down appaiono oggi deserte. In giro non c’è quasi nessuno. Men che meno si vedono passare migranti. I richiedenti asilo, come tutti, centellinano le uscite di casa. Se una casa ancora ce l’hanno. Il sistema di accoglienza, così com’è uscito dalla mannaia dei decreti Salvini, è stato infatti messo a dura prova dall’epidemia. E oggi sta mostrando tutti i suoi limiti. Sebbene le condizioni di vita degli ospiti nei centri di accoglienza diffusa come i Siproimi (ex Sprar) restino ancora accettabili, in molti Cas (centri di accoglienza straordinaria, che la stretta ha reso molto più poveri, privilegiando soprattutto le strutture più grandi) il rischio contagio appare altissimo. Per non parlare dei cosiddetti “insediamenti informali”, veri e propri focolai pronti a esplodere da un momento all’altro.

Poco prima dell’emergenza, il 22 febbraio scorso, secondo il coordinamento degli ex Sprar di Brescia, i richiedenti asilo politico nei centri di microaccoglienza cittadini erano 949, a cui si sommavano i 420 posti dell’ex Sprar. A Bergamo, invece, secondo il sito del ministero dell’Interno, a inizio anno i centri erano 6 per un totale di circa 200 ospiti. I richiedenti asilo, però, oggi sono circa 900. E stanno nei Cas o, peggio ancora, in ghetti improvvisati o per strada.

BRESCIA, I MIGRANTI HANNO PAURA
“Abbiamo da subito organizzato il lavoro osservando le nuove norme di sicurezza, e gli utenti le stanno rispettando”, ci racconta Stefano Gagliardi, operatore di K-pax, una cooperativa che gestisce tre progetti Siproimi in provincia di Brescia, circa 120 utenti, tutti ospitati in appartamento. “Ora davvero tutto è molto più complicato - continua -. Il nostro mestiere è fatto di contatto umano, con l’obiettivo non semplicemente di dare un tetto a queste persone, ma di svolgere delle attività che gli permettano di costruire un percorso di inserimento lavorativo”. I progetti di inclusione nei centri Siproimi bresciani, insomma, vanno avanti, anche se “con molta difficoltà”.

“Ci siamo dotati da soli di materiale, abbiamo usato i nostri fondi”

“Nelle prime settimane – continua Gagliardi – abbiamo continuato ad andare a lavorare in modo alternato, auto-organizzandoci con mascherine e guanti che nessuno ci ha fornito.Ci siamo dotati da soli di materiale, e abbiamo fatto formazione sul contagio, traducendo le indicazioni che arrivavano dal ministero in diverse lingue. Per farlo abbiamo utilizzato i nostri fondi, assicurando a noi e agli utenti la maggior sicurezza possibile. Da due settimane a questa parte, lavoriamo per lo più da remoto, con interventi sporadici negli appartamenti”.

Nel febbraio 2019 i posti per l’accoglienza a Brescia sono stati dimezzati

I progetti di inclusione ex Sprar, che hanno una durata semestrale, a Brescia sono stati prorogati di altri due mesi. Alle richieste delle cooperative e dell’Anci nazionale, il servizio centrale del ministero ha risposto con proroghe nominative ai singoli progetti. La giustificazione da avanzare è molto semplicemente “Covid-19”. “Il problema più grosso è tenere alta la motivazione di migranti che sono arrivati con percorsi molto differenti e traumatici, e che oggi si trovano ad affrontare un nuovo trauma e un percorso interrotto. Stiamo puntando sull’assistenza psicologica utilizzando le piattaforme online con più mediatori. Ma non è affatto semplice”.

Se negli ex Sprar si sta lavorando per mantenere alta l’attenzione sui rischi del contagio, i problemi per le strade restano. Nel febbraio 2019 i posti per l’accoglienza a Brescia sono stati praticamente dimezzati. E molti profughi si sono ritrovati senza più un tetto sulla testa. “Non vedo migranti in giro per Brescia. Chi ha una soluzione abitativa sta rispettando le regole, il problema è chi questa soluzione non ce l’ha”, ci racconta Dou Dou Sagnan, ex operatore sociale originario del Senegal. A febbraio ha perso il lavoro in una cooperativa insieme ad altri 4 colleghi. Ora nel Cas in cui lavorava è rimasto un solo operatore per 13 utenti. Tutti effetti nefasti dei decreti Salvini.

“Molti non sapevano dove andare, si sono accampati in situazioni di promiscuità”

“Un buon numero di persone stavano già in strada da prima. Sono quelli che sono stati buttati fuori dai centri nei mesi scorsi - continua -. Ne conosco molti che vivevano di lavoretti precari, e che oggi non hanno più la possibilità di fare qualcosa. Probabilmente si sono accampati da qualche parte, o magari sono andati a rifugiarsi in casa di amici o conoscenti. Ci saranno sicuramente situazioni di promiscuità che potrebbero anche essere molto pericolose.” Cifre sul contagio nella comunità migrante di Brescia, in ogni caso, non le ha ancora fornite nessuno.

