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Lo studioso

La storia orale e l'orgoglio operaio

Foto: Archivio storico Cgil nazionale
Giovanni Contini
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Grazie alle fonti ho scoperto una fortissima tensione perché venisse riconosciuta la professionalità dei lavoratori, ad esempio nelle miniere toscane e alla Fiat

Parlerò di come si può studiare il mondo del lavoro attraverso le fonti orali. Da questo punto di vista è stato molto interessante studiare realtà come le miniere in Toscana: le miniere dell’Amiata e delle colline metallifere, e anche i cavatori di Carrara. Ho infatti scoperto che l’approccio dell’operaismo (da me condiviso nel passato) al mondo del lavoro era unilaterale, con gli operai considerati solo dal punto di vista della composizione di classe, come dequalificati che lottavano soltanto per il salario, e attraverso il salario per il potere.

Grazie alle fonti orali ho scoperto invece una fortissima tensione perché venisse riconosciuta la professionalità dei lavoratori, per esempio nelle miniere e soprattutto nelle miniere di cinabro, quelle più estese, dove l’operaio lavora col suo aiutante, da solo.

I minatori partivano da problemi di sicurezza sul lavoro, di vera sopravvivenza:  era questione di vita o di morte sapere esattamente dove puntellare il fronte di coltivazione immediatamente dopo che era avvenuta l’esplosione delle mine, la “volata”: si poteva cominciare da destra o da sinistra, e spesso da questa scelta dipendeva la vita del minatore; puntellare per prima la parte più solida del fronte di coltivazione poteva voler dire che la parte più friabile poteva franargli addosso nel frattempo, uccidendolo. Da questa esigenza di autodifesa partiva poi una vera e propria conoscenza pratica della geologia, di come era strutturato il terreno della montagna, il minerale che si andava a “coltivare”, a scavare.

Foto: Archivio storico Cgil nazionale

Così da una preoccupazione autodifensiva nasceva una conoscenza molto più ampia che faceva in modo che – questo l’ho potuto verificare – i lavoratori venissero spesso consultati dalla direzione, in vari modi, prevalentemente tramite i sorveglianti alla fine del turno di lavoro, per avere da loro un parere sulla disposizione delle vene di minerale. In questo modo l’azienda risparmiava sui carotaggi, costosi perché doveva trivellare profondamente in varie direzioni per scoprire il minerale più ricco.

La stessa situazione l’ho trovata nelle cave di marmo di Carrara: anche lì i cavatori, magari privi di istruzione scolastica o quasi, erano però quelli che sapevano esattamente localizzare il marmo buono, cosa che spesso non riusciva al direttore dei lavori, forte di una laurea e di un corso specifico di geologia. Questo avveniva perché avevano acquisito presto informazioni preziose, si entrava in cava molto giovani; spesso le loro famiglie per secoli avevano cavato marmo e avevano elaborato nel tempo e trasmesso alle generazioni successive un sapere implicito (c’entra, direi, il paradigma indiziario di Ginzburg!) che li rendeva orgogliosamente capaci di trovare il marmo partendo da minimi indizi, invisibili agli occhi degli altri. Questa trasmissione familiare creava competenza nel lavoro, professionalità.

Ho intervistato vecchi capicava che non avevano terminato la scuola elementare ma erano quelli che “sapevano”; il direttore dei lavori presente all’intervista assentiva. Il marmo può avere una serie di difetti, delle intrusioni che vengono chiamate in vari modi, strisce di materiale scuro che deturpano le bancate. Altri difetti si producono durante il lavoro di scavo, perché sottraendo materiale al piede della montagna si alterano i volumi e si possono creare combinazioni di forza che fratturano il marmo; così marmo buono senza intrusioni naturali diventa inutilizzabile perché fratturato. I vecchi capicava scoprivano questi difetti in anticipo, anche se poi li spiegavano utilizzando un fraseggio arcaico e certamente non scientifico.

Questa scoperta mi interessò moltissimo: una forte professionalità presso categorie di lavoratori che tradizionalmente si pensava ne fossero privi; non solo la professionalità ma la chiara consapevolezza di possederla.

Questo orgoglio di mestiere, inspiegabile presso gli operai deprofessionalizzati immaginati dagli operaisti, l’ho trovato in importanti industrie fiorentine negli anni dell’Autunno caldo. Penso alle Officine Galileo, dove la lotta sulla professionalità è continuata a lungo. O alle officine Pignone, sempre a Firenze.

Parlerò adesso della Fiat di Torino, che studiai negli anni subito successivi alla famosa “marcia dei quarantamila” intervistando, dal luglio al settembre del 1983, operai, delegati e capireparto: nel centro di quello che per gli operaisti era il punto di massimo sviluppo dell’“operaio massa” senza più qualità, trovai una classe operaia molto meno semplice da comprendere e molto più articolata nelle sue motivazioni e nei suoi comportamenti. Capii che il ciclo di lotte era stato innescato non solo da una trasformazione nell’organizzazione del lavoro ma da molte altre cause: la follia urbanistica dei quartieri operai senza servizi, per esempio.

