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Giovanna Marini

«Quando Trentin mi disse: vieni a Reggio con la chitarra»

Maria Antonia Fama
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La cantautrice romana racconta come nacque la canzone "I treni per Reggio Calabria", durante uno de viaggi più lunghi ed entusiasmanti della sua vita

“Sabato vieni giù, per piacere. Io sono a Reggio Calabria.  Raggiungimi e facciamo una bella manifestazione tutti insieme”.

“Ma devo portare la chitarra?”.

 “Tu portala, per sicurezza”.

Giovanna Marini racconta così quella telefonata di Bruno Trentin, suo grande amico, che la invitava ad andare in Calabria, per la grande manifestazione, da cui nacque una delle sue canzoni più intense e famose. 

È nata dall’esperienza, quindi è completamente sincera. Ero poco preparata a quello che stavo per vivere. Andai alla stazione Ostiense a Roma, per partire. C’erano tanti uomini, donne, ragazzi e io avevo con me il mio grosso cane lupo. Poi ho sentito un vago senso di pericolo e ho deciso di non portarlo, lo lasciai a mio figlio che mi aveva accompagnato. Io non avevo neanche la valigia. Tutti viaggiavano leggeri ma avevano le aste degli striscioni. Il treno si mosse per lasciare la stazione, ma viaggiava a singhiozzi, partiva e si fermava dopo pochi chilometri. I compagni del servizio d’ordine ci avvertirono che i binari della ferrovia erano pieni di bombe e un treno da Bologna era saltato sotto una di queste. Tutti però volevamo arrivare a Reggio: "Chi non vuole venire scenda subito!" Io non ho parlato per timidezza, mi sono guardata intorno e ho visto tutti tranquilli, che neanche ci pensavano a scendere dal treno. Sono rimasti seduti: “Insomma, quando parte?” Allora ho capito che era una cosa davvero importante. Quelli del servizio d’ordine si sdraiarono sui portabagagli, per guardare meglio la massicciata. I ragazzi della Fgci ripetevano al primo macchinista di andare piano. Allora lui disse che c'aveva famiglia e che il treno non lo poteva portare. Per fortuna, arrivò il secondo macchinista, che era un compagno. La notte fu impressionante, nessuno dormiva, la passammo tutti chiacchierando e controllando. Poi a Napoli, la gente voleva saltare dentro al treno, ma non li fecero salire per paura dei fascisti. Quando entrammo in Calabria fu una scena impressionante.

Qual è il ricordo che le è rimasto più impresso di quel viaggio?

L’arrivo in Calabria. La ferrovia era piena di uomini col fucile a tracolla e io chiesi chi fossero. Mi spiegarono che erano i pastori, guardai e vidi tante pecore fuori dalla ferrovia. E loro, i pastori, con la scusa delle greggi stavano lì a controllare. L’Italia intera era in movimento. Più ci avvicinavamo a Reggio e più eravamo tesi, ma non nervosi, piuttosto pronti all’azione, pronti a far qualcosa. In città, i ragazzini ci facevano il saluto romano dai tetti e una signora imprecava contro di noi, mandandoci maledizioni. Fu un viaggio lunghissimo, dalla mattina del sabato a quella del giorno dopo. A Reggio c’era una folle enorme, arrivavano con le navi, gli autobus, i carretti. Un fiume di gente, non ne ho mai vista tanta tutta insieme. Il corteo partì pian piano, con gli operai della Omega. Come raccontò poi Pietro Ingrao, i sindacalisti stavano ancora trattando con Ciccio Franco, che minacciò: "Io ho 2 mila uomini, se parte il corteo facciamo un massacro". Ma agli operai non importava, partirono, tenendosi per mano. E noi tutti dietro. E così partimmo. I cartelli vennero girati in modo da chiuderci tutti dentro, e proteggerci con quegli striscioni. Camminammo in silenzio, un silenzio teso, squarciato dalle voci che urlavano dai vicoli insulti e provocazioni e dai sassi lanciati contro di noi. Percorremmo tutto il lungo mare, e ancora continuava ad arrivare gente. Cantammo e camminammo, fu un’emozione fortissima.

