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Cultura

Labour public history: quando il lavoro lascia il segno

Anni '70. Operai della Dalmine 
Foto: archivio CGIL
Stefano Bartolini
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Temi e pratiche di un modo di fare storia “in, con e per” il pubblico, coniugato con il mondo del lavoro e del sindacato. Dalla storia orale alle politiche della memoria

Da qualche anno si parla molto di Public history, cioè di un modo di fare storia in, con e per il pubblico, un campo che al suo interno raccoglie diverse dimensioni dell’attività culturale sul passato: dalla ricerca storiografica alle iniziative espositive e artistiche, dalla storia orale alle celebrazioni fino alla partecipazione dal basso e alle politiche della memoria.

Coniugato con il mondo del lavoro e del sindacato, questo campo prende il nome di Labour public history, un terreno su cui negli ultimi anni con la Fondazione Valore Lavoro abbiamo avuto modo di intervenire in maniera diffusa e sul quale sarà orientato anche il rilancio delle attività del Centro di documentazione archivio storico della Cgil Toscana. Proveremo a fornire qui una rassegna delle sue possibili declinazioni, utile a ottenere una bussola per chi è interessato a sviluppare la propria iniziativa culturale in questo settore.

La prima fra queste è la valenza pubblica, cioè politica, della ricerca storica. Prendiamo il caso della “precarietà”. La storiografia non si è sottratta dal costruire un filone di studi che cerca di analizzarla in prospettiva storica come un qualcosa che oggi ha i suoi caratteri originali e di novità ma in una fenomenologia di lungo durata fatta di continuità e rotture.

Nel 2008, il numero monografico della rivista «Genesis», Flessibili/precarie, ha ripercorso sette secoli di lavoro femminile su questo crinale. Non è casuale che il lavoro delle donne, da sempre più soggetto a forme di misconoscimento e scarsa regolamentazione, abbia fatto da apripista per l’analisi della relazione ambigua che flessibilità e precarietà hanno intrattenuto nel tempo, fino a divenire inscindibili nel senso comune. La prospettiva storica può aiutare a fare chiarezza, evitando tanto il rischio di dire che flessibilità e precarietà, come le conosciamo oggi, sono sempre esistite, tanto quello opposto di negare qualsiasi comparazione. Più di recente Christian De Vito (2018) ha proposto un approccio globale e ha letto flessibilità e precarietà come due categorie di natura relazionale, sostenendo che storicamente la ricerca di autonomia da parte dei lavoratori si situa al polo opposto rispetto allo sforzo dei datori di lavoro di assoggettare il lavoro alle proprie esigenze. Pertanto, i due concetti vanno studiati nei diversi tempi e luoghi alla luce di questa relazione mobile. Ultimo in ordine temporale il libro di Eloisa Betti (2019), che separa la storia repubblicana in due fasi, quella della costruzione della stabilità seguita da quella della costruzione della precarietà, con un cambiamento del discorso egemonico in senso gramsciano, cercando di delineare le traiettorie storiche del dibattito politico, dell’azione degli attori sociali e delle realizzazioni legislative. Tutti questi studi esplicitano la consapevolezza della valenza pubblica e politica dell’opera di ricerca storica su questi temi.

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Un secondo ambito in cui ricercare possibili declinazioni è quello della storia “dal basso”. La Public history porta con sé un’istanza partecipativa e democratica, terreno sul quale incrocia la storia orale, dove entra di nuovo in gioco la funzione sociale dello storico. La storia orale del lavoro e dei gruppi sociali subalterni è sempre stata un terreno fertile, tant’è che è quasi impossibile dar conto di una produzione che fra libri, articoli, video e oggetti multimediali appare sconfinata. “Dare voce a chi non ha voce” è sempre stato uno dei motivi di fondo della storia orale. L’idea di una storia democratica e includente era infatti già esplicitata nel 1981 nell’editoriale del primo numero di una rivista che ha fatto epoca, «Fonti orali».

