La professoressa Silvana Sciarra è stata allieva di Gino Giugni, e nel suo attuale ruolo di giudice costituzionale ricopre un incarico cruciale, non fosse altro perché la Costituzione italiana, al netto di ogni tentativo di modifica e dei mancati tentativi di attuazione, rimane il punto di riferimento della nostra Repubblica democratica.

Anche per questo arriva a proposito la pubblicazione sotto la sua curatela di queste Idee per il lavoro (Laterza, pp.160, € 20), una raccolta degli scritti di Gino Giugni dedicati alla legge 300/1970, passata alla storia con il nome di “Statuto dei lavoratori”, di cui ricorrono i cinquanta anni dalla sua promulgazione. Un titolo più che mai indovinato, dato che, come la stessa autrice chiarisce nella sua introduzione, “le idee per il lavoro che più di altre hanno caratterizzato l’opera di Gino Giugni si intrecciano inevitabilmente con i tempi in cui sono state generate, si colorano delle passioni e delle tensioni che attraversano il dibattito pubblico, si calano dentro precise scelte di metodo, destinate a divenire funzionali alla realizzazione di progetti riformatori”.

Ma proprio perché di questo si tratta, di una fotografia colorata dalle passioni e tensioni di quegli anni, osservando con lo sguardo di oggi quanto pensato e scritto allora quella foto non appare affatto sbiadita, perché “il fatto che queste idee possano essere fruibili nel dibattito contemporaneo dimostra la solidità delle basi teoriche su cui erano state costruite e l’accuratezza dell’analisi storica che le ha conformate”.

C’è infatti un aspetto che più di altri emerge tra le pagine, ed è la stringente attualità delle tesi contenute, a cominciare dalle lungimiranti intuizioni che Gino Giugni ci affida in merito alla progressiva perdita della centralità del lavoro dipendente, e le conseguenti difficoltà di carattere normativo che si presenteranno al momento di regolamentare nuove forme d’impiego.

 

Nel corso dei capitoli si susseguono riflessioni che ricostruiscono (anche con i tratti dello storico, altra sua peculiarità) il percorso del lavoro nel Novecento, dedicando ampio spazio alla realtà sindacale, in particolare in quello conclusivo, dal titolo “Ideologie sindacali”, nel quale i tre paragrafi che lo costituiscono analizzano in questa chiave dapprima gli anni Settanta, per poi confrontare la concertazione sociale con il sistema politico italiano, e concludere sul diritto e la funzionalità dello strumento dello sciopero.     

Uomo politico e di governo (da ricordare soprattutto il periodo in qualità di titolare del Ministero del Lavoro, quando per il Governo Ciampi gestì la complicata stagione della concertazione), Giugni viene considerato il padre della legge 300, oltre che l’ideatore del diritto sindacale, avendo offerto gli strumenti giuridici adeguati per affrontare una materia certo di non semplice approccio, al tempo in pratica quasi inesistente.

Da qui l’importanza del suo contributo, caratterizzato dall’intenzione di costruire un tessuto affidabile di tutele per i lavoratori partendo proprio dal tema della dignità degli stessi (così ben espresso sin dal primo articolo della Carta), coniugato a quello delle diseguaglianze, a cui seguono altre riflessioni non meno fondamentali, tra le quali quelle che legano produttività e formazione, dunque anche qui parlando non soltanto al presente, ma a quel futuro divenuto la nostra quotidianità.

Inutile aggiungere quanto sarebbe utile interpellarlo ora, a poco più di dieci anni dalla sua morte, in questi giorni in cui questo futuro appare più incerto che mai, e dove il lavoro ha recuperato una sua inevitabile centralità nella discussione politica, per il nuovo tipo di crisi che siamo costretti ad affrontare, e per le diverse declinazioni che in questo secolo sta sviluppando.

Nel suo complesso, questo libro aiuta ad accorciare le distanze con il mezzo secolo dello Statuto dei lavoratori, una battaglia combattuta nel cuore del movimento operaio, e a comprendere meglio il valore di alcune vittorie, e delle persone che le hanno rese possibili. Allo stesso modo, se descrive molta della strada percorsa nell’intricato mondo dei diritti del lavoro, testimonia che tanta altra ne resta da compiere.