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Intervista

La Spagna verso un nuovo Statuto dei lavoratori

Foto: 3D Animation Production Company Pixabay
Davide Orecchio
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Doveva essere presentato nel 2020, ma la pandemia ha stravolto l'agenda del governo Sánchez. Il 2021 potrebbe essere l'anno buono, se il Paese esce dall'emergenza. Ne parliamo col giuslavorista Antonio Baylos

La Spagna sembra vicina al varo di un nuovo Statuto dei lavoratori per il XXI secolo. Il 2020 doveva essere l’anno della presentazione della normativa da parte della coalizione Psoe-Unidas Podemos guidata dal premier Pedro Sánchez. Una normativa più avanzata, universale e “protettiva” per i lavoratori. Poi lo scoppio della pandemia ha fermato tutto. Il 2021 potrebbe essere l’anno buono, anche se in questo momento, e siamo solo al principio dell’anno, il governo sembra più diviso tra moderati e radicali e le priorità appaiono cambiate. Il dialogo sociale coi sindacati si è interrotto sull’aumento del salario minimo. Insomma, tra Covid, crisi economica e fratture, la situazione non è semplice. Ma tutte le parti hanno ben presenti le priorità e le tappe: smantellare le leggi sul lavoro dell’epoca Rajoy, approvare una riforma complessiva, giungere poi al varo di un nuovo Statuto.

Sono priorità che vengono da lontano. Almeno dal 2015. Quell’anno un gruppo di giuristi e sociologi del lavoro, in collaborazione con la Fundación 1 de Mayo delle Comisiones Obreras (Cc.oo., la maggiore confederazione sindacale spagnola) discusse ed elaborò una proposta di riforma del quadro istituzionale che regola il lavoro, nella quale incluse anche una Carta dei diritti dei lavoratori. Il documento – che ha ispirato le successive richieste di un nuovo Statuto - fu poi approvato e presentato dalle Cc.oo..

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Negli ultimi anni, in Francia, Gran Bretagna, Italia e Spagna, sindacati e gruppi di giuristi hanno elaborato proposte di riforma delle leggi e degli Statuti del lavoro. Per rispondere alla “uberizzazione” dell'economia e alla precarizzazione, per ampliare la protezione dei lavoratori. A che punto è il percorso

L’anno scorso, col ritorno delle sinistre al governo, la ministra del Lavoro Yolanda Díaz ha coinvolto nel proprio dicastero diversi esperti di quel gruppo. Mariam Ballester è diventata la sua capo gabinetto, Joaquín Pérez Rey è segretario di Stato per l’occupazione. Altri studiosi, pur non partecipando ufficialmente al governo, hanno collaborato a progetti di riforma del lavoro e, sempre all'interno della Fundación 1 de Mayo, hanno organizzato un gruppo che continua a elaborare proposte in vista del nuovo Statuto, e mantiene intatto l’obiettivo della Carta dei diritti. Antonio Baylos, docente di diritto del lavoro, è uno dei protagonisti di questa storia. A lui abbiamo chiesto di raccontarcela.

Come è nata la proposta di una Carta dei diritti, e per quali motivi?

È nata da una duplice esigenza: invertire la riforma del lavoro del 2012 (del governo Rajoy, ndr), annullandone i contenuti più negativi, e allo stesso tempo dimostrare che il sindacato aveva un proprio progetto di regolamentazione dei rapporti di lavoro che avrebbe incorporato nuovi diritti. In altre parole, c'è stata una pars detruens, ma ciò che è stato maggiormente enfatizzato è la pars construens sui nuovi diritti e la rielaborazione del quadro giuridico. Si trattava di combattere le strategie di “de-laborizzazione” emerse attraverso il “falso lavoro autonomo”, cioè l'utilizzo di forme di lavoro ibrido per ottenere l'elusione dei contributi sociali e dell'accesso ai diritti individuali e collettivi di tutela. Era inoltre fallita la figura ibrida per eccellenza, il Trade (ossimoro che sta per “lavoratore giuridicamente autonomo ma economicamente dipendente o subordinato”). E non era ancora esploso il fenomeno delle piattaforme digitali...

Quali sono le principali difficoltà, e necessità di riforma, del mondo del lavoro spagnolo?