Foto: Lotte operaie, Fiat 1980, Sintesi

Cercavo di verificare se le lotte del ’69 a Torino fossero l’effetto dell’immigrazione meridionale, che avrebbe portato a Torino la memoria delle lotte per la terra nel Sud. Ma questa interpretazione si ridimensionò, anche se è vero che i primi scioperi avvennero proprio dopo gli eccidi di Avola e Battipaglia nel 1968-69.

Un’altra connessione con il Mezzogiorno emergeva: non come memoria delle lotte nel meridione ma come attrazione che le lotte operaie del novecento torinese esercitavano sui giovani del Sud, spingendoli ad emigrare. Militanti e delegati dicevano: “Sono venuto a Torino perché c’era stato Gramsci, c’era la Fiat e le lotte”, quindi quella di emigrare era stata una scelta cosciente, non una decisione causata dalla miseria che avrebbe poi inconsapevolmente trasposto un modello di movimento contadino nel cuore della società industriale.  

Si vide che in realtà i giovani operai immigrati venivano spesso da un’esperienza di lavoro in Germania, dove avevano conosciuto un sindacato accettato dalle imprese: arrivarono in una Fiat che controllava in modo rigido la manodopera e questo sembrò inaccettabile. Cercarono il sindacato ma non lo trovarono perché esso subiva ancora la crisi iniziata a metà degli anni Cinquanta. Partirono quindi le lotte, in un primo momento spontanee.

Spesso quei giovani operai meridionali erano più scolarizzati dei capi che dovevano sorvegliarli. Non cercavano più di imitare il dialetto piemontese e i comportamenti degli operai torinesi, come avevano fatto quelli della precedente ondata migratoria, molto più diluita nel corso degli anni e composta da persone che avevano cercato (inutilmente) di adeguarsi al modello Fiat, che faceva della piemontesità un elemento fondamentale per far carriera. Chi arrivò dopo, con un livello di istruzione superiore e anche l’esperienza tedesca alle spalle, scoprì rapidamente che quel tentativo di integrazione tentato dai primi arrivati era miseramente fallito. Questo contribuisce a spiegare l’origine delle lotte.

Poi, naturalmente, esse dipendono molto anche dai ritmi di lavoro, che gli stessi capi descrivevano come particolarmente massacranti. I nuovi operai vengono assunti in massa dalla Fiat autoritaria perché il mercato dell’auto era molto favorevole: dovevano lavorare al massimo delle possibilità perché si voleva una grossa produzione, che si cercava di ottenere coi metodi autoritari e brutali del recente passato. Ma i neoassunti si ribellavano, la differenza tra l’esperienza tedesca e quella in Fiat creava grande tensione.

La radicalizzazione e la nascita di quel ciclo di lotte nascevano anche dalla situazione che i nuovi arrivati trovavano fuori dalla fabbrica: completa assenza di servizi, quartieri dormitorio, mancanza di negozi e di scuole per i figli.

I capi che intervistai nel 1983 chiamavano gli operai arrivati negli anni subito precedenti al ’69, la generazione della “feccia”, dei “bruti”. In realtà erano tutt’altro, capivano anzi prima e meglio dei capi i meccanismi del cottimo e della contrattazione. In quegli anni la Fiat cercava di cambiare la sua struttura di comando e vennero assunti molti manager: spesso c’era un dissidio tra questi ultimi, esperti in relazioni industriali, e i vecchi capi, ex operai che avevano completamente interiorizzato il modello autoritario che aveva dominato alla Fiat da decenni. In questa frattura c’era modo di inserirsi, anch’esso diventava un elemento importante, dicevano, per spiegare il nuovo ciclo di lotte.

I delegati, nati nella primissima fase degli scioperi, erano all’inizio una realtà spontanea, e i gruppi extraparlamentari operaisti ritenevano che il sindacato fosse stato completamente esautorato; ma presto esso riuscì, insieme al Partito comunista, a recuperare il suo ruolo. La nuova struttura, i delegati, nel corso della contrattazione di base aveva infatti bisogno del supporto di persone con esperienza; i delegati appena nati quell’esperienza nella contrattazione non l’avevano. Questo fu un mezzo potente per riuscire a inglobarli nel sindacato. Non tanto alle Carrozzerie, quanto in altri reparti di Mirafiori, la saldatura tra le nuove generazioni operaie emerse in una lotta spontanea e la struttura sindacale preesistente produsse una sofisticata conoscenza dei meccanismi dei cottimi, per esempio, o della job evaluation. Questo marginalizzò e mise in ombra i vecchi capi, che non avevano la stessa capacità di capire e per questo furono spesso bypassati dal nuovo management che si interfacciava direttamente con i delegati sindacali.  Lo Statuto dei diritti dei lavoratori, infine, fu importantissimo per l’inizio e il successo della contrattazione di base in questo periodo.

