Davide Colella

Abbiamo visto come negli USA, in Gran Bretagna e Norvegia siano già attivi da tempo processi di cattura e stoccaggio della CO2. In Italia è stato inaugurato un anno fa a Vernasca, nel Piacentino, il primo impianto di cattura applicato ai processi di produzione del cemento, uno dei settori più impattanti in assoluto dal punto di vista ambientale: ogni chilogrammo di calcestruzzo libera nell'atmosfera ben 670 grammi di anidride carbonica. Oggi nel mondo si producono almeno 4,5 miliardi di tonnellate di cemento l'anno, il 60% in Cina. A Ravenna, distretto all'avanguardia nell'estrazione di gas naturale dal sottosuolo, si lavora per mettere in pratica un progetto in grado di contribuire ad abbattere significativamente le emissioni del perimetro Eni per i quali a oggi, e nel medio termine, non esistono soluzioni efficaci. Secondo la Filctem Cgil, la cattura della CO2 potrebbe configurarsi come un’appendice nella catena produttiva, doverosa, ogni qual volta ci si trovi di fronte a fonti di grandi concentrazioni di emissioni climalteranti

 

Ravenna

Un polo chimico a impatto zero

Michela Serventi

La zona industriale e portuale di Ravenna si sviluppa in un ambiente territoriale “sensibile” e di particolare complessità, tra zone naturali protette, i lidi della costa adriatica e il parco del Delta del Po. Il distretto presenta processi produttivi e categorie di servizi eterogenei: due centrali termoelettriche, un importante polo chimico e petrolchimico, un complesso di aziende del settore agroalimentare, metallurgico e siderurgico, afferenti alle produzioni per l'edilizia come cemento e ceramica, imprese di trattamento dei rifiuti prodotti e una molteplicità di attività a servizio del porto come logistica e movimentazione cantieri, armatori, spedizionieri, lavaggi e agenzie marittime.

Al largo della città romagnola, Eni intende creare uno dei più grandi centri per lo stoccaggio della CO2, utilizzando i giacimenti di gas naturale ormai esausti, che possono essere riconvertiti con un potenziale tra i 300 e i 500 milioni di tonnellate di capacità. Il progetto consentirebbe di decarbonizzare non solo l’intera attività petrolchimica locale ma anche delle altre realtà industriali presenti nel distretto. L'Eni sta già realizzando un impianto simile in giacimenti esauriti al largo di Liverpool. Nella cittadina inglese la CO2 verrà catturata dalle industrie locali (acciaierie, cementifici, raffinerie, fertilizzanti, cartiere), trasportata con condotte alle piattaforme offshore e lì iniettata nel sottosuolo.

Sul progetto è intervenuto Alessio Vacchi, segretario generale della Filctem Cgil Ravenna: "L’obiettivo di tutti – ha auspicato – deve essere ridurre, anzi, azzerare le emissioni di CO2 nel più breve tempo possibile, iniziando oggi l’abbattimento e non tra cinque, dieci o quindici anni”. Secondo il leader provinciale dei chimici, la cattura e stoccaggio della CO2 rappresenta oggi la strada più veloce e concreta per rendere a impatto zero un'area industriale articolata e complessa come quella ravennate. “Una sfida complicata – spiega – che ci obbliga a percorrere tutte le strade oggi a disposizione, a partire dagli investimenti nelle fonti energetiche non fossili”. A Ravenna, oltre a questo progetto, è già in fase avanzata la realizzazione di un parco fotovoltaico-eolico a mare per la produzione di idrogeno verde, ossia ottenuto totalmente attraverso fonti rinnovabili. Secondo Vacchi, la vera sfida della transizione energetica deve mirare alla sostenibilità ambientale senza lasciare in secondo piano quella sociale.

Il progetto è diviso in due parti, entrambe a ridosso di piattaforme Oil&Gas. A sud del porto di Ravenna, a 12 miglia dalla costa, sorgerà un impianto eolico fisso da 200 MW, un fotovoltaico galleggiante da 100 MW, un impianto per la produzione di idrogeno verde e un sistema di accumulo da 50 MW di potenza. A nord del porto di Ravenna, a 14 miglia dalla costa, Qint'X e Saipem realizzeranno invece un impianto eolico fisso da ulteriori 400 MW di potenza.

A Ravenna, la CO2 verrebbe trasportata attraverso condotte alle piattaforme già presenti su giacimenti esauriti, compressa fino a renderla liquida e iniettata a tremila metri di profondità. Secondo l'Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale di Trieste non esistono rischi di fuoriuscite di gas, peraltro inerte, e non soggetto a esplosioni: i giacimenti hanno contenuto metano per milioni di anni, sono protetti da strati di materiali impermeabili e in 60 anni di sfruttamento non si sono mai registrati problemi sismici.

