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Rassegna stampa internazionale

Cambiamo il mondo

Foto: Marco Merlini
Maria Teresa Polico
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Dalle difficoltà degli studenti europei al presidente degli Stati Uniti che appoggia i lavoratori Amazon in sciopero in Alabama. La lotta dei lavoratori tessili di Tangeri, la resistenza del popolo birmano in Myanmar e le nuove sfide dell'Organizzazione mondiale del commercio ora guidata da una donna africana

L’anno frenetico degli studenti europei
Le Monde, 4 marzo 2021

Le scuole saranno l’ultima cosa a chiudere e la prima a riaprire. Così prometteva la ministra svedese dell’educazione, Anna Ekström, alla stampa, il 24 febbraio. Dopo un anno, tutti gli Stati europei si sono trovati di fronte allo stesso dilemma, costretti a conciliare la sicurezza sanitaria delle popolazioni con danni educativi e psicosociali causati dalle chiusure delle scuole.

Foto: Marco Merlini

L’Europa si presenta come un bravo studente a livello mondiale: secondo l’Unesco, la durata media delle chiusure totali delle scuole non ha superato dieci settimane sul continente europeo, mentre la media è di trentotto settimane negli Stati Unirti e di ventotto settimane nel mondo. Ma le risposte date dai paesi europei a questo problema sono diverse, riflettono il posto assegnato alla scuola nella società e la strutturazione del sistema scolastico e familiare.
Il trattamento riservato alle scuole è, innanzitutto, una questione legata alla storia e ai simboli: in Francia, il ministero dell’educazione nazionale si è compiaciuto per aver avuto una delle chiusure scolastiche più brevi in Europa, dal 16 marzo all’11 maggio. Un funzionario del ministero francese ha affermato: “L’educazione nazionale, come suggerisce la stessa definizione, si basa sul principio filosofico che nessun bambino deve essere lasciato sul marciapiede”.
La concezione “morale” dell’“istituzione repubblicana” storicamente molto radicata ha avuto di sicuro un ruolo. Ma anche la Svezia e i suoi vicini nordici potrebbero rivendicare il posto straordinario avuto con la scuola in tempo di pandemia.
In questi Paesi, che sono stati gli antesignani del riconoscimento dei diritti dei bambini, le discussioni di svolgono spesso su argomenti concentrati sul benessere e sull’importanza dell’apprendimento in presenza. La Svezia non ha mai chiuse le porte della scuola materna e delle scuole elementari, e neanche dei collegi, a differenza della Francia, persino nella prima ondata della pandemia. Soltanto nei licei c’è stata la didattica a distanza. Il governo e le autorità sanitarie di Stoccolma, vi vedono un grande successo della strategia svedese contro il Covid-19. Negli altri Paesi nordici, che hanno chiuso le scuole per qualche settimana in primavera, l’obiettivo è tenerle aperte il più possibile.
In ordine disperso in Belgio
“La cosa più importante, è sapere chi pende le decisioni”, sottolinea Eric Charbonnier, analista del sistema dell’educazione presso l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, Ocse. In alcuni paesi, il governo non ha il potere di chiudere le scuole. In Francia, la decisione è centralizzata a tal punto che la prospettiva di confinamenti locali, per contenere la circolazione del virus, è vissuta come un incubo. La gestione scolastica dell’epidemia è, quindi, una questione afferente alla ripartizione del potere. In Francia, il sistema educativo nazionale è un’istituzione potente, alla guida di un battaglione di 88.000 insegnanti.
Nonostante le forti preoccupazioni per la salute, evidenziate dai sindacati durante l’ultimo anno, “i dipendenti pubblici hanno lavorato”, mentre gli stati meno centralizzati hanno risposto in modo diverso. Nel Belgio, ad esempio, le due grandi comunità del paese, francofona e olandese, che gestiscono l’istruzione, non hanno potuto evitare di introdurre dei rattoppi, a causa della mancanza di strumenti comuni e dell’autonomia di diverse reti”, sottolinea Benoît Galand, professore di scienze dell’educazione all’Università cattolica di Lovanio.
Nel Paese coesistono una rete “ufficiale”, una rete libera (in gran parte cattolica) e una terza rete gestita dalle città, che hanno una grande autonomia. “I ministri dell’educazione hanno forse meno potere di un rettore universitario in Francia”, afferma Galand, “questo ha contribuito a dare l’impressione di una grande improvvisazione. La Germania, dove le scuole hanno iniziato a riaprire il 22 febbraio, dopo due mesi di chiusura totale, ha dato l’esempio di un paese dove la strutturazione del sistema scolastico, prerogativa dei Lander, spiega in parte la quasi assenza di dibattiti sulla scuola.
Ludger Wössmann, direttore del dipartimento di educazione dell’Istituto di ricerca economica di Monaco, afferma: “La ministra federale dell’educazione provocherebbe una ribellione immediata dei Lander se dovesse esprimere un suo parere sulla linea da adottare nelle scuole”. L’attuale ministra Anja Karliczeck ha scarsissimo peso politico: ex albergatrice, poco conosciuta dal grande pubblico, la discrezione di questo politico appartenente all’Unione Cristiano Democratica (CDU) dà un’idea del ruolo relativamente marginale assegnato ai temi dell’educazione nel dibattito politico e mediatico tedesco. Dopo l’incontro tra il cancelliere Angela Merkel e i presidenti dei Lander sulla strategia di lotta al Covid – 19, tenuto all’inizio di febbraio, molti osservatori sono rimasti sorpresi che la data del 1° marzo fosse stata fissata per riaprire i parrucchieri, mentre le conclusioni della riunione sulla scuola fossero rimaste vaghe.
In Italia nessuna polemica
