Davide Colella

La sfida della transizione ecologica esige l'utilizzo di tutte le tecniche a noi note per ridurre l'impatto della CO2 in atmosfera: consumare meno energia, incrementare le rinnovabili, rendere a impatto zero i distretti più inquinanti tramite il confinamento dell'anidride carbonica in formazioni geologiche profonde. Una tecnologia con più di 50 anni di storia sviluppata inizialmente per facilitare l’estrazione di greggio dai giacimenti maturi e alla quale negli ultimi anni è stata riconosciuta grande potenzialità nella lotta al cambiamento climatico. Una strategia già inserita nei piani per la transizione ecologica di numerosi paesi, pronta per essere adottata anche in Italia

 

L'intervista

Stoccare la CO2 per guadagnare tempo

Davide Colella

La crisi climatica è ormai un dato di fatto e non ci sono più dubbi su come sia necessario condividere l'obiettivo di riuscire a ridurre le emissioni di CO2 nel più breve tempo possibile, per portarle poi progressivamente a zero. Che il tempo stringa ce lo ricordano le mobilitazioni di milioni di ragazzi nel mondo, indicatori del clima in rapido peggioramento, ma soprattutto la cronaca che fotografa una sempre più frequente successione di periodi di siccità e alluvioni, che testimoniano una tropicalizzazione del clima anche alle nostre latitudini.

La recente conferenza sul clima di Glasgow ha confermato un accordo tra quasi tutti i paesi della terra per mantenere il riscaldamento globale sotto 1,5 gradi dal livello pre-industriale. Il documento finale ha fissato anche l'obiettivo minimo di decarbonizzazione per gli stati membri: un taglio entro il 2030 del 45% delle emissioni di CO2 rispetto al 2010, per raggiungere zero emissioni nette intorno alla metà del secolo. 

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Da qualche tempo, il dibattito sulle strade da seguire per ridurre le emissioni di anidride carbonica si è arricchito dei pareri – spesso contrastanti – sulla cattura e stoccaggio nel sottosuolo della CO2. Parliamo della CCS – CO2 Capture and Storage – una tecnologia sviluppata negli anni ’50 e usata su larga scala per la prima volta in Texas nel 1971 per facilitare l’estrazione di greggio dai giacimenti maturi. Metodo a cui negli ultimi anni è stata riconosciuta grande potenzialità nella riduzione delle emissioni in atmosfera di CO2 per contrastare i cambiamenti climatici. 

In Italia, il confinamento di fluidi nel sottosuolo è una pratica utilizzata fin dagli anni sessanta per stoccare le riserve di gas direttamente nei giacimenti esauriti presenti sotto il mare Adriatico. Un meccanismo che garantisce i nostri consumi durante i picchi di domanda del periodo invernale. 

Oggi lo stoccaggio di anidride carbonica nei giacimenti esauriti di idrocarburi si può affidare dunque a tecnologie consolidate e sicure. Applicare la cattura della CO2 ai processi di produzione di energia elettrica e ai distretti energivori e hard to abate – chimico, siderurgico, cementifici, industria della carta e del vetro – ci offre la possibilità di rendere a impatto zero intere zone industriali ormai inglobate nei perimetri delle nostre città. 

La cartina è tratta dal progetto europeo GeoCapacity, finanziato dalla Commissione Europea, in cui sono stati mappati con cerchi rossi le zone con grandi emissioni di CO2. I colori azzurro, verde e marrone indicano le aree di potenziale confinamento della CO2 (formazioni geologiche porose profonde, giacimenti di idrocarburi in fase di esaurimento, giacimenti di carbone). Come si può vedere nella piantina, in Italia le aree più estese si trovano nella Pianura Padana e lungo le coste dell’Adriatico.

«Abbattere le emissioni:
riduzione dei consumi, incremento delle rinnovabili,
cattura e stoccaggio della CO2»

I pareri sul riscaldamento globale sono unanimi: è sotto gli occhi di tutti l'accelerazione dei fenomeni climatici avversi dovuti alla quantità e alla velocità con cui emettiamo anidride carbonica nell'atmosfera. Per l’aumento della temperatura e il conseguente innalzamento dei mari, entro la fine del secolo rischiamo di perdere città come Venezia e New York e di contare nuovi milioni di migranti del clima. Proprio per questo è necessario raggiungere più in fretta gli obiettivi prefissati e mettere in campo tutti gli strumenti di cui l'umanità abbia contezza. In primo luogo dovremmo usare meno energia nelle nostre città, negli edifici, nei trasporti e naturalmente nell'industria. Produrre questa energia senza utilizzare i combustibili fossili (che bruciando producono CO2) e farlo sempre in modo che la transizione avvenga in maniera socialmente accettabile. Il problema è talmente grande che non esiste una soluzione unica. Parliamo di 35 miliardi di tonnellate di CO2 emesse ogni anno, dove un milione di tonnellate equivalgono alle emissioni annue di circa 125 mila automobili.