Questo racconto si ritrova, con la stessa nitidezza e gli stessi colori, nella sua canzone. Quando la scrisse? Subito dopo o ebbe bisogno di far “posare” quegli avvenimenti dentro di lei?

Durante il viaggio di ritorno. L’emozione era stata talmente grande che decisi subito che dovevo raccontarla. Non poteva rimanere nascosta, era una vittoria di tutta la classe operaia. Mi misi a scrivere in treno, poi continuai a casa. Erano pagine e pagine di scritto, come fare per contenere tutte queste parole in una canzone? Allora cominciai: le misi una dopo l’altra, piano piano, per fare un rigo, e poi un altro, lisciando, correggendo, cambiando. Le parole, tutto basato sulle parole. Poi feci un piccolo riff musicale e ci posai le parole. Ci ho messo due anni, per farlo tutto, per farci entrare tutto. Dura sette minuti la canzone. Poi la feci ascoltare ad alcuni amici: “Che dite, può andare”? E quando a giugno del ‘75 la cantai alla dichiarazione di voto per il Pc, Pasolini, che era lì con me (sarebbe morto qualche mese dopo) mi disse: “Hai fatto proprio una bella cosa”. Io ne fui molto contenta. Erano passati tre anni, ma il ricordo era ancora fresco, vivo.

Lei è stata testimone e protagonista di un momento storico in cui esisteva un dialogo molto forte e sempre aperto tra i musicisti, gli intellettuali e la politica. Oggi questa comunicazione sembra essersi interrotta. Secondo lei perché?

Le scelte politiche, di cui non oso parlare, certamente però hanno influito. Il percorso del Pc, la scelta della Bolognina, hanno portato alla dissoluzione della sinistra. Ma anche sul fronte cattolico, i papi che si sono succeduti nei decenni, hanno operato una disfatta dei luoghi di incontro e di ritrovo, come gli oratori. I due poli, le due fedi, quella politica e quella religiosa, hanno man mano fatto venire meno tutti quelli che, per chi ci credeva, erano punti di riferimento fondamentali. Hanno cominciato a disperdere la possibilità di avere una fede, di coltivarla, di mantenerla salda. Poi, il resto lo ha fatto la globalizzazione, la messa al centro dell’individuo consumatore, quasi come se consumare fosse un dovere. Io mettevo tutti i fiammiferi da parte quando accendevo il gas, mio marito mi diceva “ma che fai, buttali, che li ricompriamo”. Ma io lo facevo perché a casa nostra si risparmiava anche su quelli. C’è stato un lento, graduale ma costante capovolgimento dei valori. Malgrado il movimento studentesco, malgrado gli autunni caldi, malgrado i sindacati forti come la Cgil, la Fiom, la Cisl. Pierre Carniti era un uomo fortissimo, preparatissimo, colto, grande amico di Trentin, che lo era altrettanto. Tutti e due si videro cambiare il mondo economico davanti agli occhi, senza riuscire a fermare questa cosa. I leader della Cgil, dopo la firma alla Fiat, con grande coraggio andarono dagli operai e dissero (perché così si faceva una volta): “Abbiamo perso”. Ognuno, dentro di sè, sentiva che qualcosa si era perso. Lo abbiamo sentito tutti. L’unica strada, per un gruppo di noi, è stato di trovarsi un’altra fede, un altro impegno, un’altra militanza. Per noi è stata la scuola. Sentivamo che per il mondo adulto non c’era più speranza, ma ce n’era ancora per i giovani. Eppure, sul muro esterno delle Officine Pasolini, appena aperte all’ex Mattatoio a Roma, un giorno lessi una scritta: “È meglio un solo Charlie Parker, che mille Bandiera rossa”. Allora mi sono detta “è finita, bisogna ricominciare tutto da capo”. E così ho fatto, insegnando ai giovani la musica, in tutti questi anni. Oggi, sento che una fase è finita di nuovo, che bisogna ripartire. Questa volta dai ragazzi ancora più piccoli, dai bambini. Dobbiamo dedicarci a loro. I giovani, i bambini, il futuro.