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Il commento

Fisco, la proposta del Parlamento è un'occasione mancata

Foto: Fabio Cimaglia/Sintesi
Vieri Ceriani
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Il Documento approvato dalle Commissioni finanze di Camera e Senato è una somma di proposte, anche contradditorie tra loro, che non fanno una riforma

Dopo circa 60 audizioni e 6 mesi di lavoro le Commissioni finanze di Camera e Senato hanno prodotto un Documento di sintesi che intende tracciare le linee guida per la legge delega di riforma fiscale che il governo è impegnato a presentare per la fine di luglio, nel quadro dei provvedimenti per il Pnrr. Nel complesso, l’inquadramento generale sembra abbastanza sviluppato, ma le proposte specifiche non sono sempre coerenti tra loro e con gli obiettivi dichiarati, né particolarmente innovative.

La vera novità, importante, è di tipo politico: l’attuale maggioranza è riuscita a produrre un documento di sintesi, partendo da posizioni molto divergenti delle sue componenti.

Nonostante l’ampiezza del contesto di riferimento, appare però alquanto dubbio che le linee di riforma indicate nel Documento configurino l’auspicata riforma organica e strutturale, di cui si lamenta il ritardo cinquantennale.

Il documento si prefigge due obiettivi strategici: stimolare l’incremento del tasso di crescita potenziale e rendere il sistema fiscale più semplice e certo.

Il primo obiettivo appare più che condivisibile, anzi necessario. Colpisce però l’assenza di riferimenti alla crescita sostenibile. Vengono sì evocati il Green new deal (Gnd) e il Next generation Eu, ma si dà l’indicazione perentoria di evitare “aggravi di costi per le imprese”. Ma è ben noto che il Gnd intende raggiungere gli obiettivi sulla riduzione delle emissioni di gas serra proprio attraverso segnali di prezzo, cioè aumenti dei costi dell’uso del carbonio. Ma comunque lo sviluppo sostenibile ha sia una dimensione ambientale, sia una dimensione sociale, che manca completamente. In sostanza si auspica una crescita meramente quantitativa, non si menziona un cambiamento del modello di sviluppo.

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Sono anni che, con fortune alterne, si parla di rivedere il sistema fiscale italiano. Ora si dovrà fare, entro il corpo di leggi previste dal Pnrr. Ma in quale direzione? Quella che ritiene le tasse "brutte" o quella prevista dalla Costituzione, che le pone a fondamento del patto di cittadinanza?

Sempre riguardo alla crescita, il documento sottolinea il fatto che le aliquote implicite sul lavoro e sul capitale sono molto alte rispetto alla media Ue, e nota che invece sul consumo l’aliquota implicita è inferiore. Ma poi afferma che l’Iva non dovrebbe essere aumentata, e semmai si dovrebbe ridurre l’aliquota ordinaria. Quindi si raccomanda di ridurre le imposte su lavoro e impresa senza compensazioni sul fronte delle imposte sui consumi.

Quindi, la pressione fiscale complessiva deve calare: è un obiettivo che le Commissioni non mancano di sottolineare più volte. In sostanza, la visione di fondo che sembra emergere è quella che ridurre le tasse è lo stimolo per la crescita: dopo l’ampia disamina dei cambiamenti strutturali intervenuti nell’ultimo cinquantennio, si approderebbe così alla curva di Laffer e alla “supply sideeconomics” in auge negli ultimi due decenni del secolo scorso.

Si auspicano sgravi all’Irpef, con un intervento sulla fascia di reddito del terzo scaglione (da 28 mila a 55 mila euro) e l’assorbimento del bonus da 80-100 euro; l’abolizione dell’Irap, compensata almeno parzialmente con “altri tributi esistenti”; la riduzione dell’aliquota sui redditi finanziari per allinearla alla prima aliquota dell’Irpef; il calo dell’aliquota Iva ordinaria. Si tratta di interventi molto cospicui, mentre il quadro finanziario oggi definito prevede al massimo due miliardi di euro per il finanziamento della riforma fiscale.

Manca completamente un quadro di compatibilità finanziaria, la cui definizione le Commissioni evidentemente rimandano al governo. Occorrerà ridurre spese pubbliche, ed eventualmente quali? Oppure si continuerà, anche dopo la fase emergenziale collegata al Covid, con bilanci fortemente in disavanzo? Per i maggiori oneri di un debito pubblico fortemente accresciuto, ma anche per il potenziamento di alcuni servizi pubblici, collegati alla sanità, e per le maggiori esigenze di sostegno ai redditi delle famiglie e alle imprese per la trasformazione del modello produttivo, per non parlare di ricerca e sviluppo, formazione, istruzione.

È quindi improbabile che la pressione fiscale possa ridursi in modo significativo, a meno che non si ricorra all’indebitamento. Sotto questo aspetto il documento sembra in sintonia con l’orientamento di buona parte dell’opinione pubblica, e di molti esponenti politici, prevalente negli ultimi anni e rafforzato durante l’emergenza Covid: è legittimo chiedere aiuti e sostegni; al contempo, il fisco è una sorta di “male in sé”, da abbattere e dal quale è legittimo sottrarsi. Salta il collegamento tra la spesa pubblica e le entrate, si perde la nozione del fisco come criterio di riparto dell’onere del finanziamento delle spese pubbliche, in sintonia con i principi di solidarietà, uguaglianza, capacità contributiva sanciti dalla Costituzione.

Riguardo alla semplificazione e alla certezza del sistema tributario, la raccomandazione di “codificare” le norme fiscali è del tutto condivisibile ma sarà opera impegnativa, che richiede principi di delega precisi. La codificazione, infatti, non è la semplice collazione delle norme esistenti, ma un’opera di riordino, razionalizzazione e coordinamento ben più complessa.

