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L'intervista

«Ora online, ma torneremo in sala»

Maria Antonia Fama
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“Gli esercenti dovrebbero essere liberi di scegliere cosa proiettare”, spiega il regista Francesco Bruni. Il suo film, Cosa sarà, bloccato a marzo dal lockdown, è arrivato nei cinema il 24 ottobre. Ma ci è rimasto un giorno solo

Si chiama Bruno il protagonista di Che cosa sarà. Lo stesso nome che Francesco Bruni aveva dato al protagonista di Scialla! e, in qualche modo, il suo alter ego sul grande schermo. Il regista di Noi 4 e Tutto quello che vuoi torna al cinema con una storia, in parte autobiografica, che affronta con delicatezza il tema della malattia. 

Francesco Bruni, il film in origine doveva chiamarsi “Andrà tutto bene”. Profetico, sin dal titolo.

 “Andrà tutto bene” è una battuta che viene detta nel film, non particolarmente originale, come poi si è visto, ed era stata scelta prima dell'estate del 2019. Il film sarebbe dovuto uscire il 19 marzo 2020 con questo titolo, ma ovviamente è stato bloccato, e all’epoca decidemmo di non lanciare neanche la promozione. Nei mesi successivi, visto che questa frase era diventata imperante, io per primo ho iniziato a pensare che non andasse più bene, perché poteva erroneamente indurre a pensare si trattasse di un film sul Covid, e invece non lo è. E poi poteva anche sembrare che noi stessimo sfruttando la situazione del momento, cosa che io avrei detestato. Infine, man mano che passavano i mesi, questo “andrà tutto bene” sembrava sempre meno sensato. Poi è venuto fuori questo titolo “Cosa sarà”, che mi sembrava molto giusto anche riguardo all'incertezza che attraversava il Paese, uscito dalla prima ondata del virus. E invece ci siamo trovati a uscire il 24 ottobre, un giorno prima della chiusura delle sale, con una seconda ondata crescente di contagi. Così ecco, anche il nuovo titolo è profetico, per l’oggi e per i prossimi mesi.

Profetico anche rispetto al presente e al prossimo futuro del cinema. Come ricordava, in un primo momento avevate deciso di bloccare l’uscita, rimandandola. Questa volta, invece, avete deciso di uscire in streaming. Una scelta non facile.

Una scelta difficile, ma condivisa. Venivamo dalla Festa del Cinema di Roma, dove il film era stato accolto molto bene, dunque ci è sembrato insensato dilapidare un tale patrimonio. Abbiamo condiviso la scelta di farlo uscire in streaming con la produzione e la distribuzione, ma con la promessa nei confronti degli esercenti che il film tornerà in sala appena sarà possibile.

La vicenda che avete vissuto con il film mette in evidenza come questa chiusura delle sale, pur necessaria, si ripercuota però su una macchina produttiva con molteplici nodi complessi e fragilità.  

Ci sono delle sperequazioni nel meccanismo distributivo. Per come è sempre stato strutturato fino ad ora, non ha fatto che generare dei cartelli, delle lobby che potevano determinare il successo o l’insuccesso di un film imponendolo, di fatto, agli esercenti. Il risultato è che chi esce in più copie incassa di più. Ma c’è un altro dato, invece, che il pubblico di cinema non considera: quello della media copia. Questo aspetto è molto interessante, perché mette in evidenza come un film che esce in cinquanta copie possa incassare, per singola copia, più di uno che esce in cinquecento copie. Questo ha un grande significato: vuol dire che c’è un pubblico che vorrebbe vedere anche cose diverse, se ne avesse la possibilità, se non dovesse prendere la macchina e fare cinquanta chilometri per vederlo. Spero che quanto sta accadendo serva almeno a dare una scossa a questo meccanismo. Gli esercenti chiedono di poter scegliere liberamente il prodotto e io credo che ne abbiano tutto il diritto. Credo che questo non debba esser loro negato dalle imposizioni delle distributive. Sono convinto che saranno loro stessi ad auto-regolamentarsi, perché nessun esercente è così stupido da programmare un film che sta anche nella sala più vicina. Si metteranno in rete. Oggi alcuni film sono loro totalmente sottratti.

Alla Mostra di Venezia si respirava un clima di cauto ottimismo e di ripartenza. Com’è stata, invece, questa Festa del Cinema di Roma, che si è tenuta mentre iniziava la nuova ondata del virus?

È stata la fine di un’epoca per certi versi, o quanto meno una fine temporanea. È stato strano fare il red carpet senza pubblico. Andare in una sala come la Sinopoli che ha 1.200 posti, con 400 persone dentro, non era proprio il sogno che sognavo da bambino. Però per altri versi, invece, è stato importante, perché ha dimostrato che si poteva fare, che era possibile applicare delle misure di sicurezza in modo che nessuno si contagiasse. Per quanto riguarda la scelta del Governo di chiudere, credo il rischio concreto di contagio per chi andava al cinema fosse davvero minimo.  

Parliamo del film e del su protagonista: Bruno Salvàti o Bruno Sàlvati?

O Bruni Sàlvati! Certamente nel momento in cui ho scelto il nome Bruno c’era un sotto testo. Era il nome anche del protagonista di Scialla, interpretato da Fabrizio Bentivoglio. Più il personaggio dei miei film si avvicina a me e più uso quel nome. Salvati poi era un pensiero rivolto alla salvezza sua e mia.

Chiunque abbia avuto a che fare con una malattia, in prima persona o per esperienza familiare, si riconosce nel film per due aspetti: da un lato la voglia di continuare a ridere, nonostante tutto; dall’altro la capacità da parte di tutti i familiari di mettere in stand by le proprie vite e costruire una nuova routine intorno alla cura e alla terapia.

Io da paziente ho sperimentato questa sensazione, cioè che intorno a me l’umorismo, anche alimentato da me stesso, non fosse mai sparito, che ci fosse da parte delle persone che mi circondavano, primi fra tutti i medici, l’attenzione a cercare di regalare un sorriso, a cercare di sdrammatizzare. Immagino che poi i miei familiari, una volta tornati a casa, fossero molto tristi. Ma mai di fronte a me. Questa cosa mi è rimasta impressa, io mi sono fatto anche delle risate mentre ero in isolamento e mi veniva a trovare una persona o anche al telefono. Per esempio con Mattia Torre, a cui ho dedicato il film, c'era un fitto scambio di telefonate e messaggini che spesso mi facevano ridere da morire da solo nella stanza. Facevamo a gara a chi aveva valori peggiori. Certo io non penso che l'umorismo possa essere applicato a qualsiasi tipo di ricerca purtroppo, però in questo caso sì, credo di non essere neanche il primo ad averlo fatto.

Per chiudere, “Cosa sarà” è stato un film profetico anche rispetto al tema della malattia collettiva, con cui il Covid ci ha imposto di confrontarci.

C’è chi dice “per carità, non un film sulla malattia in questo momento” e c’è chi invece dice di aver trovato grande conforto, un viatico per affrontare sia eventuali malattie personali che quella collettiva.  È interessante questa cosa, è una cartina al tornasole. Forse commercialmente non è il massimo, ma i film non sono solo incassi.

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