James R. Green (1986; 1989) ha fornito utili considerazioni su come la pratica della storia orale possa essere felicemente declinata per attività di Labour public history attraverso la realizzazione di workshop. Green li organizzava in collaborazione con gli storici locali e i sindacati, assicurandosi di creare un’atmosfera confortevole, informale, una “riunione di famiglia” presentata come un party, con un lunch e caffè, ispirando voglia di interazione. Il ruolo dello storico era quello modesto di presentare i temi, poi veniva chiesto ai partecipanti di parlare del proprio lavoro. Le persone coinvolte appartenevano allo stesso settore lavorativo, se non alla stessa fabbrica, oppure rappresentavano una comunità locale.

I risultati ottenuti variarono in funzione della specifica storia dei contesti d’intervento. Nel caso dei lavoratori tessili di Lawrence, Massachusetts, le difficoltà furono non indifferenti, anche per il carattere multietnico della comunità, ed emerse che la repressione del Bread and Roses strike del 1912 aveva lasciato in eredità la paura per la memoria storica.

L’esito del workshop non fu comunque indifferente, contribuendo all’invenzione di una tradizione, il Bread and Roses Festival, nel 1984, con l’intento di utilizzare un’esperienza storica di lotta che univa lavoratori immigrati come Heritage per contrastare i conflitti razziali. Nel caso di Boston, incentrato sulle impiegate e la debole sindacalizzazione, furono messe in contatto due generazioni, le anziane impiegate in veste di testimoni e le nuove come intervistatrici. I ricercatori scoprirono che la storia orale poteva essere uno strumento per generare una «mobilization of memory», cioè forme di politicizzazione e organizzazione a partire dalla storia e dalla memoria. Ne nacque una pubblicazione, They Can’t Run the Office Without Us, poi utilizzata per le attività formative dei sindacati, che apprezzarono l’uso della storia in una forma capace di fornire sia un senso immediato del passato sia l’importanza dell’esperienza di classe per l’attività sindacale. I workshop non si limitavano a raccogliere storie da trascrivere e pubblicare, ma incoraggiavano i lavoratori a scrivere la propria storia, alla ricerca di un “passato utilizzabile”, andando a cadere, con le dovute distinzioni, nei pressi di quanto fatto nel 2017 dal libro Meccanoscritto. In un altro progetto si puntò a produrre un video per raggiungere un pubblico più vasto.

Le conclusioni tratte da Green sono significative: i lavoratori erano attratti dalle domande critiche rivolte al passato proprio per capire cosa fosse “andato storto” e quali tradizioni del movimento operaio potevano essere ancora utilizzate. E se alcuni funzionari sindacali più attempati insistevano sulla gloriosa e vecchia storia come forma per promuovere una fidelizzazione identitaria, i più giovani puntavano con uno spirito nuovo alla forma critica per ricavarne elementi utili per le proprie attività, cercando di capire perché i sindacati crescono o declinano. Una domanda che arrivava direttamente dalla necessità di sviluppare nuove strategie organizzative per includere i lavoratori fuori dall’industria.

Esperienze di questo tipo possono essere replicate oggi in Italia? La risposta ci sembra debba essere affermativa, dato che anche da noi ci troviamo a fare i conti con un mondo che non è andato nella direzione che sembrava essere stata garantita con le lotte degli anni Sessanta e Settanta, faticando ancora a tematizzare e interpretare questa traiettoria.