L’aspetto culturale potrebbe giustificare l’assenza del dibattito nazionale, quando la Germania ha deciso di chiudere le scuole per la seconda volta quest’anno, a metà dicembre del 2021. Il tasso di occupazione a tempo pieno per le donne di età compresa tra i 25 e i 45 anni è inferiore al 60% rispetto al 70% della Francia. Soprattutto nella zona occidentale del paese, dove persiste l’idea che sia normale per una donna divenuta madre mettere in secondo piano la sua vita lavorativa. Charbonnier afferma: “Molti paesi hanno scelto di ridurre al minimo l’attività economica tenendo aperti gli asilo nido e le classi di piccole dimensioni”. “In alcune società, dove il modo di lavorare è più tradizionale, come la Germania, l’Austria e l’Italia, il lavoro part-time delle donne spiega la chiusura prolungata delle scuole. Ma il fenomeno dipende sempre da molti fattori. Gli italiani, ad esempio, sono stati colpiti molto duramente all’inizio della pandemia, il che può aver portato ad esitare in seguito. Durante la prima ondata della pandemia, l’Italia è stato il primo paese a chiudere le scuole, dalla fine di febbraio 2020 in Lombardia e Veneto e dal 5 marzo 2020 in tutto il paese. Il particolare ritmo scolastico dell’Italia, caratterizzato dalla pausa estiva che inizia a giugno, e dal nuovo anno scolastico che inizia a metà settembre, a seconda delle regioni, ha evidenziato il fatto che le lezioni di persona non sarebbero riprese fino all’autunno. La prospettiva di più di sei mesi senza scuola non ha però scatenato una vera e propria polemica nazionale, mentre altrove i dibattiti sono stati spesso accesi sui rischi psicosociali e sul “mancato guadagno” di apprendimento per i bambini. Charbonnier afferma che Le disuguaglianze sono peggiorate durante i confinamenti e “questa osservazione è globale. Più i sistemi sono disuguali, maggiore è la paura”. In Francia, dove la riduzione delle disuguaglianze è il tallone d’Achille del sistema scolastico, le discussioni continuano anche se il ruolo consapevole dei bambini sulla circolazione dei virus rassicura di più rispetto allo scorso anno. Jean-François Delfraissy, presidente del consiglio scientifico, ha raccomandato, ad esempio, di prolungare le vacanze invernali. La Società francese di pediatria ha difeso, invece, il ritorno a scuola fin dal primo confinamento. La possibilità di riconfigurare la capitale, presentata alla fine di febbraio dal consiglio comunale di Parigi, è stata subito riformulata dal portavoce del governo. “Abbiamo ancora un obiettivo, che non sappiamo se riusciremo a mantenerlo fino alle fine, quello di lasciare le scuole aperte il più possibile”, ha insistito Gabriel Attal su France Inter il 26 febbraio. Il tema è stato discusso anche in Spagna, dove le scuole sono state chiuse dal 14 marzo del 2020 fino alla fine di giugno. Le scuole sono rimaste aperte da allora, nonostante la virulenza della terza ondata, decisione che è stata presentata come una “vittoria sociale” da Isabel Celaa, ministro dell’educazione. Gli spagnoli, che grazie alla solidarietà di solito resistono di fronte alle crisi, hanno sofferto particolarmente per il confinamento, dove era diventato impossibile chiamare i nonni per accudire i bambini. In un paese dove la povertà infantile è il 27%, le scuole sono viste anche come i luoghi dove molti bambini mangiano un pasto completo. Durante il confinamento, le istituzioni scolastiche hanno distribuito pasti per i beneficiari delle borse di studio.
Differenze nei protocolli
Gli stessi problemi sono emersi in Inghilterra, dove l’istruzione rimane molto disuguale, con una percentuale significativa di studenti (il 7%) iscritti a scuole private costose che sono attrezzate meglio di molte scuole pubbliche. Dopo quattro mesi di chiusura, da marzo 2020 alle vacanze estive, è emerso che, mentre le scuole sono passate facilmente ai corsi a distanza, decine di migliaia di giovani sono stati privati dell’istruzione, poiché non avevano accesso al computer e ad una connessione Internet adeguata a casa. Inoltre, la pandemia ha aggravato la situazione economica delle famiglie a basso reddito in un paese dove la povertà infantile era già alta prima della crisi sanitaria, ad esempio, il 30% dei bambini viveva in “povertà relativa”, in una famiglia il cui reddito disponibile è decurtato dai costi per l’alloggio del 60% del reddito mediano nazionale.
In Europa, la pubblicazione di prove scientifiche sul ruolo avuto dai bambini durante la pandemia ha suggerito l’opzione della riapertura delle scuole, che ora è presentata come una priorità da molti governi, anche in Inghilterra e in Italia. Charbonnier ricorda che “La mancanza di prove scientifiche ha condizionato la possibilità di avere, o non di avere, un dibattito costruttivo sulle scuole”. Questo ha provocato grandi differenze nei protocolli sanitari: mentre gli alunni e gli insegnanti in Svezia non indossano mascherine in classe, queste sono obbligatorie dall’età di sei anni in Francia e in Spagna. Bisogna vedere come i sistemi scolastici europei usciranno dalla pandemia con l’avvio delle campagne vaccinali. Nonostante i sindacati degli insegnanti di diversi paesi abbiano chiesto di assegnare la priorità al piano vaccinale, non hanno avuto successo e l’Unesco chiede che siano vaccinati 100 milioni di insegnanti ed educatori in tutto il mondo. L’altro grande rischio per i giovani europei è il crollo delle risorse destinate all’istruzione, che rappresentano l’11% del bilancio statale nei paesi OCSE, a causa della recessione nel continente europeo. Nel rapporto annuale intitolato “Education at a Glance”, pubblicato nel settembre del 2020, l’OCSE ha avvertito che le conseguenze si vedranno senza dubbio solo dopo molti anni.