“Dopo la stretta dei decreti sicurezza, abbiamo visto crescere di molto le marginalità sul territorio – racconta Stefano Gagliardi -. Una buona parte di migranti che non vedevano garantita la continuità del loro percorso se ne sono andati altrove, o sono finiti nelle mani della delinquenza e dello sfruttamento lavorativo. Questa fetta di popolazione è aumentata a dismisura e ora è difficile da rintracciare. Oggi rischiano, loro malgrado, di diventare potenziali vettori di contagio.”

DENTRO AL PAMPURI
A preoccupare in città, però, c’è soprattutto il “Pampuri”, un vecchio ospedale psichiatrico trasformato in dormitorio. E’ gestito da “Asilo notturno San Riccardo Pampuri Fatebenefratelli”, una onlus che da decenni amministra il ricovero notturno per senzatetto, e nel 2014 ha aperto un centro d'accoglienza straordinaria. Secondo il loro sito, oggi accoglie circe 230 persone, ma le cifre reali non le conosce nessuno. O nessuno le vuole confermare. Quello che molti pensano è che di migranti e senzatetto stipati lì dentro ce ne siano molti di più. E che sia davvero difficile tenerli a distanza di sicurezza e dotarli di strumenti per contenere il contagio. Tra l’altro, il Pampuri aveva anche un’altra sede, che a causa dei tagli del decreto sicurezza è stato costretto a chiudere. Ora c’è solo questo grande edificio in via Flero. Nel corso degli anni sono stati svolti dei lavori di ammodernamento, ma per molti quel luogo resta un altro potenziale focolaio. Di lì passavano molti richiedenti asilo che poi venivano smistati in altri centri. Ora è tutto fermo, nessuno può più muoversi, e tutti restano dove sono.

“Io ho paura. Ieri sera è venuta un’ambulanza e ha portato via un ragazzo con la febbre alta. Finora non ci hanno ancora detto nulla, forse ha il virus”, ci racconta Mahmoud (il nome è di fantasia), un abitante del Pampuri. Viene dalla Costa d’Avorio, prima viveva in un appartamento che è stato chiuso a gennaio, ed è stato portato qui. “Viviamo in 4 o 5 in una camera piccola con letti a castello, che non ci permette di stare a distanza. Ci hanno dato una mascherina e ci hanno detto di lavarci spesso le mani. Ma non c’è abbastanza spazio, siamo tantissimi e con pochi bagni”.

“Viviamo in 4 o 5 in una camera piccola, non possiamo stare a distanza”

Le parole di Mamhoud sono confermate da alcuni video che ha girato col suo telefonino. Il primo mostra un’ambulanza parcheggiata presumibilmente all’interno del giardino del centro e alcuni paramedici che portano via una persona. Gli altri una stanza di una decina di metri quadrati con due letti a castello, poi bagni comuni e docce. E’ evidente che in queste condizioni non si possa mantenere la distanza di sicurezza, ma anche che per queste persone, al momento, non non c’è altra soluzione. “Abbiamo solo una sala per mangiare tutti insieme, e anche lì non c’è spazio per stare lontani - continua -. Io da un po’ non ci vado più a mangiare lì, perché ho paura, ma tutti gli altri ci vanno lo stesso. Qui è davvero difficile, perché non si può stare a distanza dagli altri”. Mahmoud è chiuso dentro al Pampuri, terrorizzato, non esce da un mese. Ma, in ogni caso, non avrebbe un altro posto dove andare.


Il video girato da Mamhoud al Pampuri

Abbiamo provato a contattare il direttore del Cas, Carlo Prati, che però non ha voluto rispondere alle nostre domande, facendoci riferire di “essere troppo impegnato per rilasciare interviste”. La Prefettura di Brescia, inoltre, non risponde al numero di telefono segnalato sul suo sito. Anche il form online per le segnalazioni e le comunicazioni dirette al prefetto non è, ad oggi, funzionante.

BERGAMO, SI FA QUEL CHE SI PUÒ
Uno dei più grossi centri accoglienza di Bergamo è invece il Cas di via Gleno. Anche in questo caso si tratta di un grande edificio che accoglie al momento 220 persone, con tutte le difficoltà che questo comporta in tempi di pandemia. La gestione è affidata alla cooperativa Ruah, che oltre al “Gleno” dirige un altro centro da 110 ospiti a Botta di Sedrina, uno da 17 a Treviglio e una rete di accoglienza diffusa in appartamento. Anche qui l’emergenza è stata affrontata il prima possibile, spiega il presidente Bruno Goisis: “Ci siamo dati subito codici comportamentali, organizzandoci con guanti, mascherine e altri strumenti di prevenzione. Cerchiamo di lavorare in massima sicurezza, facendo formazione per gli operatori e per gli ospiti in più lingue, con manifesti, volantini e video informativi. La Croce rossa di Bergamo è anche venuta più volte per fare interventi formativi”. Il tutto in una struttura così grande, però, diventa veramente complicato. “Ad esempio - continua Goisis - siamo passati dalla distribuzione collettiva dei pasti alla monoporzione personale. E farlo per oltre 200 persone non è una sciocchezza”.

