Il libro Conseguenze della valutazione, edito da Franco Angeli (pp.220, euro 29), raccoglie uno studio collettaneo che approfondisce alcuni aspetti divenuti fondamentali nell’attività accademica contemporanea. Si guarda in particolare al ruolo del docente universitario, modificato nel corso del tempo in base ai nuovi meccanismi di valutazione riguardo la didattica, le normative sul reclutamento, la progressione di carriera. Un dibattito che va avanti da più di qualche anno, tra accordi e disaccordi, all’interno di un ambiente spesso troppo elitario, oltre che autoreferenziale. Ne abbiamo parlato con il professor Renato Fontana, ordinario presso il dipartimento Comunicazione e ricerca sociale dell’Università La Sapienza di Roma, curatore del volume insieme alla ricercatrice Elena Valentini.       

Professor Fontana, in che modo avete condotto questa ricerca?

Si tratta di uno studio si concentra attorno al tema della valutazione nell’attuale sistema universitario. In particolare, nel secondo capitolo si occupa di mettere in evidenza gli obiettivi che l’università si assegna in un contesto sociale: obiettivi cambiati rispetto agli anni e a una società precedente, perché è mutato il periodo storico.

Come è cambiato il ruolo dell’università?

Penso che la peculiarità dell’università rimanga il “progetto conoscenza”, che significa elaborare e fornire conoscenza aggiuntiva rispetto a quella data. Ma quale conoscenza? Si tratta di un termine vago, che vale la pena declinare. Mentre prima ci si riferiva a una conoscenza teorica, accademica, questa idea credo sia divenuta parziale rispetto agli obiettivi attuali, in virtù delle richieste del mercato. La conoscenza come obiettivo rimane insostituibile, rimane nel Dna dell’università stessa, ma insieme alla conoscenza ora è intervenuta la competenza, più orientata ai mercati e richiesta anche dagli studenti. Ad ogni modo, per me la competenza non può sostituire la mission originaria, altrimenti le università pubbliche diventerebbero come la Luiss, indirizzata soltanto alla formazione dei giovani nel mercato del lavoro. Le università pubbliche hanno un diverso ruolo, che è quello di formare una coscienza critica, di allenare al pensiero, a ragionare meglio.

In tutto questo quanto ha influito, oramai vent’anni fa, il passaggio dal vecchio al nuovo ordinamento?

Il passaggio dal vecchio al nuovo, e dunque dal vecchio al nuovo sistema di valutazione, nella pratica ha  trasformato l’università modificandola profondamente. Il libro studia proprio le conseguenze della valutazione, anche sugli stessi docenti universitari. Molti si sono trovati spaesati, i “vecchi” docenti: prima c'era un sistema basato sulle relazioni interpersonali, quelle che venivano definite “scuole”, o cordate, o la figura del mentore, del capogruppo. Questi ancora ci sono, ma siamo passati a un altro sistema più o meno oggettivo e misurato secondo soglie di indicatori, il foglio excel e vari tipi di impostazioni numeriche. Tutto ciò però comporta qualche problema.

Quali?

Il nodo epocale consiste nel fatto che da una parte il sistema dell’università chiede ai docenti una produttività piuttosto elevata, vari articoli e pubblicazioni nel giro di un anno o un triennio, come pezzi di una catena di montaggio che favoriscono un accostamento alla società industriale. Dall'altra si chiede una competenza alta: ma la qualità non va di pari passo con la quantità. I docenti cercano di rispettare queste soglie, pubblicando o ripubblicando, a scapito dalla qualità dello studio, sulle varie piattaforme che si moltiplicano. Il paradosso è che non abbiamo tanto tempo perché dobbiamo rendicontare quello che dobbiamo pubblicare.

Nel libro si parla di “homo mercatus academicus”. Possiamo chiarire questa definizione?

L'"homo academicus" è il soggetto che oggi rispetta norme e ordinamenti, ciò che viene indicato dal ministero. È quindi necessariamente portato a massificare la propria curiosità a scapito di procedure che lo inducano a rispettare determinati standard, rispondenti più che altro a una logica amministrativa piuttosto che scientifica. Ecco, direi che questa può essere una definizione adatta.

E come si orienta la figura nel mondo accademico attuale?

Di questo trattiamo nel quarto capitolo, fornendo esempi dalle università: Genova, Roma e Salerno. I docenti di questi importanti atenei si comportano e si difendono, mettendosi al riparo dalla burocratizzazione come possono, così come da un processo di internazionalizzazione forzato. È certamente importante confrontarsi con il mondo attraverso la ricerca scientifica, ma possono nascere equivoci, ancora in termini di pubblicazioni, misurate in maniera opinabile. Per essere chiari: non si tratta di valutare se si pubblica in inglese o in italiano, ma cosa si pubblica. I contenuti vengono prima di tutto.