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Buona Memoria

Salvatore Carnevale: le parole sono ancora pietre

Ilaria Romeo
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Sessantacinque anni fa l'omicidio del sindacalista siciliano. Lo ammazzarono perché difendeva il lavoro, ma nessuno pagò. A lottare tutta la vita perché suo figlio ottenesse giustizia la madre Francesca Serio. Al suo fianco Giuseppe Di Vittorio e Sandro Pertini.

Il 16 maggio 1955, 65 anni fa, la mafia uccideva Salvatore Carnevale, socialista, sindacalista della Cgil, fondatore e segretario della Camera del lavoro di Sciara. La vicenda processuale relativa all’omicidio di Salvatore Carnevale è particolarmente interessante perché, tra l’altro, vede protagonisti due futuri presidenti della Repubblica: Sandro Pertini da un lato, a fianco di Francesca Serio per tutta la durata del processo, Giovanni Leone dall’altro, membro in Cassazione del collegio di difesa degli imputati Giorgio Panzeca, Antonio Mangiafridda, Luigi Tardibuono e Giovanni di Bella, condannati all’ergastolo in primo grado ed assolti in appello e in Cassazione per insufficienza di prove.

La rappresentanza degli interessi di mamma Carnevale sarà fatta propria dal Comitato di solidarietà democratica, movimento attivo nello scenario politico italiano nato a seguito dell’attentato a Togliatti, fondato da Umberto Terracini con l’intento di difendere le libertà democratiche e di fornire assistenza legale e sostegno materiale agli arrestati per motivi politici e alle loro famiglie, con particolare riferimento agli ex partigiani attivi durante la Resistenza accusati nell’immediato dopoguerra di atti di violenza sommaria nei confronti di fascisti e avversari politici (tra gli avvocati protagonisti del procedimento Carnevale compare anche Lelio Basso). A poco meno di due mesi dall’omicidio, il 7 luglio 1955,

Giuseppe Di Vittorio, segretario generale della Cgil, scrive a Francesca Serio. “Cara compagna, scusami innanzi tutto se non ti ho scritto prima d’ora. La Segreteria confederale ha esaminato la particolare situazione economica della tua famiglia causata dalla morte del caro ed eroico compagno Salvatore Carnevale, assassinato dalla mafia perché difensore accanito e fedele della causa dell’emancipazione del lavoro. Mentre ti rinnovo le condoglianze più fraterne per la insostituibile perdita del tuo caro figlio, la cui morte sarà di fulgido esempio per tutti i lavoratori siciliani e di tutta Italia, ti invio la somma di lire 100.000 come aiuto della Cgil, per portare un po’ di sollievo alle tue necessità. Fatti forte cara compagna Francesca e sii certa che il sacrificio di tuo figlio non resterà senza frutto. La marcia dei lavoratori verso un avvenire di pace, di benessere, di maggiore tranquillità per tutti, è continua. Verrà il giorno in cui gli ideali di tuo figlio, che sono gli ideali di tutti i lavoratori del mondo, saranno realizzati”.

“Di Turiddu ho un ricordo vivissimo - diceva qualche anno fa Emanuele Macaluso, nel 1955 a capo della Cgil siciliana - veniva alle riunioni, partecipava attivamente alle nostre iniziative. Era una persona determinata come tanti capilega di allora, un combattente dedito agli ideali di giustizia per rendere più umane le condizioni di vita nelle campagne, un uomo coraggioso a cui dobbiamo tanto”.

“Ancilu era e non aveva ali / non era santu e miracule facia / ncielu acchianava senza corde e scali / e senza appidamenti nni scinnia: / era l’amuri lu so capitali / e sta ricchhizza a tutti la spartia/ Turiddu Carnivali annuminatu / ca comu Cristu nni muriu ammazzatu”. Con queste parole in dialetto Ciccio Busacca - un uomo piccolo, bruno, visibilmente intimidito dalle luci e dal palco - recitava in occasione del III Congresso nazionale della cultura popolare (Livorno, 6-8 gennaio 1956), per un pubblico decisamente diverso dai passanti e curiosi dei paesi di Sicilia cui il cantastorie era abituato, il Lamentu pi la morti di Turiddu Carnivali di Ignazio Buttitta. Tra il pubblico, ad ascoltarlo, Luchino Visconti, Cesare Zavattini, Carlo Levi, che a Francesca Serio, dedicherà alcune delle pagine più belle dei suoi scritti.

Quella “Francesca Serio, ferita nelle viscere sue antiche di madre mediterranea” che “invece di ripiegarsi nella tragica disperazione che annienta, trasferisce la sua furia nella ragione: l’urlo oscuro e il pianto si articolano in parole - quelle parole che diventano pietre - in un processo verbale, il processo verbale in racconto, essenziale, definitivo; e il suo linguaggio, rivendicativo, accusatorio, giuridico, partitico, tecnico, diventa un linguaggio storico, un linguaggio eroico”. “Una donna di cinquant’anni, ancora giovanile nel corpo snello e nell’aspetto, ancora bella nei neri occhi acuti, nel bianco-bruno colore della pelle, nei neri capelli, nelle bianche labbra sottili, nei denti minuti e taglienti, nelle lunghe mani espressive e parlanti; di una bellezza dura, asciugata, violenta, opaca come una pietra, spietata, apparentemente disumana”.

Una donna tenace che sfida la società opponendosi agli stereotipi femminili del primo Novecento e che dopo l’assassinio del figlio denuncia e lotta senza risparmio per ottenere giustizia, affiancata e incoraggiata da personalità di rilievo della storia italiana: Sandro Pertini primo fra tutti, ma anche Pio La Torre, Pietro Nenni, Palmiro Togliatti, Ferruccio Parri. Una madre ed un figlio da non dimenticare.