«A Ravenna pretendiamo vengano utilizzate
solo le migliori tecnologie e le migliori procedure
per tutelare ambiente e sicurezza»

Michele de Pascale, sindaco di Ravenna dal 2016, punta apertamente sul progetto di stoccaggio della CO2. "La tendenza generale – dichiara ai microfoni di Collettiva – è di non volere nelle proprie vicinanze installazioni di cui pretendiamo l'esistenza perché necessari. Tutti vogliamo crescita e sviluppo, posti di lavoro e una corretta gestione del ciclo dei rifiuti. Però appena si decide di realizzare un impianto, tutti vorrebbero fosse costruito altrove". Per il primo cittadino ravennate "Essere proattivi rispetto all'occupazione, allo sviluppo e alla crescita, non può essere letto come una mancanza di attenzione rispetto alla sicurezza della salute dei lavoratori, dei cittadini o dell'ambiente”. E sottolinea: ”Chi vuole investire nel nostro territorio deve sapere di trovarsi tra persone ospitali ma con alte pretese. Perché a Ravenna pretendiamo vengano utilizzate solo le migliori tecnologie e le migliori procedure per tutelare ambiente e sicurezza".

Ravenna è una città industriale, portuale, riconosciuta a livello europeo come strategica. Una città d’arte che ospita quasi tre milioni di turisti all’anno. Per de Pascale "La retorica del 'meno industria e più turismo' andrebbe spiegata a quei lavoratori che oggi godono di tutele e livelli contrattuali elevati e che dovrebbero accontentarsi di impieghi precari o stagionali". Per il sindaco è necessario sgombrare il campo dalla retorica, impegnandosi a creare un mix di attività produttive e occupazionali che garantiscano tutti i settori. "Progetti come il CCS – sottolinea – possono tutelare un know how e livelli occupazionali che Ravenna ha ereditato dal passato. Ma la città vuole traguardare il futuro attraverso tutti i progetti previsti dalla necessaria transizione ecologica, rendendo il nostro distretto a zero impatto di carbonio”.

A Vernasca, in provincia di Piacenza, l’impianto pilota del progetto Cleanker

Il cemento è un materiale straordinario: consente di costruire intere città e permette di farlo a un corso ragionevolmente basso. I romani già utilizzavano un cemento molto resistente, ma la ricetta moderna risale a due secoli fa. Da allora è stato un vero e proprio boom e oggi nel mondo si producono oltre quattro miliardi e mezzo di tonnellate di cemento all'anno, ossia oltre cinque quintali per ogni abitante del pianeta. È stato calcolato che solo di un'altra sostanza consumiamo quantità superiori: l'acqua. Il fatto è che per produrre il cemento occorre produrre anche molta anidride carbonica: 670 grammi per ogni chilo. Una quantità non indifferente.

Nell'ottobre del 2020 è stato inaugurato a Vernasca, in provincia di Piacenza, l’impianto pilota del progetto Cleanker che utilizza una tecnologia per la cattura dell’anidride carbonica nelle cementerie. Il nome deriva da "clinker" o "klinker", un materiale laterizio ottenuto con la cottura delle materie prime a temperature molto elevate, ingrediente base della produzione del cemento. In questa fabbrica del gruppo Buzzi, il processo di trasformazione è stato modificato grazie alla collaborazione tra imprese e gruppi di ricerca tra cui il Laboratorio Energia e Ambiente di Piacenza, il Politecnico di Milano e partner accademici e industriali di cinque paesi europei, impegnati in un progetto finanziato dall'Unione. La modifica apportata all’impianto ha come obiettivo proprio la drastica riduzione delle emissioni di CO2.

Evitare di liberare CO2 in un cementificio è complicato. Perché la CO2 prodotta deriva da due fonti: i combustibili utilizzati negli impianti di cottura e la materia prima. Al termine del processo, la CO2 che proviene dalla materia prima è una volta e mezza rispetto a quella prodotta per far funzionare i forni. Anche utilizzando energia da fonti rinnovabili, in un cementificio è molto difficile azzerare le emissioni. Il progetto Cleanker mette a punto un sistema capace di togliere di mezzo tutta o quasi l'anidride carbonica, sia quella che proviene dalla materia prima, sia quella che deriva dai combustibili usati per alimentare l'impianto.