Un’altra serie di declinazioni utili investono il settore dei musei, della memoria pubblica e delle celebrazioni. Lo studioso canadese Craig Heron (2000), che si è dedicato al Worker’s heritage, ha affermato che questo può assumere la forma di monumenti e targhe, edifici restaurati, mostre, discorsi, conferenze, film, video, eventi speciali, festival, rievocazioni storiche e altre celebrazioni: tutti tesi a preservare e interpretare elementi del passato come incarnazioni di valori condivisi e aspirazioni, diventando il nostro “Heritage/patrimonio”. Tuttavia, nei musei dedicati al lavoro sono proprio i lavoratori a rimanere spesso invisibili o marginali. In risposta, gli storici pubblici del lavoro canadesi si sono appropriati consapevolmente del termine "patrimonio culturale" e hanno dichiarato che il "patrimonio operaio" non doveva più essere trascurato. Intendevano dire che non solo i lavoratori hanno il diritto di trasmettere ai propri figli la memoria collettiva della loro storia, ma anche che tutti dovrebbero conoscere il contributo dei lavoratori alla società.

Gli argomenti di Heron riecheggiano temi familiari a noi italiani: la marginalizzazione o l’occultamento della storia del lavoro dalla scena e dal senso comune; la competizione per guadagnare l’attenzione pubblica; la necessità di imparare a maneggiare gli artefatti, che assumono la doppia valenza di fonti e di “cose” capaci di raccontare la storia, ma anche la difficoltà nel reperirli e il rischio di ammassarli acriticamente; il bisogno di imparare a padroneggiare i media comunicativi e di parlare a diverse audience, senza “stampare libri sui muri” nei percorsi espositivi; il dovere di confrontarsi con altri attori e approcci, come il patrimonio comunitario e la storia locale; la costruzione di una narrazione distinguibile da quella dei musei della tecnologia, della produzione industriale, della cultura materiale rurale, che tendono a presentare una versione neutralizzata e pacificata della storia; la difficoltà nel fare in conti con la nostalgia e la mitizzazione del passato da parte del pubblico, degli attori locali e dei numerosi committenti o finanziatori, portatori di un approccio spesso acritico o celebrativo.

Green e Heron si soffermano entrambi sull’interesse che i sindacati possono avere per il Worker’s heritage: rendendo il passato rilevante per il presente, i sindacati vi possono convalidare le proprie preoccupazioni contemporanee riannodando i fili di una tradizione di resistenza e lotta.

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Parlare di Heritage e di musei ci accompagna al tema della “memoria”. Se una memoria-ricostruzione, ragionamento critico sul ricordo che contribuisce a dar forma alla storia, può interagire con i processi economici, sociali e politici in corso, dobbiamo stare in guardia dai rischi di una memoria-ripetizione, cristallizzazione del passato che diventa nostalgia per il senso di coesione e per i successi del passato, che inibisce la capacità di aprire la partita dell’interpretazione storica delle trasformazioni e l’elaborazione di un programma per il futuro.

Paradossalmente, un antidoto all’irrigidimento nostalgico può arrivare da un terreno dove gli storici si trovano spesso a disagio come quello delle celebrazioni, delle commemorazioni e dei monumenti, strumenti identitari per eccellenza. Occasioni come il 1° maggio si situano al crocevia tra la celebrazione e l’agire sindacale, e sono ormai anche momenti di Public history, dove si può intervenire per favorire un ragionamento su cosa il passato rappresenti per il presente e il futuro. E non sono isolate. Nei diversi territori si dipana un calendario civile legato alle vittorie dei lavoratori o alla repressione degli scioperi, sorto con lo scopo di preservare fatti, storie ed eventi che altrimenti rischiano di scomparire dalla storia e intorno a cui sono sorte pratiche commemorative e segni tangibili della memoria nel tessuto urbano, come le targhe.

La pratica di lasciare segni della storia nel paesaggio non appartiene al passato, è ancor oggi viva e può essere declinata nella Labour public history, sia tramite l’intervento su quello che già c’è che attraverso nuove realizzazioni. Si tratta di costruire azioni di cittadinanza attiva, basate sulla consapevolezza e la coscienza del percorso storico: da sudditi a cittadini, dallo sciopero come reato allo sciopero come diritto. Un diritto che non può essere dato per scontato.

Stefano Bartolini è direttore della Fondazione Valore Lavoro