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Europa

Il prezzo più caro del Covid? Lo pagano le donne

Foto: Anna Shvets da Pexels
Arianna Longo
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La pandemia ha accentuato le diseguaglianze di genere, sia sul lavoro sia in famiglia. A rivelarlo il nuovo rapporto Eurofound che esamina le ripercussioni del virus su vita e attività professionale di cittadine e cittadini europei

Il Covid-19 non è di genere neutro. Si innesta sulle disparità preesistenti, le accresce e le consolida. Sia sul piano occupazionale, sia su quello famigliare, il prezzo della pandemia è stato maggiore per le donne che per gli uomini. Questo uno degli aspetti più negativi che emerge dalla seconda versione del report Living, Working and Covid, pubblicato di recente dall'Eurofound (Fondazione europea per il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro).

A seguito della crisi socio-economica innescata dal Coronavirus, il 9% delle donne e l'8% degli uomini hanno perso il posto di lavoro. Un divario molto più accentuato incrociando il genere e le fasce di età. Nei prossimi mesi, le giovani donne (18 – 34 anni) corrono un rischio più elevato (11%) di diventare disoccupate rispetto ai giovani uomini (9%). Tra i 35 e i 49 anni avvertono lo stesso rischio solo il 6% degli uomini, contro il 9% delle donne. Per chi invece è rimasto in attività nonostante la crisi, è la tipologia contrattuale a sancire lo scarto tra i generi: i contratti a tempo indeterminato sono meno diffusi tra le giovani donne (63%) che tra gli uomini adulti (87%).
 


A questa maggiore insicurezza occupazionale si aggiunge una fragilità finanziaria più diffusa. Nel luglio 2020, il 58% delle donne ha ammesso che di lì a tre mesi avrebbe fatto fatica a tirare avanti. Tra gli uomini, la stessa difficoltà è stata riscontrata per un ben più basso 48%.

Lo scenario peggiora parecchio se il lavoro si mescola alla famiglia. Ad aprile 2020, quando i paesi europei erano in pieno lockdown e i genitori dovevano destreggiarsi con le scuole chiuse, sono state le donne (24%) a incontrare più ostacoli degli uomini (20%) nel bilanciare lavoro e vita privata. A luglio, nonostante molte misure di contenimento fossero venute meno, la forbice tra un genere e l'altro si è addirittura ampliata, raggiungendo una differenza di cinque punti percentuali.

Un dato che si spiega con la sproporzione tra i tempi dedicati alla cura dei figli (35 ore settimanali per le donne, 25 per gli uomini) e alle faccende domestiche (18 ore per le donne, 12 per gli uomini).
 


Non stupisce che le ripercussioni della pandemia abbiano un'incidenza più profonda per le donne. Ma la diversità qui non dipende da una presunta debolezza fisica o fragilità emotiva inscritte “per natura” nel genere femminile. Piuttosto, si tratta del riflesso di una disparità socialmente imposta. Il carico più oneroso di lavori domestici e l'impegno più assiduo nella cura dei familiari si traducono in una percentuale femminile più elevata (35%) di quella maschile (28%) a dichiararsi fisicamente esausta alla fine di una giornata lavorativa.

Le diseguaglianze materiali tra i generi non si ripercuotono solo sul benessere fisico, ma anche su quello mentale: la sensazione di svolgere un lavoro utile è più comune tra gli uomini (72%) che tra le donne (69%). Queste ultime si sentono in una posizione sociale più marginale dei primi (il 17% contro il 19%), dunque avvertono anche un minor senso di positività nei propri confronti (60%) rispetto a quanto riscontrato tra gli uomini (67%).