«Per ogni kg di cemento, si producono 670g di CO2.
Il progetto cleanker azzera le emissioni»

La lavorazione inizia in un impianto di cottura detto calcinatore. Il costituente principale della materia prima è il carbonato di calcio che una volta cotto libera una grande quantità di anidride carbonica trasformandosi in ossido di calcio. Questo deve poi essere inserito in un forno detto rotante dove si forma il klinker. Anche questo secondo processo libera una grande quantità di anidride carbonica.

Nel processo tradizionale, nei fumi di scarico l'anidride carbonica è mescolata ad altre sostanze come l'azoto dell'aria. Questo rende difficile catturarla. Per questo si è trovata una soluzione ingegnosa: cuocere la materia prima utilizzando solo ossigeno e non aria. In questo modo si ottiene una CO2 praticamente pura, pronta per essere messa da parte.

Nel prosieguo della lavorazione è possibile utilizzare parte dell'ossido di calcio prodotto nel calcinatore per assorbire la CO2 prodotta all'interno del forno rotante, come se fosse una spugna. Al termine del processo lo si riporta nel calcinatore dove la CO2 viene "strizzata" dall’ossido di calcio e anche qui è possibile catturarla senza liberarla in atmosfera. È la prima volta che un sistema di questo genere viene sperimentato in un impianto industriale, per verificare che funzioni sul campo, e non solo in laboratorio.

Orizzonti

La CCS può essere uno strumento utile, a patto che non venga concepita come uno strumento sostitutivo di una politica di riduzione dei consumi di combustibili fossili, concretizzata attraverso l’impiego sempre più diffuso di energie rinnovabili, la ricerca per far divenire queste tecnologie economicamente sostenibili a livello globale e senza spostare il problema ambientale dalla produzione di CO2 all’inquinamento derivante dai materiali attualmente utilizzati per la produzione e l’accumulo di energia green.

Secondo la Filctem Cgil, la cattura della CO2 potrebbe configurarsi come un’appendice nella catena produttiva, doverosa, ogni qual volta ci si trovi di fronte a fonti di grandi concentrazioni di emissioni climalteranti. “È necessaria una visione non idealizzata del processo di decarbonizzazione – sottolinea il sindacato dei chimici –: le grandi compagnie petrolifere hanno prodotto utili enormi dai carburanti fossili, ma hanno anche maturato grandi capacità tecnologiche per le quali non solo possono, ma devono sviluppare e migliorare i sistemi di captazione della CO2. Questo potrà costituire per loro una nuova fonte di guadagno, ma creerà un nuovo settore occupazionale altamente qualificato volto alla transizione green, senza inficiare gli investimenti operati dalle big energetiche anche nel settore del solare, eolico, geotermico, anch’essi, non nascondiamocelo, interessanti business”.

«Il risultato della neutralità climatica deve essere ambìto
da tutti gli attori sociali, incluso il sindacato»

“La pretesa – prosegue la Filctem – deve essere quella della trasparenza dei dati, della certezza dei controlli, della fermezza della riduzione globale dei consumi dei fossili, confinandoli sempre più alla quota indispensabile destinata all’uso come materia prima, e non più come combustibile. Si deve esigere il miglior controllo ambientale possibile nelle estrazioni, considerandole nella loro dimensione di possibile fonte globale di inquinamento, privilegiando perciò quelle effettuate in paesi con una reale normativa ambientale, come in Italia e in Europa, rispondendo anche al tema sociale legato ai costi dell’energia”.

Per la federazione della Cgil “il risultato della neutralità climatica deve essere ambìto da tutti gli attori sociali, incluso il sindacato, e l’approccio in grado di raggiungere questo risultato nel più breve tempo possibile, senza elevare le disuguaglianze sociali, è quello tecnologicamente multilaterale, tra cui la CCS può trovare un suo ruolo, accompagnato da un indispensabile processo di maturazione della coscienza collettiva, attraverso il coinvolgimento più ampio e consapevole delle persone, del rispetto per l’ambiente, del riciclo/riuso e del contenimento dei consumi energetici”.

Conclude la Filctem Cgil: “Solo adottando una linea più ricca di idee piuttosto che di idealismi, riusciremo ad affrontare la transizione energetica per quello che è: un lungo viaggio durante il quale sarà necessario usare diversi mezzi di trasporto. L’evoluzione tecnologica probabilmente migliorerà strada facendo, ma non potrà trarne giovamento solo la parte ricca del mondo, quella che a volte sembra dimenticare che c’è una dimensione temporale da equilibrare e rispettare, se ancora ambiamo a una just transition”.

 

CARBON ZERO  |  CCS  |  IN ITALIA