Per leggere l'articolo originale: L'année chahutée des écoliers européens

 

È necessaria una risposta mondiale più incisiva al colpo di stato nel Myanmar
Financial Times, 3 marzo 2021

Le forze di sicurezza del Myanmar hanno assunto una forma determinata quando hanno sparato alle folle di manifestanti disarmati. Hanno represso le proteste contro il regime militare nel 1988 e nel 2007. Un mese fa l’esercito ha ripreso il pieno controllo politico, ora le proteste sono represse con proiettili veri, granate assordanti e gas lacrimogeni.

Foto: Marco Merlini

Domenica è stata la giornata più letale dal colpo di stato, con almeno 18 manifestanti uccisi. Con l'economia che peggiora, mentre migliaia di dipendenti di banca, dipendenti pubblici e operatori sanitari rifiutano di tornare al lavoro, la situazione del paese si sta rapidamente deteriorando.
I militari stanno, nel frattempo, intensificando la campagna politica contro i dirigenti civili che hanno guidato il governo dalle elezioni del 2015. Lunedì, Aung San Suu Kyi ha ricevuto nuove accuse per aver rilasciato dichiarazioni che possono “provocare paura e allarme”, che si aggiungono alle precedenti accuse di aver importato illegalmente walkie-talkies e di aver violato la legge sulla calamità naturale non rispettando le norme contro il contagio da coronavirus. Le accuse iniziali già comportavano una pena detentiva di tre anni, che avrebbero impedito di ritornare al suo incarico, non è ancora chiaro quale punizione comporteranno le nuove accuse.
Tuttavia, molto è cambiato in dieci anni, da quando il paese ha avviato la transizione verso la democrazia. Il popolo del Myanmar si rifiuta di accettare di essere privato della scelta politica conferita alla Lega Nazionale per la democrazia di Aung san Suu Kyi, che ottenne una vittoria schiacciante nelle elezioni politiche dello scorso novembre. Dopo il colpo di stato del 1° febbraio scorso, si sono sentiti in tutto il paese, e quasi ogni notte, pentole e padelle che sbattevano per protesta. Migliaia di persone hanno aderito alle proteste, sfidando la violenza e gli arresti, per contestare la versione dell'esercito secondo la quale le elezioni sono state inquinate da frodi.
Gli scioperi dei lavoratori hanno portato il settore bancario quasi alla paralisi, il che potrebbe complicare la vita della giunta militare creando difficoltà ai pagamenti degli imprenditori e dei lavoratori. Se il capo dell'esercito, il generale Min Aung Hlaing, pensava che sarebbe stato facile riportare le lancette dell'orologio del paese al passato autoritario, sarà rimasto sicuramente deluso.
Il futuro del paese può essere deciso soltanto dal suo popolo. Ciononostante, i governi stranieri devono elaborare una risposta più coordinata e più efficace. In primo luogo, un eventuale impegno con il regime militare dovrebbe essere limitato all'esigenza che nel Myanmar ritornino il governo civile e i meccanismi che lo consentono. Non dovrebbe esserci “dialogo” con i generali che hanno preso il potere con la minaccia delle armi.
Inoltre, i paesi stranieri dovrebbero sostenere l'embargo mondiale delle armi proposto dalle associazioni per i diritti umani, vietando la fornitura diretta o indiretta di armi o altra assistenza militare. La Cina, il maggiore paese fornitore di armi al Myanmar, che ha posto il veto alla prima risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite, che condannava il colpo militare (anche se poi ha sostenuto la richiesta che Aung Suu Kyi fosse liberata), potrebbe bloccare una risoluzione che condanna il divieto di vendere armi. Tuttavia, altri paesi non dovrebbero fornire le armi ai militari che le stanno utilizzando contro il proprio popolo. Gli Stati Uniti, il Regno Unito, l'Unione europea e altri paesi hanno iniziato ad applicare le sanzioni contro i capi militari e contro gli interessi economici degli alleati dell'esercito. Dovrebbero dare seguito agli ammonimenti che li avrebbero estesi nel caso la violenza fosse continuata.
Altri governi dovrebbero, nel frattempo, impegnarsi con il CRPH, il comitato formato dopo il colpo di stato dai parlamentari del partito NLD, che sono scampati agli arresti e hanno sfidato gli ordini dei militari del Myanmar di astenersi dal prendere contatti. Le speranze del comitato di formare un governo provvisorio che possa ottenere il riconoscimento internazionale saranno complicate dal fatto che la maggior parte dei suoi parlamentari sono agli arresti o in clandestinità. Ma questi sono i rappresentanti del partito che ha stravinto le elezioni. È con loro, non con i generali, che le capitali straniere dovrebbero continuare a trattare.

