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Il libro

La pandemia del capitale

Foto: Marco Merlini
Emiliano Sbaraglia
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Il sociologo brasiliano Ricardo Antunes è l'autore di “Capitalismo virale”, un pamphlet che analizza le storture del neoliberismo economico e le trasformazioni del lavoro, accelerate dalla diffusione del virus

In questo anno pandemico, sperando sia il primo e ultimo, il Brasile è stato tra i paesi più colpiti, con evidenti responsabilità dovute alla gestione folle, più che populista, da parte di un leader autoritario e pericoloso come Jair Bolsonaro. Assume dunque maggior interessa la lettura  del breve ma efficace volume proposto nella nuova collana “irruzioni” dall’editore Castelvecchi, dal titoloCapitalismo virale. Pandemia e trasformazioni del lavoro” (pp. 44, euro 6) il cui autore Ricardo Antunes, nativo di San Paolo, è professore ordinario di Sociologia presso l’Università di Campinas in Brasile, e studioso conosciuto in Italia anche per il suo ruolo di visiting professor presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia.

Antunes si è ampiamente occupato della situazione politica ed economica brasiliana, recentemente con un libro tradotto nel 2019 sempre da Castelvecchi, “Politica della caverna. La controrivoluzione di Bolsonaro”, nel quale rileva come già dal 2016, con l’impeachment di Dilma Rousseff, si preparava il terreno per la vittoria elettorale dell’attuale presidente, e delle sue politiche neoliberiste fortemente dannose per l’economia del Paese.

Le principali vittime di questa “controrivoluzione preventiva”, realizzata per sedare sul nascere qualsiasi forma di dissenso, sono state le minoranze, le donne, i giovani. Per questo Antunes anche in questo nuovo lavoro invita i sindacati, i partiti all’opposizione e i movimenti sociali a unire le forze per intraprendere un cammino che sia davvero solidale e in grado di contrastare l’ascesa dell’estrema destra. Qui la sua analisi si sofferma sulle storture e le drammatiche conseguenze del dominio planetario dell’ideologia capitalista, ulteriormente amplificate dall’emergenza sanitaria contro la quale siamo costretti a combattere.


Lo spunto arriva da Marx, in particolare dalla sua metafora di metabolismo sociale che analizza gli ingranaggi e i meccanismi che alimentano il sistema del capitale, recuperata e ulteriormente sviluppata dal filosofo ungherese István Mészáros, che in “Oltre il capitale” evidenzia la conformazione fortemente distruttiva dello stesso, componente divenuta pervasiva soprattutto nel corso delle crisi globali avvenute negli anni tra il 1968 e il 1973, in questo secolo tra il 2007-2008.

Partendo da tale linea interpretativa Antunes descrive il processo attraverso cui siamo arrivati a un punto che potrebbe essere di non ritorno, nel quale “la produzione sociale, che dovrebbe servire ai bisogni umani e sociali, si è subordinata integralmente agli imperativi dell’autoproduzione del capitale, causando conseguenze devastatrici per l’umanità, fra le quali l’enorme disoccupazione, la distruzione ambientale, la mercificazione della vita, la quotidiana incentivazione a nuove guerre e conflitti armati, delineando così un quadro pandemico che amplifica ancora di più la letalità che modula il sistema del capitale”.

Le conseguenze di questa situazione si ripercuotono sull’intera popolazione mondiale, che nell’ultimo anno ha visto crescere due dati su tutti: l’aumento delle morti e del tasso di disoccupazione. Secondo l’Organizzazione internazionale del lavoro, riporta Antunes, nel secondo semestre del 2020 quasi 200 milioni di posti di lavoro a tempo pieno sono andati perduti (senza contare i numerosi “invisibili”, altra distorsione del turbocapitalismo), mentre circa 1 miliardo e 600 milioni di lavoratori informali hanno subito un peggioramento devastante, per tanti mortale, delle loro condizioni di sopravvivenza.

Prima della conclusione del suo pamphlet l’autore si chiede quale sarà il futuro del lavoro, che di certo non è arrivato a contemplare la sua fine, come erroneamente preannunciavano economisti infatuati dal dominio neoliberista, al punto di ritenere possibile l’avanzata del capitalismo anche senza sfruttamento dei lavoratori e del plusvalore, dato che l’era della conoscenza è divenuta immateriale. Da qui la concentrazione su alcune pratiche oramai protagoniste dei “nuovi lavori”, alcuni dei quali trasformati in veri e propri laboratori di sperimentazione, dall’home office alla didattica a distanza nelle scuole. I risultati sono una maggiore individualizzazione del lavoro e del distanziamento sociale, che automaticamente provocano una minore relazione solidale e collettiva nei luoghi di produzione. Tradotto in termini finanziari, nuova linfa cui attingere per gli imprenditori d’assalto. Trovare sistemi di difesa è dunque la sfida che ci attende, resa sempre più complessa ogni giorno che passa.      

Ultima annotazione per l’ottima traduzione dal portoghese di Antonino Infranca, e per il titolo originale del testo: “Coronavirus. O trabalho soh fogo cruzado”.