Le riforme ispirate alle politiche di austerità, in particolare quella del 2012, portate avanti dalla destra politica ed economica, hanno generato danni significativi soprattutto in tre aree: la svalutazione dei salari e l'indebolimento della forza vincolante della contrattazione collettiva; la precarietà e l'instabilità del lavoro, con la facilitazione dei licenziamenti; l’inserimento di forme temporanee atipiche senza controllo effettivo, e il rafforzamento dell'unilateralità aziendale nella gestione flessibile del rapporto di lavoro. È inoltre necessario introdurre misure correttive e normative efficienti per far fronte all'emergere di nuovi modelli di business nel mercato del lavoro, caratterizzati dalla digitalizzazione o dal rafforzamento del controllo digitale da parte del datore di lavoro, e sviluppare una discussione sull'orario di lavoro che non sia inequivocabilmente segnata dalle esigenze della produttività, ma che integri piuttosto gli interessi collettivi e individuali dei lavoratori. Su un piano più generale, è necessario intervenire sulla delimitazione delle parti nel rapporto di lavoro, sia sulla figura del datore di lavoro, sia sulla figura del lavoratore, la cui determinazione di autonomia mette in discussione l'opportunità di applicare nei suoi confronti le regole di tutela del lavoro dipendente.

Foto: Pashminu Mansukhani Pixabay

Il fulcro della proposta sindacale del 2015 era appunto una nuova Carta, coi suoi undici pilastri fondamentali, tra cui il diritto al lavoro, alla non discriminazione, alla salute e sicurezza, alla contrattazione collettiva e libertà sindacale… Nella proposta c’erano misure più rilevanti di altre?

Il documento del 2015 è stato molto importante per consolidare la posizione e la proposta delle Cc.oo, che hanno potuto presentare un progetto completo per la regolamentazione dei rapporti di lavoro. Si decise di dare risalto, attraverso un testo specifico che potesse anche assumere la forma di una legge organica, al contenuto dei diritti individuali e collettivi del lavoro presenti nella Costituzione del 1978, approfittandone per incorporare nuovi diritti derivanti dalle trasformazioni produttive in corso. La rivendicazione di una dichiarazione dei diritti fondamentali non solo ha recuperato la prospettiva della centralità politica e democratica del lavoro, ma ha anche ribadito la necessità di raggiungere un'efficacia diretta dei diritti costituzionali nel campo dei rapporti di lavoro. Gli ambiti fondamentali della Carta non sono ordinati gerarchicamente, e sono quindi integrati in una visione che concilia l'individuale e il collettivo, ma forse il riconoscimento del diritto al lavoro e all'occupazione effettiva con le garanzie e le tutele sul lavoro, sono quelli che hanno suscitato maggiore interesse. Eppure, l'enunciazione dei diritti in essa contenuti è già considerata insufficiente, sia per quanto riguarda i diritti digitali dei lavoratori e il lavoro a distanza, che sono stati scarsamente affrontati, sia per quanto riguarda la salute e sicurezza, alla luce dei problemi che la crisi sanitaria del Covid-19 ha sollevato al riguardo.

Dalla Carta del 2015 alla proposta di un nuovo Statuto cosa è cambiato? E quante speranze ci sono di arrivare allo Statuto nel 2021?

Le vicissitudini elettorali che hanno scosso la mappa politica spagnola dopo le elezioni del dicembre 2015, che hanno segnato un significativo declino dell'imperfetto bipartitismo caratteristico del nostro sistema politico tra centro-sinistra e centro-destra, con l'occasionale appoggio esterno dei partiti del nazionalismo periferico catalano o basco, e la frammentazione degli attori politici, hanno chiaramente ostacolato la costruzione di un Nuevo Estatuto de los Trabajadores del siglo XXI. L’impegno è stato ripreso dal governo di coalizione progressista Psoe-Up, anche se con qualche sfumatura. È stata data priorità all’eliminazione degli "aspetti più dannosi della riforma del lavoro del 2012", tra cui la preferenza data alla contrattazione aziendale rispetto a quella di settore, la limitazione alla vigenza dei contratti scaduti durante la ri-negoziazione, la frammentazione e riduzione dei salari a causa di esternalizzazioni e subappalti e, infine, alcune fattispecie di contratti a termine. Si è deciso di affrontare tali questioni a parte, ma si è ribadito l'impegno per il Nuovo Statuto: una commissione di esperti dovrà elaborare un testo base per il disegno di legge da presentare in Parlamento.