Per leggere l'articolo originale: A tougher global response is needed to the Myanmar coup


Ngozi Okonjo-Iweala: gli Stati membri dell’Omc devono rafforzare la cooperazione
Financial Times, 3 marzo 2021

Se dovremo ripristinare la credibilità dell’organizzazione, i Paesi dovranno mettere da parte le loro divergenze.

Lunedì sono diventata la prima donna e la prima africana alla guida dell’Organizzazione Internazionale del Commercio. Ora dobbiamo rimboccarci le maniche e metterci al lavoro. L’Omc affrontava già sfide acute, che sono state amplificate dal Covid – 19. La pandemia ha devastato l’economia mondiale, danneggiando le catene di fornitura, interrompendo trasporti e viaggi. La crisi ha sconvolto le attività commerciali ed economiche, provocando la perdita di occupazione e la riduzione dei redditi nel mondo. Ha cancellato anni di conquiste economiche conseguite dai paesi in via di sviluppo e persino decenni di crescita in alcuni paesi a reddito basso e meno sviluppati. Esiste una speranza all’orizzonte. L’Omc si aspetta per quest’anno una forte ripresa degli scambi internazionali. Il Fmi prevede una crescita dell’8% del volume commerciale mondiale nel 2021 e un 6% di crescita nel 2022. Si stima una ripresa del prodotto interno lordo mondiale che dovrebbe passare dal 4.4% nel 2020 al 5.5% nel 2021.
Tuttavia, perché l’economia mondiale possa ritornare ad una crescita sostenuta, dobbiamo intensificare la cooperazione per garantire un accesso equo e sostenibile ai vaccini, alle terapie e alla diagnostica. L’Omc può e deve svolgere un ruolo più incisivo nell’incoraggiare gli stati membri a ridurre al minimo o a rimuovere le restrizioni e i divieti alle esportazioni che impediscono alle catene di fornitura di produrre prodotti sanitari ed attrezzature.
Gli stati membri dell’Omc hanno la responsabilità ulteriore di respingere il nazionalismo ed il protezionismo sui vaccini, e di cooperare, nel contempo, promettendo nuove cure e vaccini. Dobbiamo trovare una “terza via” in materia di proprietà intellettuale che preservi le regole multilaterali, incoraggino la ricerca e l’innovazione, e promuovano, nel contempo, accordi sulle licenze per aiutare ad accelerare la produzione su larga scala di prodotti sanitari. Alcune case farmaceutiche, come AstraZeneca, Johnson & Johnson e il Serum Institute Indiano lo stanno facendo già.
In generale, gli stati membri dell’Omc hanno convenuto sulla necessità di riformare l’organizzazione. Ma una eventuale mancanza di fiducia significa che non si accorderanno sulle modifiche necessarie o sulla loro tempistica. Se dovremo ripristinare la credibilità dell’organizzazione, i paesi dovranno mettere da parte le loro divergenze e concordare le riforme, quando i ministri del commercio si riuniranno alla fine di quest’anno.
Dobbiamo contribuire a rendere sostenibili gli oceani, accettando di eliminare i dannosi sussidi alla pesca, che conducono a far sì che troppe navi inseguano troppo poco pesce. Un accordo solido darà il segnale che l’Omc è tornato e che può concludere un accordo multilaterale sostenibile per le generazioni future. L’Omc non può permettersi di sbagliare. I negoziati sono andati avanti troppo a lungo, per 20 anni. Senza un accordo, non ci saranno pesci su cui discutere. Il sistema per la risoluzione delle controversie è stato centrale per la sicurezza e la prevedibilità del commercio multilaterale. Ma esso necessita di riforme e i ministri devono concordare quest’anno la natura di queste riforme e come farle.
Il manuale delle regole dell’Omc deve essere aggiornato per tenere conto delle realtà del 21° secolo, come l’economia digitale. La pandemia ha accelerato l’uso del commercio elettronico, permettendo alle donne e alle piccole e medie imprese di partecipare al commercio internazionale. Ma dobbiamo colmare il divario digitale che rende alcuni paesi in via di sviluppo restii a partecipare ai negoziati sul commercio elettronico. I negoziati tra alcuni stati membri dell’Omc volti a facilitare gli investimenti e a rimuovere la burocrazia normativa nel commercio dei servizi sono continuati intensamente nonostante la pandemia. I partecipanti devono allargare il sostegno a queste iniziative e attirare l’interesse dei paesi in via di sviluppo con l’obiettivo di arrivare a concludere i negoziati entro la fine dell’anno.
Si può fare di più per garantire che l’Omc affronti il nesso tra il commercio e il cambiamento climatico. Gli stati membri dovrebbero riattivare e allargare i negoziati sui beni e sui servizi nel rispetto dell’ambiente. Ma le restrizioni legate al clima non possono diventare restrizioni dissimulate al commercio, e dobbiamo assistere i paesi in via di sviluppo nella transizione verso l’uso di tecnologie più rispettose dell’ambiente.
Il lavoro dell’Omc nelle aree nuove e innovative non significa che abbiamo dimenticato i temi tradizionali come l’agricoltura. Migliorare l’accesso al mercato per i prodotti destinati all’esportazione e affrontare i sussidi agricoli che distorcono il commercio, è di importanza fondamentale per lo sviluppo dei paesi meno sviluppati. Un’area oramai pronta sulla quale fare un primo accordo riguarda la rimozione delle restrizioni all’esportazione dei prodotti agricoli acquistati a fini umanitari dal Programma Alimentare Mondiale. Garantire che il sostegno del governo alle imprese statali non distorca la competizione è anche una priorità massima per molti stati membri dell’Omc. L’Omc fa fronte a numerose sfide insidiose, ma non sono insormontabili. Esiste la speranza se lavoreremo insieme in modo da costruire fiducia e accorciare le distanze.

