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Cinema

La libertà di aborto conquista il Festival di Venezia

 L'événement di Audrey Diwan - foto dal film
Emanuele Di Nicola
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Il Leone d'oro va a "L'événement" di Audrey Diwan, la storia di una ragazza che sfida il divieto di aborto negli anni Sessanta. Il grande film sul lavoro è "Un autre monde" di Stéphane Brizé, la crisi vista dagli occhi di un dirigente. Tanti temi sociali e registe donne. E, soprattutto, il tentativo di ripartire dopo il Covid

Si è concluso con la vittoria di L'événement della regista francese Audrey Diwan, il Festival di Venezia numero 78: la giuria di Bong ha assegnato il Leone d'oro al film sull'aborto, spiegando che si tratta di una decisione presa all'unanimità. Il Leone d'argento va al favorito, Paolo Sorrentino, con il film autobiografico È stata la mano di Dio, che racconta la sua adolescenza a Napoli negli anni Ottanta. La migliore attrice è Penelope Cruz per Madres Paralelas di Pedro Almodovar. Altri premi vengono consegnati a registe donne, come Jane Campion per The power of the Dog (gran premio della giuria) e Maggie Gyllenhall per The lost daughter (migliore sceneggiatura).

Tornando al vincitore, L'événement (L'avvenimento) segue la parabola di una ragazza di 26 anni, nella Francia del 1960: rimasta disgraziatamente incinta, la giovane decide di abortire. Ma non si può fare: è vietato dalla legge. Per interrompere la gravidanza non resta allora che recarsi dagli aguzzini che praticano aborti artigianali, in questo caso un'inquietante signora... Tra il cinema dei fratelli Dardenne e quello rumeno di Mungiu, è un film sul corpo e la libertà della donna, naturalmente: un film che racconta una storia del passato ma non passata, anzi, perché i divieti e il tentativo di limitare l'autonomia femminile sono più che mai attuali. Basta lanciare un occhio a ciò che avviene a Kabul ma anche - in modo più implicito - dentro la società occidentale. Anche per questo il film probabilmente ha convinto la giuria, mettendo tutti d'accordo. 

Il festival è tradizionalmente attento ai temi sociali: lavoro, diritti, donne, ambiente. Quest'anno non ha fatto eccezione, a partire dal più grande film sul lavoro visto al Lido: Un autre monde di Stéphane Brizé. Il regista francese è un vero e proprio esperto delle questioni del lavoro e dell'occupazione, negli ultimi anni dedica a questo tutto il suo cinema, basti pensare alle storie operaie de La legge del mercato e In guerra. Qui opera uno scavalcamento di campo: è la storia di un dirigente, interpretato da Vincent Lindon, che viene chiamato a tagliare 58 posti di lavoro. Non può disdire, deve solo eseguire. L'uomo si consuma nel dubbio etico, l'ufficio si riflette sul privato, rovina il rapporto con la moglie: anche un manager può provare dolore, come dimostra questo bellissimo film che aspettiamo nelle sale italiane.

Le donne, come detto, sono state protagoniste. C'è stata la zampata di Almodovar, Madres Paralelas, che racconta proprio due donne che partoriscono lo stesso giorno a Madrid, per poi aprire la questione e arrivare perfino alla Guerra civile spagnola. Un film di stile, ma anche sociale, politico. L'altra grande donna è Isabelle Huppert nel film Les promesses di Thomas Kruithof: una sindaca che vuole mantenere davvero le promesse fatte ai cittadini, per questo entra in conflitto con gli altri politici, anche del suo stesso partito.

Fuori concorso è passato un grande film sulla droga: Life of Crime 1984-2020 di Jon Alpert. Il giornalista e regista ha seguito tre tossicodipendenti nell'arco di trentacinque anni, quelli del titolo, per testimoniare la loro struggente lotta contro l'eroina, tra periodi puliti e ricadute. Tre abitanti di Newark, nei sobborghi, dove la droga colpisce puntualmente i più poveri e il rischio di overdose è sempre dietro l'angolo. Un'opera memorabile che conduce a una sincera commozione. Ma questi sono solo esempi della vocazione sociale veneziana: altri titoli si potrebbero citare, come La Caja del venezuelano Lorenzo Vigas, già Leone d'oro nel 2015, che mostra l'inferno dei morti sul lavoro in Messico, nascosti e sepolti in fosse comuni.

La Biennale ha sofferto di un problema organizzativo: con le sale dimezzate per le norme anti-Covid l'afflusso di pubblico e accreditati è stato troppo ingente, poche le proiezioni e i posti disponibili. Si è presto creato il classico “overbooking”, vedere alcuni film si è rivelato impossibile: ma tutto sommato questi non sono problemi veri, un film in più o meno è un fatto relativo, però la Mostra deve riflettere per organizzarsi meglio nei prossimi anni. Non può essere così difficile ottenere un biglietto, soprattutto per il pubblico. Il cinema è per la gente, non per i critici e gli addetti, sarebbe opportuno farlo vedere.

A parte questo, è stata una Mostra di ripartenza. Nell'epoca del Covid il cinema italiano ha sofferto la chiusura delle sale, con conseguenze devastanti per gli esercenti e tutti i lavoratori del settore. In tale contesto il festival ha assunto un valore particolare, che va al di là della tradizionale vetrina per i nuovi film dei grandi autori: è stato anche un tentativo di riportare le persone al cinema. Le sirene del Lido possono servire: il cinema c'è, esiste, non è stato sconfitto dalla pandemia e va goduto principalmente in sala. Attraverso la copertura mediatica, lo spazio su giornali, web e Tv, si stimola così la curiosità per le opere, ognuno aspetta la sua preferita (non importa quale, va bene tutto), insomma il cinema prende la rincorsa per ripartire. Nell'unico modo possibile: dentro una sala.