Quindi l’obiettivo rimane

Sì, ma la riforma generale è stata rinviata, mentre altre modifiche legislative più specifiche sono state realizzate nel corso del 2020. Ad esempio, l'abrogazione dell’assenteismo come causa di licenziamento. Inoltre, per coinvolgere sindacati e datori di lavoro nelle modifiche legislative, una serie di questioni che avrebbero dovuto far parte del quadro generale di una nuova regolamentazione del lavoro sono state portate nel dibattito negoziale tripartito - il "dialogo sociale" - ma sono state anche affrontate separatamente, a seconda dell'urgenza del momento, aggravata dalla crisi sanitaria ed economica dovuta al Covid-19. È avvenuto per il lavoro a distanza e per il lavoro su piattaforme digitali (la legge sui rider, ndr). La promessa di un nuovo Statuto rimane, ma la sua attuazione è rinviata a quando cesserà l'impatto della crisi Covid-19 sull'economia, a quando ripartirà completamente l'attività economica.

Foto: M.A. Padrinan Pixabay

Contemporaneamente alla proposta spagnola, ne sono state elaborate di analoghe in Italia, Francia e Gran Bretagna. Come spiega l'esplosione di questo fenomeno ‘cartista’ transnazionale?

È una reazione dovuta alle conseguenze delle politiche di austerità attuate durante la doppia crisi finanziaria e dei debiti sovrani tra il 2010 e il 2013, che hanno comportato l'applicazione di un meccanismo di “disciplinamento” sociale ed economico per i lavoratori e le loro organizzazioni di rappresentanza. La contrazione dello stato sociale e un intenso processo di mercantilizzazione del lavoro, attraverso un meccanismo di eccezione che ha accentuato in modo esponenziale le disuguaglianze, hanno stabilizzato una vasta area di povertà lavorativa confinante con un'altra vasta area occupata ma precarizzata. Il tutto ha messo in moto un ampio processo di delegittimazione delle istituzioni europee. Quella fase è stata percepita dovunque come un regresso dello spazio politico e decisionale che i lavoratori e le loro organizzazioni avevano raggiunto nelle democrazie europee, ed è stata vissuta anche come violazione di un processo di riconoscimento dei diritti conquistati con grande sforzo. È stato naturale tornare all'idea della Dichiarazione o della Carta dei diritti come espressione politica della centralità del lavoro nelle nostre società all'inizio del XXI secolo. E usare questo strumento per arrivare a ripristinare quei diritti, e per rivendicare un profondo cambiamento sociale.

Una proposta di Universal Labour Guarantee è stata avanzata e discussa in sede Ilo (l’Organizzazione internazionale del lavoro) nel 2019. Si è poi in attesa, nel 2021, della direttiva Ue sui lavoratori non standard e delle piattaforme digitali. Emerge anche una dimensione sovranazionale?

Mi sembra che si tratti di reazioni volte ad affrontare la crescente delegittimazione delle istituzioni europee o internazionali, rimaste indifese o complici delle politiche di austerità. Il pilastro sociale Ue e le sue manifestazioni più importanti, sulla trasparenza nelle assunzioni, sul distacco dei lavoratori, sull'Autorità europea del lavoro, o quelle proiettate sul salario minimo europeo o sul lavoro atipico e sui lavoratori delle piattaforme, sono timidi passi verso il recupero di una legittimità sociale delle politiche europee che, con la crisi del Covid-19, dovrebbero orientarsi su nuove coordinate, lontane da quelle imposte da una visione chiaramente ordoliberale. Per quanto riguarda l’Ilo, organizzazione praticamente paralizzata dal 2011, e nella quale si era arrivati a dubitare se il diritto di sciopero fosse riconosciuto nelle facoltà di azione sindacale tutelate dalla Convenzione 87, il dibattito sul futuro del lavoro in occasione del centenario Ilo ha permesso di riscoprire la difesa del lavoro dignitoso e di recuperare quello slancio espresso alla fine del secolo scorso, dunque una visione degli aspetti sociali e lavorativi nel tempo della globalizzazione.