Per leggere l'articolo originale: Ngozi Okonjo-Iweala: WTO members must intensify co-operation

 

Il messaggio di Biden al movimento del lavoro
The New York Times, 3 marzo 2021

Foto: Xavier Collin (Avalon/Sintesi)

Per cinque minuti, domenica notte il presidente Biden è quasi sembrato un sindacalista. “I sindacati hanno consegnato il potere ai lavoratori”, ha affermato in una dichiarazione video a sostegno dell'azione sindacale nel centro di smistamento Amazon a Bessemer, nello Stato dell'Alabama. “Chiedono parità di trattamento. Danno voce più forte alla vostra salute, sicurezza, salari più alti, protezione dalla discriminazione razziale e dalle molestie sessuali. I sindacati innalzano i lavoratori, sia i lavoratori sindacalizzati e sia i lavoratori che non lo sono, ma innalzano soprattutto i lavoratori neri e scuri”. Biden si è rivolto direttamente ai datori di lavoro, che potrebbero cercare di sovvertire o di sabotare l'azione volta a creare un sindacato. “Non deve esserci intimidazione, coercizione, minacce, propaganda antisindacale. Non deve esserci alcun controllo sulla preferenza sindacale dei dipendenti. Ogni lavoratore dovrebbe scegliere liberamente ed equamente il sindacato cui aderire. La legge garantisce questa scelta. È nostro diritto, non il diritto del datore del lavoro. È il nostro diritto.”
Biden non è il primo presidente che parla a favore dei sindacati, ma potrebbe essere il primo presidente a parlarne pubblicamente, e così direttamente, a loro favore (sicuramente da Harry Truman). Le stesse parole utilizzate sono ordinarie, ma il contesto nel quale il presidente americano ne ha parlato, a favore dell'azione sindacale di più alto profilo nel paese, le rende straordinarie. E, a loro volte, aumenta le aspettative per quanto Biden, come presidente, può e dovrebbe realizzare a nome del movimento del lavoro.
Generalmente, i presidenti Democratici non sono così diretti nel dare sostegno al lavoro organizzato. Barack Obama, ad esempio, si limitò ai luoghi comuni in occasione del vertice sulla “voce dei lavoratori” che si tenne alla Casa Bianca nel 2015. “I sindacati sono stati spesso la forza motrice del progresso”. “La stessa classe media è stata costruita con il marchio sindacale. E la classe media che è stata costruita è stato il motore della nostra prosperità.”
Prima di Obama, un professore di storia a Yale, Jennifer Klein, scrisse via e-mail: “I presidenti Carter e Bill Clinton non credevano fondamentalmente che dovessero esserci i sindacati. Li vedevano come reliquie di un’epoca diversa del capitalismo americano. I sindacati non funzionavano veramente in un'economia moderna. Il libero commercio, la “conoscenza”, e le nuove tecnologie elimineranno quella vecchia politica del conflitto di classe e il bisogno di gran parte dell'apparato del New Deal”. “Anche Franklin Roosevelt era, come lo storico William E. Leuchtenburg scrisse nel 1963, “preoccupato di assumere il ruolo di levatrice del sindacalismo industriale”.
Quando, spinto dagli eventi, si schierò a favore dello sciopero “Little Steel” nel maggio del 1937, nel quale i metalmeccanici guidati dal C.I.O. e dal Comitato organizzativo dei lavoratori dell'acciaio si scontrarono con un gruppo di produttori indipendenti del settore, manifestanti che interruppero lo sciopero e le forze dell'ordine, Roosevelt impallidì. “La maggioranza delle persone sta dicendo un'altra cosa”, affermò il presidente. “Una piaga che minaccia i due rami del Congresso”. Queste parole, confrontate con quelle di Biden, che è intervenuto a favore dei lavoratori durante l'azione sindacale in corso per eleggere la rappresentanza sindacale, rimproverano i datori di lavoro ostili e ricordano al paese che il governo federale ha l'obbligo di consentire o persino di incoraggiare la sindacalizzazione.