Riguardo alla tassazione dei redditi, si opta per il modello di tassazione duale e l’abbandono della tassazione onnicomprensiva. Il modello duale comporterebbe “l'applicazione di un'imposta proporzionale su tutti i redditi da capitale, di solito coincidente con la prima aliquota di quella progressiva sui redditi da lavoro”. Tuttavia “tale impostazione non pregiudica ex-ante i regimi cedolari” (se con aliquota inferiore).

Complessivamente, quindi, verrebbe mantenuto l’attuale regime di tassazione disomogenea e la pluralità oggi esistente di regimi sostitutivi differenziati e di esenzioni, dalle cedolari sugli affitti, ai regimi sostitutivi sui redditi di natura finanziaria, al regime forfettario per gli autonomi, suggerendo movimenti delle aliquote non già verso l’uniformità ma semmai verso una riduzione generalizzata.

Riguardo al regime forfettario (la cosiddetta “flat tax” degli autonomi) esso viene mantenuto inalterato, anzi esteso di due anni al superamento della soglia di ricavi che consente di fruirne, benché nel corso delle audizioni ne sia stato da più parti sottolineato il carattere asistematico e fortemente agevolativo e auspicato il ridimensionamento.

Coerente con il modello duale è invece la proposta di ripristinare l’Iri, approvata, sospesa e poi cancellata, per le imprese a regime normale Irpef.

Agli imprenditori agricoli il documento dedica il totale silenzio. Eppure recentemente hanno conseguito l’esenzione dall’Irpef dei redditi agrari e dominicali, in aggiunta all’esenzione dall’Irap e dall’Imu. Questi trattamenti costituiscono forme eclatanti di erosione fiscale.

Riguardo all’erosione le Commissioni assumono una posizione molto ambigua e sfumata. Propongono interventi limitati alle spese fiscali poco utilizzate, o la loro trasformazione in erogazioni di spesa. In sostanza, nulla di incisivo, che rischi di suscitare proteste e perdite di consensi.

Per quanto riguarda i tributi locali, appare condivisibile la proposta delle Commissioni di trasformare le addizionali Irpef comunali e regionali in sovraimposte sull’imposta erariale, mantenendo la manovrabilità in capo all’ente territoriale. Le Commissioni auspicano anche un rafforzamento del federalismo fiscale, al fine di “adeguarne i principi ispiratori ai pilastri di autonomia e responsabilità”. Resta da vedere come i “pilastri” dell’autonomia e della responsabilità possano essere coerenti con l’auspicata soppressione dell’Irap, tributo regionale destinato a finanziare la sanità, il cui gettito dovrebbe essere riassorbito “nei tributi attualmente esistenti”. Sembra che le Commissioni auspichino una maggiorazione dell’Ires, che però è tributo statale. O forse pensano a un’addizionale regionale all’Ires, che sarebbe fortemente sperequata sul territorio. In ogni caso, data la non coincidenza delle due basi imponibili, l’aliquota dell’Ires, compresa l’eventuale addizionale, dovrebbe salire ben oltre il 30 per cento.

Infine, la lotta all’evasione e il rapporto tra fisco e contribuente: il documento sottolinea la necessità di un salto culturale che dovrebbe preludere a un nuovo patto fiscale. Punti fondanti del nuovo patto sarebbero il potenziamento del contraddittorio tra fisco e contribuente e l’introduzione di meccanismi strutturati di premialità per i contribuenti leali. Obiettivi del tutto condivisibili, anche se per taluni aspetti sembrano voler tutelare soprattutto il contribuente. Il documento accompagna queste proposte con il rafforzamento della capacità operativa dell’amministrazione fiscale, centrato sulla digitalizzazione e informatizzazione dei processi, l’uso intelligente e integrato delle banche dati, il rafforzamento delle capacità tecniche, l’estensione dell’obbligo della fatturazione elettronica ai settori oggi esclusi. Misure che contrastano piuttosto efficacemente i comportamenti scorretti.

In senso opposto potrebbe invece andare la soppressione delle ritenute d’acconto sui lavoratori autonomi, che costituiscono un efficace presidio all’occultamento di imponibili. Come pure la “limitazione dei poteri di accertamento dell’Agenzia delle entrate” in riferimento al regime forfettario degli autonomi.

A conclusione di questa sommaria rassegna del Documento, si ribadisce quanto affermato all’inizio: non siamo di fronte a una riforma organica e strutturale, ma a un insieme di proposte poco coerenti tra loro e con le premesse dichiarate. Importante è stata la convergenza tra le forze di maggioranza, ma per il modo in cui si è formata, cioè per sommatoria di richieste specifiche tutte volte a ridurre il carico fiscale, è in fondo anche una manifestazione di “irresponsabilità”. Affidare al governo l’onere di definire le compatibilità finanziarie costituisce un evidente scarico di responsabilità per le forze politiche, ma consente di aggregare con generosità proposte di nuovi sgravi o il mantenimento di regimi di favore. Il punto vero di convergenza sembra proprio l’attenzione a evitare ogni possibile scontento tra le diverse categorie di contribuenti, tra non molto tempo potenziali elettori. Questo, forse, spiega l’assenza di riferimenti a questioni considerate “spinose” e divisive, come le cedolari sugli affitti. la riforma del catasto o le imposte patrimoniali e sui trasferimenti di ricchezza come eredità e donazioni: più in generale, la mancata assunzione dell’equità orizzontale come obiettivo strategico.

Questo articolo è una rielaborazione di un lavoro pubblicato sul Forum diseguaglianze e diversità

Vieri Ceriani è un economista, già sottosegretario al ministero dell’Economia dal 2011 al 2013