“C’è stato anche qualche attimo di tensione, determinato dalla convivenza forzata”

I problemi, però, presumibilmente anche qui riguardano sopratutto la distanza di sicurezza tra gli ospiti. Il Gleno ha un grande giardino e in piena primavera trattenere gli ospiti all’interno delle stanze non è semplice. “C’è stato anche qualche attimo di tensione, determinato dalla convivenza forzata. Ma oggi, questa, è una condizione comune a tutti. I mediatori culturali e gli educatori adesso possono davvero fare la differenza”. Proprio quelle figure che il capitolato per i nuovi bandi collegato al decreto sicurezza ha tagliato in maniera massiccia. Al momento, a causa del coronavirus, tutti i percorsi formativi al Gleno sono fermi, così come negli altri centri. I casi di febbre vengono isolati in stanze singole, nel momento in cui scriviamo Ruah ne certifica solo due.

“Credo che sia impossibile fare più di quello che stiamo facendo”

Naomi Peracchi è un’operatrice della cooperativa, e vive a Nembro, uno dei centri più colpiti dal contagio, quello che viene indicato da più parti come il fulcro del focolaio bergamasco. “La situazione è a dir poco complicata, ma credo che sia impossibile fare più di quello che stiamo facendo - racconta -. Le reazioni che ho visto tra gli ospiti sono due. Da una parte c’è la paura. In molti non vogliono mettere piede fuori dalla loro stanza, e in alcuni casi nemmeno avere a che fare con noi. In altri, invece, la reazione è esattamente opposta. Negano la malattia e si fa fatica a trattenerli. Ma fortunatamente sono molto pochi”. La parte più difficile del lavoro dell’operatore sociale in tempi di coroavirus è però riempire di senso il tempo di queste persone. “Prima – continua Naomi – la loro giornata era scandita dallo studio, dalla ricerca di un documento, di un lavoro o di un’abitazione. Ora è tutto rallentato o congelato. Per chi ha un orizzonte temporale così corto davanti a sé è molto difficile. Affrontare i loro problemi era già complicato prima, ora via telefono è quasi impossibile”.

NERVI SCOPERTI
Al tempo del coronavirus, insomma, dalle due città simbolo dell’emergenza sanitaria lombarda affiorano chiaramente tutti i nervi scoperti del sistema di accoglienza italiano. Brescia e Bergamo, tra l’altro, sono due delle città italiane con maggiore presenza di immigrati regolari. Secondo l’ultimo Dossier statistico immigrazione, il 12,4% della popolazione di Brescia e il 10,3% di quella di Bergamo sono attualmente composte da cittadini di origine straniera. “Negli ultimi anni, agli occhi della gente comune, il migrante era rappresentato solo dai pochi richiedenti asilo accolti nelle nostre strutture - racconta ancora Bruno Goisis -. Oggi la paura dello straniero è scomparsa, ed è stata sostituta dalla paura del virus, mentre sono moltissimi i lavoratori migrati, impegnati nelle strutture sanitarie, nelle pulizie o nella cura, che ci stanno aiutando a resistere”. “Quello dei migranti era un falso problema – continua Stefano Gagliardi –, lo dimostra il fatto che una volta arrivato il coronavirus non s’è parlato più di invasione”. Intanto, l’accoglienza diffusa per i richiedenti asilo, nonostante le sforbiciate degli ultimi anni, si sta dimostrando la strada migliore da percorrere anche in piena pandemia.

“L’accoglienza in appartamento rende più facile distanziamento sociale e comportamenti virtuosi”

“Il sistema ex Sprar è davvero un’isola felice – racconta Valentina, un’operatrice sociale bresciana che lavora in un centro Siproimi -. Anche il rapporto con il comune si sta dimostrando un’ottima soluzione. L’amministrazione è molto presente in questa fase, per capire come tutelare sia gli operatori che gli utenti. L’accoglienza in appartamento rende più facile il distanziamento sociale, con poche persone è più semplice spiegare agli ospiti come devono comportarsi”. “L’accoglienza diffusa, rispetto alle grandi strutture rende più diretti i percorsi di inclusione - conclude Gagliardi -. Oggi, poi, in appartamento è più facile mettere in pratica tutte quelle norme che possono salvare la vita a noi e agli altri”.

Il problema, però, è anche meramente economico. Le ultime mascherine che la coop K-pax è riuscita ad acquistare per gli ospiti del Siproimi di Brescia sono state pagate uno sproposito: 18 euro l’una. L’ultimo capitolato di gara di appalto per la gestione dei Cas ha portato i famosi 35 euro al giorno per migrante a 19/21 euro. Più o meno il costo di una mascherina protettiva in Italia al tempo del Covid.