In confronto alla retorica della maggior parte dei suoi predecessori, il breve discorso fatto da Biden è una delle dichiarazioni più filo sindacali che la Casa Bianca abbia mai pronunciato. Quello che colpisce è anche il modo in cui la dichiarazione del presidente rispecchia il cambiamento del movimento sindacale. Biden dice esplicitamente che i sindacati aiutano a proteggere i lavoratori dalle molestie sessuali e dai pregiudizi razziali, e lega la lotta per la rappresentanza sindacale alla "riconciliazione sulla razza" e le "profonde disuguaglianze che ancora esistono nel nostro paese". Vale la pena ricordare che la maggioranza dei lavoratori dello stabilimento Amazon di Bessemer sono neri e donne. Nel paese, i lavoratori neri e ispanici, soprattutto donne, sono in prima linea nelle lotte per conseguire salari più alti e maggiore dignità. I sindacati sono diversi, e i lavoratori sindacalizzati non sono più solo gli operai e gli scaricatori dell'era industriale.
"Questo rappresenta l'immaginario vecchio della base sindacale", ha detto Kirsten Swinth, professore di storia alla Fordham University. "Ma questa non è la realtà del movimento operaio americano di oggi". Quando Biden parla, si riferisce alla classe operaia che si è formata a partire dagli anni '70.
"La retorica presidenziale non è così forte, ma è importante. La dichiarazione di Biden quasi sicuramente si rifletterà sulle future campagne sindacali, per essere usata contro i datori di lavoro ostili. Inoltre, lancia una freccia a favore del Partito Democratico, non solo a favore dei sindacati in generale, ma del potere dei lavoratori in particolare. E a tal fine, richiama l'attenzione sull'urgenza di un'azione a favore del sindacato e della legislazione a favore dei lavoratori. Da parte sua, Biden può aumentare il salario minimo dei contratti dei dipendenti federali a 15 dollari l'ora, esigere che i contratti siano stipulati esclusivamente con i datori di lavoro che rimangono neutrali nelle elezioni sindacali e bloccare temporaneamente i contratti dei datori di lavoro che si oppongono ingiustamente all'organizzazione dei sindacati. Inoltre, può, in attesa della conferma del Senato, riempire i posti vacanti nella Commissione Nazionale delle Relazioni Industriali - National Labor RelationsBoard - di cinque membri, che stabilisce le regole della contrattazione collettiva, conduce e certifica le elezioni sindacali e si esprime sulle controversie di lavoro.
Una maggioranza democratica nella Commissione, ottenuta riempiendo sia un posto esistente e sia uno in scadenza in agosto, permetterebbe a Biden di invertire le decisioni antisindacali dell'era trumpiana e iniziare a rendere il governo meno ostile ai diritti del lavoro. Tuttavia, il modo più sicuro per portare un grande cambiamento è la legislazione.
Lo scorso anno, la Camera dei Rappresentanti ha approvato il Protecting the Right to Organize Act, che garantisce ai lavoratori nuovi diritti in materia di contrattazione collettiva e penalizza i datori di lavoro che compiono ritorsioni contro i lavoratori che si organizzano. Tuttavia, l'ostacolo non è Biden, è il Senato e il suo requisito di ampia maggioranza per l'approvazione di una legge. In questa ottica, forse la cosa migliore che la retorica di Biden possa fare al di là della situazione particolare nello Stato dell'Alabama è esercitare maggiore pressione sui Democratici per portare la regola della maggioranza alla Camera e lasciare che il Congresso finalmente governi per conto del paese e dei suoi lavoratori. L'azione sindacale nell'impianto Amazon aiuterà a definire il futuro del lavoro.

