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Fisco globale

Far pagare i giganti: forse si può

Roberta Lisi e Ivana Marrone
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Caduto il veto Usa, nei prossimi mesi potrebbe vedere la luce una forma di tassazione “globale” delle grandi aziende digitali. Intanto in Europa va avanti la proposta di consolidamento europeo della base imponibile. Un modo per evitare la concorrenza fiscale tra i diversi paesi membri.

La notizia è arrivata nel pomeriggio dello scorso 26 febbraio. Forse non ha avuto l’attenzione che meritava, ma certamente è un passo avanti verso una più equa tassazione dei giganti del digitale. Durante la riunione dei ministri delle finanze e dei banchieri del G20, la segretaria al Tesoro degli Stati Uniti, Janet Yellen, ha annunciato il ritiro della proposta di “porto sicuro”

Alcuni mesi fa, quando alla Casa Bianca risiedeva ancora Trump, gli allora ministri dell’Economia di Italia, Germania, Francia e Spagna Roberto Gualtieri, Olaf Scholz, Bruno Le Maire e Nadia Calvino, scrissero una lettera pubblicata dai principali quotidiani europei con la quale chiedevano di arrivare in tempi brevi alla digital tax internazionale e alla minimum tax: insomma, di istituire un livello minimo di tassazione dei redditi di impresa da adottare globalmente contro il dumping fiscale.

Ovviamente le risposte che arrivarono da oltre oceano lasciarono pochi margini. Ed è per questo che l’annuncio della Jenner è così importante. In sostanza apre la strada all’adozione di una proposta sulla tassazione digitale di società come Google, Amazon, Facebook da parte dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico entro luglio. Giova ricordare che la presidenza del G20 in questo 2021 è dell’Italia: non sarà un caso allora che, sollecitato dalla domanda di un giornalista, il ministro dell’Economia Franco, al termine del summit dello scorso 26 febbraio, ha affermato: “La nuova posizione degli Stati Uniti sta facilitando il conseguimento di un accordo sulla tassazione delle società multinazionali”.

Per Gianna Fracassi, vice segretaria generale della Cgil, il messaggio che arriva dagli Usa: “è un segnale che speriamo abbia presto un seguito concreto. Non è possibile che esistano aziende che non pagano le imposte sui profitti laddove questi vengono generati. E se un grande player fattura milioni di euro nei paesi dell’Unione, anche grazie ad infrastrutture digitali e di comunicazione installate dall’operatore pubblico, si deve dire con chiarezza che i profitti sono stati generati in quei paesi, anche verificando la congruità dei costi che risultano essere stati pagati alla casa madre e che abbassano l’imponibile. Finché non ci sarà la possibilità di distribuire l’imponibile fiscale anche rispetto ai ricavi prodotti in ogni singolo paese, ben venga anche una web tax, con tutti i suoi limiti che riconosciamo”

Se questo è lo stato della discussione all’interno del G20, in Europa la situazione è tale che si impone di accelerare l’approvazione del consolidamento europeo della base imponibile. Di cosa parliamo? Di una possibile risposta alla sostanziale elusione fiscale delle grandi multinazionali consentita da differenti regimi fiscali in vigore all’interno della Ue.  Le domande che la Commissione europea si è posta per trovare una soluzione sono: come tassare, dove tassare, cosa tassare. La risposta che la Commissione ha elaborato è una ipotesi di direttiva, ora all’esame del Consiglio europeo che, se approvata, sarebbe utile a ridurre l’elusione fiscale attraverso lo spostamento di sede. La Ccctb (Base imponibile consolidata comune per l’imposta sulle società) prevede che ogni azienda debba far confluire in un unico bilancio le diverse voci, costi e ricavi, sommati assieme a prescindere da dove siano stati realizzati. Questa base imponibile verrebbe poi suddivisa tra i vari paesi in cui l’impresa è presente e tassata secondo l’aliquota nazionale. 

Anche in questo caso il parere della Confederazione di Corso d’Italia è positivo. Sottolinea, infatti Fracassi: “L’Unione europea ha bisogno di questa riforma. La concorrenza fiscale tra paesi è stata dannosissima, e non solo perché ha creato dei paradisi fiscali di fatto, ma perché ha spinto tutti i paesi, Italia compresa, a ridurre aliquote e imponibili, e i diritti dei lavoratori".

Di questa perniciosa “gara”, continua la sindacalista, "hanno approfittato tante imprese che hanno visto i diversi paesi lottare a suon di sconti ed esenzioni fiscali. Se le vediamo dal punto di vista dei cittadini significa ridurre il contributo che queste forniscono ai territori in cui si insediano. La competizione si deve svolgere sul terreno dell’innovazione, delle competenze, delle infrastrutture, non azzerando di fatto le imposte” 

Per evitare la concorrenza “sleale” tra paesi servirebbe più Europa e una reale armonizzazione dei regimi fiscali dei diversi Stati. In attesa che questo sogno si realizzi, ben venga, quindi la Ccctb.

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