Secondo l'ing. Sergio Persoglia, già direttore di dipartimento e ora associato dell'Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale di Trieste, il nostro attuale modo di vivere richiede tantissima energia"Tutto lo sviluppo dell'ultimo secolo è avvenuto grazie all'energia – spiega – e chi non ne ha ancora abbastanza ha l’ambizione di averla.” Un concetto, quello della disponibilità di energia, che non è banalizzabile con l’immagine di chi va a zonzo per le città su grossi, costosi e inutili SUV. Utilizzare internet, riscaldare o rinfrescare le nostre case, avere acqua potabile, usare elettrodomestici che liberano dai lavori quotidiani e consentono di dedicare tempo ad esempio all’istruzione e alla cultura, sono tutte cose possibili pur di avere a disposizione molta energia sicura e a prezzi abbordabili. E ancora oggi – sottolinea – la maggior parte dell'energia viene prodotta attraverso gli idrocarburi e sarà così ancora per molti anni". 

Persoglia evidenzia come lo stesso sviluppo delle rinnovabili richieda enormi quantità di acciaio e cemento. "Per raggiungere la neutralità delle emissioni – spiega – non basteranno le rinnovabili ma sarà necessario catturare la frazione di CO2 che non si potrà evitare di produrre e confinarla per sempre nell'unico posto in cui possiamo metterla: non più in atmosfera e non nel mare ma in formazioni geologiche profonde. Ecco perché non si può escludere il CCS tra le tecnologie da mettere in campo. Sono molti i paesi che hanno inserito il CCS nelle loro strategie di riduzione delle emissioni – aggiunge – ma per permettere che queste tecnologie vengano impiegate su larga scala bisogna perfezionarle e farlo adesso". 

La strategia italiana di riduzione delle emissioni è basata sull’azzeramento dell'utilizzo del carbone e sulla produzione di energia elettrica attraverso rinnovabili e gas. Quest’ultimo emette il 40% della CO2 rispetto al carbone. "Cosa faremo dopo? – si chiede Persoglia – Come otterremo, dopo il 2030, un'ulteriore riduzione delle emissioni? Dovremo sviluppare il CCS e farlo in maniera trasparente affinché la gente comprenda che si tratta di una tecnologia sicura, sia coinvolta in questa scelta e possa valutarne i benefici attraverso l’analisi dei dati raccolti durante il suo impiego.”

«Utilizzare energia non vuol dire solo andare in giro con i SUV.
Internet richiede energia,
le nostre case ne richiedono grandi quote»

"Il CCS – continua Persoglia – ci farà guadagnare tempo perché sposterà in avanti gli effetti più negativi del riscaldamento globale e ci darà maggior margine per poter sviluppare delle tecnologie per sostituire gli idrocarburi. Per l’ingegnere, il CCS, da solo, non è la soluzione. Ma nemmeno le rinnovabili da sole lo sono. "Non si può mettere la testa sotto la sabbia nell'attesa di tecnologie salvifiche. L'insieme delle rinnovabili, il risparmio energetico, e anche il confinamento geologico della CO2 – conclude – devono essere sfruttati fin da subito in un grande mix che ci permetta di ridurre le emissioni".

Nonostante il protocollo di Kyoto (1997), l’accordo sul clima di Parigi (2015) e l'incremento di impianti di rinnovabili, in poco meno di vent'anni, la dipendenza dai combustibili fossili è passata dal 87% al 84% delle fonti primarie di energia. Dal 2000 al 2019 il carbone è passato dal 26% al 27%, il petrolio dal 38 al 33%, il gas dal 23% al 24% e le rinnovabili dal 5% al 11%. Fin qui le rinnovabili hanno avuto un significativo incremento ma non riescono ad assorbire l’aumento continuo della domanda di energia che arriva essenzialmente dai paesi a forte e rapida industrializzaione come India e Cina e da quelli in via di sviluppo. Il nostro Paese, come la maggior parte di quelli europei, è da considerarsi virtuoso. Nel settore elettrico, il 37% dei consumi italiani nel 2020 è stato soddisfatto da fonti rinnovabili.

 

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