Per leggere l'articolo originale: Biden's Message for the Labor Movement

 

La Tangeri sotterranea del tessile
Le Monde, 2 marzo 2021

La morte di 28 persone in una fabbrica tessile di Tangeri, avvenuta all’inizio di febbraio, ha smascherato i seminterrati più o meno clandestini, dove migliaia di lavoratori producono capi di abbigliamento.

Foto: Antonello Nusca (Agenzia Sintesi)

Non è ancora giorno, una ventina di donne, ombre nella penombra, si presentano davanti ad un edificio ancora addormentato. Passano in silenzio, a testa bassa, ed entrano in una stanza buia, dove una manciata di uomini è intenta a mettere in moto i macchinari per il taglio dei tessuti. I loro occhi non incrociano gli occhi delle donne, i loro volti sono nascosti da mascherine bianche. Una dopo l’altra, scendono nel seminterrato, in uno scantinato di 40 metri quadrati riservato alla produzione di capi di abbigliamento. Non ci sono finestre, e né scale antincendio. Lamia, non è il suo vero nome, è una sarta di 36 anni, si mette un camice e comincia ad assemblare vari capi. “Ecco un’anteprima della collezione estiva!”, dice con ironia.
Magliette, pantaloncini e minigonne con le etichette di Zara, Bershka o Kiabi sono ammucchiate sui tavoli disordinati tra il ronzio delle macchine da cucire. Lamia afferma sbuffando: “Il più delle volte, il padrone ci chiude dentro. Per fortuna che l’altro giorno l'abbiamo scampata”.
“L’altro giorno” era l’8 febbraio, un lunedì in cui le piogge torrenziali si sono abbattute sulla città e dove 28 lavoratori, tra cui 19 donne, sono morte in un laboratorio situato nella zona dell’alluvione. Sono morti tutti, intrappolati nel seminterrato dove lavoravano. Ahmed Ettalhi, presidente della commissione urbanistica del comune di Tangeri, racconta che “L’acqua ha avuto l’effetto di uno tsunami, i lavoratori sono stati sommersi in pochi secondi”. “Lo scantinato e il laboratorio non avevano autorizzazioni.” Lamia e i suoi colleghi hanno lasciato in tempo il laboratorio prima dell’inondazione. “Avremmo potuto morire”, sussurra. Alcuni lavoratori del laboratorio erano miei amici.
“Come altre decine di lavoratrici costrette ad evacuare i sotterranei del quartiere, Lamia era davanti all’edificio dell’incidente. “Abbiamo sentito le urla”, racconta questa madre di tre figli. I lavoratori che sono riusciti a scappare si sono rifugiati sul tetto e chiedevano aiuto. Le autoambulanze sono arrivate troppo tardi. “A Tangeri, migliaia di lavoratori, soprattutto donne, lavorano illegalmente nei laboratori chiamati hofra (fosse), nei seminterrati per confezionare vestiti destinati ai marchi stranieri. Ettalhi denuncia che a Tangeri ci sono centinaia, forse più, laboratori nei seminterrati: “Nel 2016, abbiamo aperto una lista per trasferire i laboratori clandestini nella zona industriale. Abbiamo ricevuto 400 richieste. A queste richieste vanno aggiunti laboratori che non hanno presentato la richiesta e i laboratori aperti successivamente. Il numero è enorme!” La forza di queste strutture sta nella capacità di rispondere alle fluttuazioni della moda producendo rapidamente serie limitate. I lavoratori ricevono un salario compreso tra 180 e 230 euro al mese, vuol dire che ricevono meno del salario minimo in Marocco che è di 205 euro, non hanno una copertura sociale, né norme di sicurezza.
Questi laboratori tessili, dove le lavoratrici non hanno protezione, non sono del tutto clandestini e né realmente legali, hanno uno status ibrido. “Le aziende esistono perché sono registrate nel registro delle imprese, ma i proprietari dichiarano che un numero esiguo di dipendenti lavora in luoghi non regolamentati”, afferma Mustapha Ben Abdelghafour, vicepresidente della camera di commercio e dell’industria di Tangeri. Le autorità hanno detto che il laboratorio allagato era clandestino, mentre si sa che esiste dal 2017 con il nome di A & M Confection. Il suo proprietario, Adil Boullaili, è in custodia cautelare nell’ambito dell’inchiesta per omicidio e lesioni volontarie. Il settore tessile rappresenta oltre un quarto dell’occupazione industriale del Marocco. Inditex, la società madre del prêt-à-porter spagnolo Zara, è il cliente principale. Secondo il direttore generale per la Francia, Jean-Jacques Salaün, il sistema di controllo di Inditex offre una “tracciabilità assoluta”.
“Controlliamo tutti i nostri fornitori, soprattutto in Marocco, dove abbiamo scoperto prodotti contraffatti. Credo che sia improbabile che i nostri subappaltatori possano aggirare la tracciabilità. Posso dirvi che un laboratorio se non è registrato e controllato non può far parte della nostra catena di fornitura. Facciamo quanto possiamo per scongiurare una tragedia simile”. La città di Tangeri si trova a 14 chilometri dalla costa spagnola, è l’epicentro di questa attività molto importante, nonché il centro di eccellenza del settore tessile orientato all’Unione europea.
Ma questa attività redditizia nasconde una realtà sociale triste, gran parte della popolazione, 1.2 milioni di abitanti sul totale del centro abitato, vive ancora in condizioni precarie. L’attività del settore tessile alimenta l’economia sommersa, dove tutti sognano di avviare la propria attività. Lo stesso proprietario del laboratorio allagato, Adil Boullaili, ha avviato l’attività di confezionamento. Mariem Larini, amministratore delegato del gruppo tessile Larinor, racconta: “E’ stato un nostro lavoratore, poi è diventato direttore della linea, per poi avviare la sua azienda”.