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Le interviste con i capi furono abbastanza particolari. Il terrorismo era molto presente in Italia e anche alla Fiat: dei capi non ebbi il nome, semplicemente mi furono presentati dalla Fiat perché li intervistassi, all’epoca lavoravo a Cambridge, e credo che per questo ebbi l’opportunità. Mi dissero, ad esempio, che quando, finalmente, avevano messo fuori le tabelle dei cottimi, uno di loro aveva detto: “Come, mettono le tabelle del cottimo lì?” e un altro capo di rimando: “non ti preoccupare tanto gli operai non capiscono nulla”. Questo era un po' il livello della generazione di capi autoritari del periodo di Valletta.

In questo contesto la reazione della Fiat appare molto più incerta di quanto si pensasse all’epoca, non era il risultato di un lucido piano che aveva chiaro fin dall’inizio il suo scopo;  si muoveva, piuttosto, in modo ondeggiante, a volte accettava la contrattazione, a volte la negava; fino alla fine degli anni Settanta la situazione rimase sempre molto aperta. Quello che invece mi hanno raccontato gli operai è che dentro la fabbrica cresceva un’insofferenza per forme di lotta molto dure. Insomma, la crescente violenza dentro l’azienda non solo colpiva e rendeva rancorosi i già rancorosi vecchi capi reparto, ma finiva anche per non essere condivisa da un numero crescente di operai. Un intervistato mi diceva: “Noi andavamo avanti come bulldozer senza guardarci indietro e poi alla fine abbiamo visto che avevamo praticamente perso la gran parte di quelli che ci avevano seguito in un primo tempo”.

Insomma, grazie alle fonti orali fu abbastanza interessante interpretare il nuovo ciclo di lotte come aiutato e spinto da una molteplicità di cause che andavano tutte nella stessa direzione. Interpretazione assai distante da quella operaista, molto semplificata e mono causale: cambia la composizione di classe e quindi i nuovi operai massa, a cui viene negato tutto, negano la negazione e danno vita a lotte che sono immediatamente per il potere.

Un elemento importante in questa ricerca fu qualcosa che soltanto le fonti orali possono dare: riuscire a capire come la nuova struttura dei delegati non fosse semplicemente, unicamente, una struttura sindacale. Tra loro, infatti, i delegati della Fiat non si consideravano semplicemente colleghi, o unicamente compagni. Bisogna considerare che si trattava di persone quasi tutte immigrate, che non avevano una rete parentale e amicale a Torino perché parenti e amici li avevano lasciati nel paese. L’attività sindacale era intensissima, c’erano continue riunioni, questo faceva sì che le famiglie si conoscessero, i bambini giocassero insieme, le mogli diventassero amiche; si organizzavano grandi pranzi in cui qualcuno portava dalla Sardegna il formaggio, dal Friuli il vino, dalla Sicilia l’agnello, il capretto. Insomma: esisteva una sociabilità molto amicale tra i delegati; per questo motivo il terrorismo alla Fiat svolse un ruolo così distruttivo nei confronti del sindacato di base, nella parte finale della parabola, dal 1980 in poi, quando la grande ondata di lotta rallentò e poi venne bruscamente arrestata.

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Mi raccontavano di un delegato che era il più saggio, il più moderato, quello che  diceva sempre “no, attenzione, questo non lo possiamo fare, attenzione a come ci muoviamo, questa è una situazione sindacale, non possiamo tirare la corda, è controproducente”: poi la stessa persona era stata uccisa in via Fracchia a Genova nella famosa irruzione nel covo delle Brigate Rosse, un evento che ebbe un impatto particolarmente distruttivo sulla struttura, fatta di persone che si fidavano molto tra di loro, che erano diventate amiche. Un fatto del genere colpiva proprio al cuore la comunità di giovani delegati, distruggeva totalmente la fiducia reciproca: se lui era un BR di chi possiamo fidarci d’ora in poi?

Il peso del terrorismo probabilmente a Torino e alla Fiat è stato più forte che in situazioni dove le dimensioni dell’azienda erano minori e la situazione era diversa anche dal punto di vista della stanzialità; per esempio a Firenze non abbiamo avuto molta immigrazione, dai paesi della provincia si raggiungevano le grandi fabbriche cittadine e ognuno conservava una rete di conoscenze e di persone affini politicamente nel paese dove viveva, non esisteva la stessa fusione tra attività sindacale e amicizia che avevo trovato a Torino.

Non ho mai utilizzato questa ricerca appieno, sarebbe interessante riprenderla oggi; scrissi all’epoca che non ci sarebbe stato un nuovo ciclo di lotte come quelli passati e ci furono grosse polemiche; uno storico francese sosteneva che la lotta alla Fiat sarebbe ripartita a breve, ma a me pareva che proprio per i motivi che spiegavano la genesi del movimento di lotta e per le cose che erano successe nell’ultima fase questa ipotesi fosse da scartare.

Giovanni Contini, già presidente dell’Associazione italiana di storia orale, è Presidente dell’Istituto storico della Resistenza di Pistoia