Un ecosistema fiorente degli ultimi dieci anni ha permesso a dei lavoratori ambiziosi di creare mini-impianti per il confezionamento. I venditori di macchinari concedono loro un credito diretto. Possono affittare un locale, ricorrendo alla corruzione ed aggirando i controlli. Un industriale marocchino conferma che non è difficile organizzare un laboratorio in un seminterrato. Quello che serve è un impianto elettrico e quanto basta per corrompere le autorità, poi le persone bussano alla porta per chiedere di lavorare. Per capire la provenienza dei clienti di queste piccole aziende di confezionamento, bisogna uscire dal centro della città di Tangeri e raggiungere la zona industriale di Gzenaya. Lontano dai seminterrati, le fabbriche nate qui hanno ogni tipo di marchio e eco certificazioni che le rendono un modello etico. Mariem Larini, del gruppo Larinor che rifornisce grandi marchi internazionali, dice: “Abbiamo investito molto danaro per rispondere agli standard di responsabilità sociale aziendale richiesti dai clienti”. Molti marchi sono stati accusati di coprire le cattive condizioni di lavoro dei loro fornitori, soprattutto in Asia, e hanno dovuto cambiare strategia per tutelare la loro immagine. Un team del gruppo Inditex, presente stabilmente negli stabilimenti di Tangeri, effettua audit e controlli sporadici. È impossibile sfuggire dal loro controllo. Sono previste sanzioni in caso di mancato rispetto delle regole”. Il gruppo spagnolo ha anche istituito un sistema di audit interno per controllare meglio le pratiche dei suoi fornitori.
Ma la modernizzazione delle strutture è piuttosto onerosa per i produttori locali, soprattutto di fronte alla concorrenza dei paesi asiatici e della Turchia, quindi, per mantenere i loro margini di profitto e aumentare la capacità produttiva, le grandi aziende del Marocco subappaltano parte dei loro ordini a unità produttive installate nei sotterranei di Tangeri. "I sotterranei sono solo l'anello più debole di un sistema gestito dalla lobby dei proprietari di fabbriche marocchine. Sono loro a incoraggiare i lavoratori a creare laboratori sotterranei!". denuncia Abdellah El Fergui, presidente della Confederazione delle piccole e medie imprese del Marocco. L'esistenza di tali laboratori nel paese è il segreto di Pulcinella. "Ogni fabbrica si affida a tre o quattro piccoli subappaltatori che violano gli standard di sicurezza, da qui nasce la tragedia dell'inondazione", dice Ben Abdelghafour.
Dal 2010 Karima, una sarta di 52 anni, confeziona magliette in un sotterraneo della città. È un lavoro duro: nove ore al giorno, per cinque giorni la settimana, per un salario di 200 euro al mese. "Da quando sono invecchiata, mi fa male la schiena e non riesco a vedere molto bene. Per questo il mio stipendio è stato ridotto". Karima proviene da un villaggio dell'Alto Atlante marocchino e come migliaia di compatrioti del mondo rurale, Karima è arrivata a Tangeri con la sua famiglia nel 2005, alla ricerca di un lavoro. Mentre lei lavora, suo marito, che ha avuto un ictus qualche anno fa, è allettato. "Il giorno in cui si è ammalato, ho capito che non avevamo la previdenza sociale". Questo ricordo doloroso le ha fatto salire le lacrime agli occhi. "So che siamo in pericolo: polvere, malattie croniche, incidenti, una volta mio cugino ha perso la mano, lacerata da una macchina, perché non fornivano i guanti per protezione. Ma abbiamo almeno un lavoro". Secondo il Consiglio economico, sociale e ambientale del Marocco, il paese, nel 2018, ha registrato 50.000 incidenti sul lavoro che hanno provocato la morte di 756 lavoratori.
Ammortizzatori sociali
Bisogna capire come questi laboratori sotterranei riescano a sfuggire al controllo degli sponsor, i marchi di fama internazionale. Un direttore di una fabbrica di Casablanca spiega: "Questi marchi realizzano audit che permettono di controllare la responsabilità sociale delle aziende a cui si rivolgono, ma non la fase di produzione. La falla esiste! I marchi in Europa hanno la coscienza pulita in Europa, mentre qui chiudono gli occhi”. "La maggior parte degli imprenditori marocchini non si pronuncia. "I marchi esercitano una tale pressione sui prezzi che è impossibile essere competitivi senza i laboratori sotterranei”, sussurra un ex operatore del settore. Fissano prezzo e se rifiutiamo, si rivolgono altrove, in Turchia o in Etiopia.” L’Associazione delle aziende tessili e dell’abbigliamento del Marocco (Amith) va diritto al punto: “Non abbiamo mai sentito parlare di questo subappalto”, ha dichiarato a Le Monde il presidente Mohammed Boudouh. Dopo la tragedia dell’8 febbraio, le dita sono puntate su questa associazione professionale influente.
Rodolphe Pedro, proprietario di una fabbrica per il lavaggio e la tintura ecologica dei tessuti a Casablanca, che lotta contro le pratiche illegali, ritiene che sia essenziale cambiare mentalità: "Il Marocco ha un vero know-how ed è in una posizione geografica vantaggiosa, ma spetta alle nostre politiche, comprese le politiche dell’associazione delle aziende Amith, valorizzarle. Se noi avessimo una politica forte che ci permettesse di vendere le risorse del Marocco, i marchi non imporrebbero più prezzi così bassi.
"A Tangeri, un'attivista femminista, Souad Chentouf, fa la guerra ai laboratori clandestini. Membro dell'associazione “Agissons avec les femmes”, prende di mira le autorità locali, il Ministero del Lavoro, lo Stato, e Amith, i marchi, gli imprenditori. Secondo lei, sono tutti "responsabili delle loro azioni e negligenze". Dopo una settimana dalla tragedia, ha cercato di organizzare un sit-in di protesta, le autorità le hanno chiesto di rimandarlo. "Hanno paura delle conseguenze", afferma Souad.
Se i governi hanno tollerato per così tanto tempo l'economia sommersa, è anche perché essa rappresenta un ammortizzatore sociale importante. La chiusura dei laboratori sotterranei significherebbe la disoccupazione di migliaia di persone. Ahmed Ettalhi sospira: "Se tutti i luoghi illegali di Tangeri dovessero essere chiusi, il 60% della città rischierebbe di andare in rovina”. Non abbiamo i mezzi per combattere questo fenomeno strutturale. Ogni settimana, centinaia di lavoratori continuano a presentarsi alle porte dei laboratori sotterranei. Dal giorno dell'inondazione mortale dell'8 febbraio, Lamia è tornata a lavorare a casa sua. È pericoloso, lo sapeva, ma non aveva scelta.

Per leggere l'articolo originale: Le Tanger souterrain du textile